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Perché così tanti monumenti fascisti sono rimasti in Italia?

Perché così tanti monumenti fascisti sono rimasti in Italia?

[In copertina: Palazzo della Civiltà Italiana o Colosseo quadrato. Fonte qui]

Alla fine degli anni trenta, mentre Benito Mussolini si preparava ad ospitare a Roma la Fiera del Mondo prevista per il 1942, supervisionava la costruzione del nuovo quartiere, Esposizione Universale Roma, a sud-ovest della città, per mostrare la rinvigorita grandezza imperiale d’Italia. Il fiore all’occhiello era il Palazzo della Civiltà Italiana, una prodigiosa meraviglia rettangolare formato da archi astratti sulle facciate e una fila di statue neoclassiche che fiancheggiano la base. Successivamente la fiera fu annullata per colpa della guerra, ma il palazzo, noto proprio come Colosseo Quadrato, esiste ancora oggi con all’esterno ancora incisa una frase del discorso di Mussolini, quando nel 1935, annunciando l’invasione dell’Etiopia, descrisse gli italiani come “un popolo di poeti, artisti, eroi, santi, pensatori, scienziati, navigatori e trasmutanti”. L’invasione, e la sanguinosa occupazione che seguirono, portarono ad accuse di crimini di guerra contro il governo italiano. L’edificio, in altre parole, è una reliquia dell’aggressività fascista. Eppure, lungi dall’essere ostracizzato, l’edificio è diventato un’icona del modernismo. Nel 2004 l’Italia l’ha riconosciuto come sito di “interesse culturale” mentre nel 2010 è stato completato un restauro parziale, e cinque anni dopo la Fendi l’ha utilizzato come base amministrativa.

L’Italia, primo stato fascista, ha avuto un lungo rapporto con la politica di destra; con l’elezione di Silvio Berlusconi nel 1994 il Paese portò per primo al potere un partito neofascista, come parte della coalizione di centro-destra di Berlusconi. Ma questo da solo non è sufficiente a spiegare la comodità degli italiani con la vita in mezzo  a simboli fascisti. Dopo tutto, l’Italia è stata la dimora della più grande resistenza antifascista dell’Europa occidentale e del suo partito comunista più robusto del dopoguerra. Fino al 2008, le coalizioni di centro-sinistra hanno mantenuto tale eredità, spesso ottenendo più del 40% del voto nelle elezioni. Allora, perché se gli Stati Uniti si sono impegnati in un contenzioso processo di smantellamento dei monumenti legati al suo passato confederato e la Francia si è liberata di tutte le strade chiamate dopo il leader nazionalista di collaborazione Marshall Pétain, l’Italia ha lasciato che i suoi monumenti fascisti sopravvivessero senza problemi?

Il gran numero di queste reliquie è una prima ragione. Quando Mussolini è entrato al potere, nel 1922, guidava un nuovo movimento in un Paese con un terribile patrimonio culturale e sapeva che aveva bisogno di una moltitudine di segni per imprimere l’ideologia fascista sul paesaggio. Progetti pubblici, come il complesso sportivo Foro Mussolini a Roma, dovevano competere con quelli dei Medici e del Vaticano, mentre la figura del Duce, sorvegliava gli italiani sotto forma di statue, fotografie in uffici, poster alle fermate del tram, e perfino le stampe su costumi da bagno. Era facile sentire, come fece Italo Calvino, che il fascismo aveva colonizzato il regno pubblico italiano. “Ho trascorso i primi venti anni della mia vita con il volto di Mussolini sempre in vista”, ha ricordato lo scrittore.

In Germania, una legge promulgata nel 1949 contro l’apologia del nazismo, che vietava i saluti di Hitler e altri riti pubblici, facilitava la soppressione dei simboli del Terzo Reich. L’Italia non ha subito alcun programma comparabile di re-educazione. Sbarazzarsi di migliaia di memoriali fascisti sarebbe stato impraticabile e politicamente imprudente per le forze alleate che avevano la priorità di stabilizzare il Paese e limitare il potere crescente del partito comunista. Dopo la guerra, i bollettini e le relazioni della commissione di controllo alleata raccomandavano di distruggere solo i monumenti e le decorazioni più ovvie e non estetiche, come i busti di Mussolini; il resto potrebbe essere spostato nei musei o semplicemente essere coperto di stoffa e compensato. Questo approccio ha posto un precedente. La Legge di Scelba del 1953 è stata progettata per bloccare la ricostituzione del Partito fascista ed è stata notevolmente vaga su tutto il resto. Il blocco cristiano-democratico dominante, che comprendeva molti ex fascisti, non ha visto l’abbondante eredità del regime come un problema e pertanto non è mai stata istituita una politica che fosse più pro attiva.

Ciò significa che, quando Berlusconi ha portato al potere il Movimento Sociale Italiano, la sua riabilitazione del fascismo è stata aiutata dall’esistenza di luoghi di pellegrinaggio e monumenti. Il più notevole è stato Predappio, luogo di nascita di Mussolini, dove si trova la sua cripta di sepoltura e dove i negozi vendono camicie fasciste e naziste e altre mercanzie. La Legge Mancino, passata nel 1993, aveva risposto a questa “rinascita! della destra sanzionando la propagazione dell’odio razziale ed etnico, ma fu applicata in modo non uniforme. Vivevo a Roma in occasione di una borsa Fulbright nel 1994, e sono rimasta sveglia più di una volta dalle grida di “Heil Hitler” e “Viva il Duce!” Proveniente da un pub vicino.

Per quanto ne so, il fatto che Berlusconi abbia preso il potere a più riprese ha fatto sì che siti come Predappio crescessero in popolarità e che i conservatori di tutti i partiti politici abbiano forgiato alleanze con il diritto di salvare i monumenti fascisti, che sono stati sempre più considerati parte integrante del patrimonio culturale italiano. Il Foro Mussolini, come il “Colosseo quadrato”, è un soggetto di particolare ammirazione. Nel 2014, Matteo Renzi, primo ministro di centro-sinistra, ha annunciato la candidatura di Roma per le Olimpiadi del 2024 proprio all’interno del complesso, ora noto come il Foro Italico, davanti a “l’Apoteosi del Fascismo”, un dipinto coperto dagli Alleati nel 1944, perché rappresenta il Duce come figura divina. Sarebbe difficile immaginare che Angela Merkel fosse in piedi davanti a un dipinto di Hitler in un’occasione simile.

Negli ultimi anni, ci sono stati alcuni sforzi fermi per esaminare il rapporto italiano con i simboli fascisti. Nel 2012, Ettore Viri, sindaco di destra di Affile, ha incluso un memoriale al generale Rodolfo Graziani, un collaboratore nazista e un criminale di guerra accusato, in un parco costruito con fondi approvati dal governo regionale a sinistra. Dopo una audizione pubblica, il governo ha annullato i fondi. Recentemente, Viri è stato accusato di apologia fascista, ma il memoriale resta al suo posto.

A Predappio è in costruzione un nuovo Museo de Fascismo. Alcuni vedono il museo, che è costruito sul modello del Centro Documentazione di Monaco di Baviera per la Storia del nazionalsocialismo, come un esercizio molto necessario nell’istruzione pubblica. (Nel 2016 ero membro del comitato internazionale di storici che si è riunito in Italia per valutare il progetto.) Altri temono che la sua posizione nella città di Mussolini significhi alimentare ulteriormente la nostalgia. Laura Boldrini, presidente della Camera, ha lottato per la rimozione dei più famosi monumenti fascisti. La sua proposta, nel 2015, di togliere un’iscrizione del nome di Mussolini dall’obelisco di Foro Italico, suscitò l’opinione che un “capolavoro” sarebbe stato sfregiato.

La Boldrini ha spesso messo in evidenza la messa al bando dei simboli nazisti in Germania come esempio per l’Italia da seguire. Ma anche quel modello potrebbe essere presto testato. In una forte vittoria nelle elezioni del 24 settembre, l’Alternativa per la Germania (AfD) è diventata il primo partito di destra a vincere dei seggi nel parlamento tedesco dal 1945. La destra in Germania, priva del beneficio di monumenti pubblici emotivamente impegnati, ha organizzato i suoi incontri intorno ad eventi marginali come i concerti di musica “rock di destra”. Tuttavia, negli eventi dell’AfD, come la marcia tenutasi a nei primi di Settembre a Jena, i canti nazisti hanno cominciato a risentirsi. E, a meno che il partito non prenda una linea dura contro i simboli nazisti, è solo una questione di tempo affinché anche i simboli riappaiano. In Italia, dove non sono mai andati via, il rischio è diverso: se i monumenti vengono trattati semplicemente come oggetti estetici depoliticizzati, allora l’estrema destra può sfruttarne l’ideologia brutale mentre tutti gli altri finiscono per abituarsene. Ci si chiede se i dipendenti di Fendi si preoccupino delle origini fasciste del Palazzo della Civiltà Italiana quando arrivano al lavoro ogni mattina, mentre i loro tacchi calpestano pavimenti in travertino e marmo, i materiali preferiti del regime. Come disse una volta Rosalia Vittorini, capo dell’organizzazione per la conservazione dell’architettura moderna docomomo, quando le si si chiedeva come si sentono gli italiani a vivere tra le reliquie della dittatura: “Perché secondo te dovrebbero pensarci?”


[Traduzione dall’originale: Why Are So Many Fascist Monuments Still Standing in Italy? di Ruth Ben-Ghiat per “The New Yorker” Fonte qui]

Minimalismo: vivere di più con meno tra società ed arte

Minimalismo: vivere di più con meno tra società ed arte

In copertina: Piet Mondrian Composition with Red, Blue, and Yellow, 1930 (dettaglio)

Minimalismo come approccio esistenziale

È arrivato il giorno: dopo mesi di trepidante hype, infinite pubblicità le quali esaltavano le sue curve, la sua incredibile tecnologia, talmente innovativa da far impallidire tutte le iterazioni precedenti, il nuovo modello è sul mercato, e sarà presto mio. Ne ho bisogno. Lo attendo da troppo, non vedo l’ora di aprirlo ed utilizzarlo.

Eppure, aprendo la scatola, togliendo le pellicole che lo proteggono, quel senso di appagamento che tanto è cresciuto nei mesi raggiunge l’estasi alla visione dell’accensione dello schermo per poi svanire. Cosa è cambiato? Non era tanto atteso questo momento? Quel senso di inadeguatezza, nascosto e represso dall’eccitazione per l’ultimo gadget elettronico, il nuovo vestito griffato, o il nuovo SUV, riaffiora nella nostra vita, inducendoci nella prosecuzione di questo malsano viaggio. E passeranno gli anni, alla ricerca dei nuovi oggetti che ci daranno brevi attimi di “felicità”, senza trovare un vero equilibrio, votati al consumismo come unica via esistenziale.

Immagina ora una vita con meno cose, meno oggetti, meno preoccupazioni. Per quanto banale e semplice possa sembrare, prova ad immaginarlo: niente ricerche tra trenta differenti magliette, venti paia di calzi e innumerevoli giacche, pantaloni ed accessori per poi ritrovarsi al solito momento: “Non ho nulla da mettere”. Ogni oggetto in tuo possesso ha una sua precisa funzionalità nella nostra esistenza.

Minimalismo nella cultura: la purezza della semplicità e il bando del dettaglio

Questo è il principio fondante del Minimalismo. Nella cultura, questo concetto è stato concepito in varie declinazioni, partendo dalla filosofia epicurea fino all’idea di Minimal Art di Richard Wollheim. Epicuro insegnava ai suoi studenti i pregi di una vita agiata ed equilibrata, poiché, nella sua autentica essenzialità, si possono comprendere il vero piacere e felicità. Nella Lettera a Meceneo, il filosofo greco utilizza il cibo come metafora: un abbondante banchetto, con le sue copiose portate, ci lascerà stracolmi e doloranti alla sua conclusione. Un pasto a pane ed acqua, invece, ci sazierà con poco, compiendo il suo obiettivo senza indurci dolori accessori.

Nell’arte, l’approccio non è differente: in architettura e design, il Bauhaus ha segnato la storia dell’arte europea con il suo stile e sarà fonte di ispirazione per tutti gli artisti contemporanei. Una concezione basata sul razionalismo, sulla geometria primitiva e pura, scevra dei dettagli e decorazioni che hanno caratterizzato la storia dell’arte precedente (basti pensare all’Art Decò di inizio Novecento o, tornando indietro nei secoli, al Barocco o il Gotico) per porre il focus proprio sulla forma e la spazialità. Il minimalismo ha trovato il suo seguito maggiore nella pittura, nel quale importante è stata la sperimentazione ad inizio secolo: Piet Mondrian è riconosciuto per la sua poetica geometrica e primaria, e “Schilderij No. 1: Losanga con 2 Linee e Blu” è la composizione del pittore olandese ritenuta più vicina al Minimalismo. Mondrian, infatti, ripudiava il dettaglio come segno di soggettività, incompatibile con la concezione universale dell’arte e l’uso di linee rette e colori primari sono I due strumenti di Mondrian per la costruzione di arte oggettiva, pura, eterna. “Arte come Arte”, citando il pittore minimalista Ad Reinhardt:

[…] L’obiettivo di cinquant’anni di arte astratta è stato quello di presentare l’Arte come Arte e null’altro. [L’obiettivo] di trasformarla in un qualcosa a sè stante, separata e definita, rendendola più pura e più vuota, più assoluta ed esclusiva – non oggetto, non rappresentativa, non figurativa, non immaginistica, non espressionista, non soggettiva. L’unico modo per definire cosa sia l’arte astratta o l’Arte come Arte è definire ciò che non è. […]

L’Arte non ha bisogno di essere giustificata con il realismo, o il naturalsimo, il regionalismo, il nazionalismo, individualismo, socialismo o misticismo o qualsiasi altra idea […]”.

Ad Reinhardt in “ART AS ART” in Art International (Lugano) 1962. 

Vivere una vita minimalista

L’arte è sempre stata pioniera nella concezione di alternative per noi fin troppo astruse. Tutte le generazioni nate dal Dopoguerra in poi hanno vissuto in una società che ha glorificato il consumismo e l’espansione come unico modus di vita ma, quando gli stimoli e la crescita iniziale hanno raggiunto il “diminishing return”, il punto di saturazione, l’umanità si è ritrovata in una situazione anomala e del tutto nuova: la sazietà da benessere. Vivere una vita talmente agiata da non ritrovare senso nei propri meccanismi. In una società delle cose, dove la pubblicità invade le nostre vite con modi sempre nuovi e subdoli, il consumo ci insegue tutta la vita ed è diventato l’unico modo con il quale crediamo di poter trovare la felicità. Diamo talmente tanta importanza ai nostri oggetti da sostituirli a relazioni interessanti, discussioni profonde e da porli al primo posto in ogni nostra cosa. Questo approccio, però, non sta avvelenando solo la nostra vita, ma anche il nostro stesso Pianeta. L’espansione, la corsa per il primo posto, la forsennata ricerca del guadagno senza se e senza ma stanno piano piano distruggendo la Terra, trasformandola da habitat della nostra vita a scatolone delle nostre cose.

Esiste una alternativa? Joshua Fields Millburn e Ryan Nicodemus credono sia possibile. Il loro blog www.theminimalist.com è il manifesto della loro concezione di una vita con meno oggetti ma più felicità. Vissuto nel suo estremismo, come ogni cosa nella vita, il minimalismo non è la soluzione: rinchiudersi in una caverna, soli nella Natura, non è la risposta alle nostre domande. L’uomo rimane, per sua stessa natura, un’animale sociale ed in quanto tale non può ripudiare la sua specie. Il Minimalismo non vede la società come costruzione in maniera negativa, ma alcune delle sue dinamiche. Vivere minimalista significa spostare il focus della felicità dagli oggetti a ciò che realmente ci rende unici e felici: ho bisogno di 20 camicie, se in realtà ne utilizzo sempre tre o quattro? Che valore ha questo oggetto per me e come sta migliorando la mia vita? Bisogna essere in grado di comprendere che consumare non significare essere felici. Consumare significa aggiungere dettagli alla nostra tela e se il nostro unico scopo è quello di riempire di dettagli la nostra tela, non creeremo arte, ma solo una banale e confusa macchia di colore. Come Mondrian, dobbiamo essere capaci di comprendere qual è la nostra linea retta, il nostro colore primario, focalizzandoci su di esso.

C’era una volta in Siria

C’era una volta in Siria

Tra i banchi di scuola, da bambini, ci hanno insegnato che il Medioriente è stato la culla della civiltà. Ci hanno parlato di una terra a forma di mezzaluna, tra i fiumi Tigri ed Eufrate, abitata dai Sumeri prima e poi dagli Accadi, dagli Assiri e dai Babilonesi. Quella terra era la Mesopotamia ed è lì che gli uomini hanno smesso di cacciare ed essere nomadi e hanno iniziato a coltivare, a stanziarsi, a costruire le prime città, i primi palazzi. Hanno iniziato a scrivere e a sviluppare la cultura. In quella terra è nato l’alfabeto, la ruota, l’agricoltura e i sistemi di irrigazione, la ceramica, l’algebra. In quella terra gli uomini hanno iniziato a misurare il tempo e a studiare le stelle. In quella terra siamo nati anche un po’ noi.
Oggi quella terra, culla della civiltà, ne è diventata la sua tomba. Da sei anni il conflitto siriano ha ucciso più di 200.000 persone e sta spazzando via quel che resta di una millenaria e affascinante cultura. Ma prima che la barbarie umana si esprimesse in tutta la sua violenza, prima che le armi chimiche soffocassero bambini innocenti, prima che il sangue tingesse di rosso le sue strade, esisteva un’altra Siria.

Terra di fiorenti scambi commerciali sin dai tempi di Greci e Romani, la Siria è stata per lungo tempo crocevia di culture e simbolo di tolleranza religiosa. Quando nel 1517, l’impero ottomano sconfisse l’esercito musulmano dei Mamelucchi, trovò a convivere insieme Cristiani, Musulmani ed Ebrei.
La pacifica convivenza delle tre grandi religioni monoteiste è dimostrata dalla presenza di quartieri e chiese cristiane, che a dispetto di pregiudizi radicati, se ne stanno lì da secoli accanto a quartieri ebrei, armeni e musulmani.
A Damasco e nel territorio circostante hanno lasciato le loro tracce gli antichi Romani, i Bizantini, gli Omayyadi, i Crociati cristiani e le più alte espressioni della civiltà araba sunnita, e i loro resti rischiano di essere sepolti per sempre nella sabbia.

Damasco, la “rivale del paradiso”, era una capitale profumata, immersa in giardini ricchi di melograni ed olivi, tra palmeti e aranceti. Vi si respiravano atmosfere da mille e una notte, nei suq, antichi mercati, i colori di stoffe e mercanzie si univano agli odori delle spezie ad allietare i sensi. La città vecchia, patrimonio Unesco, ospitava il festival del jazz e l’opera. Si organizzavano concerti anche con ospiti di fama internazionale. Per decenni,in passato, cristiani e musulmani hanno pregato assieme nella famosa moschea degli Omayyadi.
“A Damasco lo straniero dorme in piedi sulla sua ombra come un minareto nel letto dell’eternità. Non ha nostalgia né di un paese, né di una persona” recita il verso di Mamhoud Darwish, poeta palestinese.

Oggi questa Damasco esiste solo in parte. La città è divisa tra zone contese tra governo e ribelli, e quartieri dove la gente continua a vivere come se nulla fosse, provando ad ignorare il fragore di una bomba caduta qualche kilometro più in là.

Peggiore è la situazione ad Aleppo, una delle città più antiche del mondo, con una storia ininterrotta di 5000 anni che rischia di essere spazzata via per sempre. Molti dei luoghi simbolo della città Patrimonio Unesco, sono stati ridotti in rovine dai bombardamenti. La moschea degli Omayyadi e il suo minareto sono semidistrutti. E distrutti sono anche la Cittadella, il souk risalente al periodo bizantino, la città vecchia.

Ma a crollare non sono solo splendidi edifici, testimonianze di un passato ricco di storia. A crollare sono i luoghi in cui uomini e donne, per secoli, hanno vissuto la loro quotidianità. Sui muri di Aleppo, mani anonime scrivono versi di poesie e pensieri prima di abbandonare la città:
“Amami…lontano dalla terra della repressione, lontano dalla nostra città sazia di morte”


Quando gli occhi si abituano a vedere la distruzione,  si dimentica che c’era la vita prima della morte. Si pensa che così è sempre stato e così sempre sarà. Ma c’era una volta una Siria che rideva, che amava, che giocava tra le strade. C’era una Siria che andava a scuola, che passeggiava tra le bancarelle dei suq, che coltivava rose. C’era una Siria che si rilassava negli hammam, che andava al cinema e al teatro. C’era la Siria dei poeti:

“Non so scrivere su Damasco senza che si intrecci il gelsomino sulle mie dita
Non so pronunciare il suo nome senza che sulla mia bocca si addensi il nettare dell’albicocca, del melograno, della mora e del cotogno
Non so ricordarla senza che si posino su un muretto della memoria mille colombe… e mille colombe volino.”
Nizar Qabbani

Le origini della basilica di San Marco: simbolo della Serenissima

Le origini della basilica di San Marco: simbolo della Serenissima

Ciondolava per il centro storico di Venezia quando Pierre-Auguste Renoir, un pomeriggio d’autunno del 1881, rimase impressionato dalla maestosità della Basilica di San Marco e dall’atmosfera che quest’ultima suscitava. Quella offertaci dall’artista è una visione totalizzante in cui cerca di rendere, nell’immediatezza, la sensazione di apertura e di vertigine che suggeriva la vista frontale del monumeto nella grande piazza.

Piazza San Marco – Pierre-Auguste Renoir

Il simbolo della Serenissima è da sempre spunto di riflessione artistica e storica. Essa vanta delle origini leggendarie legate al santo di cui porta il nome.

E’ Eusebio di Cesarea, tra le fonti principali relative alla vita dell’Evangelista, a informarci che in seguito a varie peregrinazioni in Oriente, Marco fu ucciso in circostanze misteriose ad Alessandria d’Egitto e il suo corpo trascinato per tutta la città. Nell’828 le sue reliquie vennero trafugate e trasportate a Venezia da due mercanti, traslazione considerata segno del volere divino. Il santo fu eletto a patrono della città in sostituzione del Santo bizantino Teodoro. Il tutto da leggere in chiave ideologica per legittimare l’ascesa della città.

San Marco l’Evangelista-Emmanuel Tzanes

L’edificio, in origine, era la cappella privata del Doge. Nel X secolo essa fu distrutta da un incendio a seguito di una rivolta. Si procedette con la ricostruzione dell’attuale Basilica nel 1064, sotto il doge Contarini. E con la consacrazione, avvenuta trent’anni dopo, Venezia assunse un ruolo di primo piano nella tradizione cattolica infatti nota è la sua partecipazione attiva alle Crociate.

“A volte sulla riva di San Marco giungono velieri che recano nelle loro vele i venti di altri mondi.”
  cit.Mieczysław Kozłowski

Attività principale dell’economia veneziana è rappresentata dall’intenso operato mercantile che guardava ad Est. I commerci con i paesi orientali permettevano l’importazione di pregiate manifatture e le successive influenze nelle arti figurative. Infatti la struttura della Basilica di San Marco prende a modello l’Apostoleion, situata a Costantinopoli, altrettanto fiorente punto di incontro di diverse popolazioni. Come la basilica dedicata agli apostoli in Oriente, quella di San Marco si presentava con pianta a croce greca con le navate, tre per braccio, separate da colonnati tra piloni che sostengono le cinque cupole, distribuite al centro e lungo gli assi della croce.

 

Pianta Apostoleion

 

Pianta Basilica di San Marco

In quanto emblema dell’unione tra cultura occidentale e orientale, la Basilica veneziana presenta tratti strutturali e stilistici peculiari sia dell’una che dell’altra. Di occidentale viene costruita una cripta, e l’altare, conforme alle regole della tradizione romanica europea, viene collocato nella zona absidale del braccio est. L’ampliamento della navata centrale rompe la perfetta simmetria della pianta creando un’asse longitudinale. Di orientale sono le gallerie con pavimento ligneo che coprivano le navate minori. All’interno le pareti sono interamente rivestite da una ricchissima decorazione musiva e le murature sia interne che esterne erano articolate da nicchioni scavati in esse.

Interno della Basilica di San Marco

 

A partire dal XIII sec. viene allargato il vestibolo e prende forma l’attuale facciata. Essa viene arricchita con materiali recuperati direttamente dalla capitale orientale presentandosi così ricoperta da lastre marmoree, bassorilievi e caratterizzata da colonne in due ordini in marmi preziosi. In ultima analisi per quanto riguarda l’esterno non si può non menzionare gli importanti portali strombati costituiti da timpani ad archi inflessi d’ispirazione araba in cui viene rappresentato il martirio di San Marco ad Alessandria D’Egitto.

Le autrici
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Annalaura Garofalo

Studentessa di Lettere moderne a Bari, ho conseguito il diploma socio-psico-pedagogico nel 2013 a Canosa di Puglia. Nutro un intenso interesse per l’arte, il cinema e la letteratura ma, in genere, amo indagare il mondo e le sue dinamiche con curiosità e spirito critico. Sono fortemente attratta dalle culture locali e dalle tradizioni.

Giulia Morra

Studio Scienze dei beni culturali presso l’Università degli studi di Bari. Amo le danze popolari e i racconti di J.R. R. Tolkien. Sogno di diventare un’archeologa specializzata in cultura funeraria tardoantica

Le vie del pellegrinaggio:  Dalle origini fino al cammino di Santiago

Le vie del pellegrinaggio: Dalle origini fino al cammino di Santiago

Il termine pellegrino deriva dal latino “peregrinus“. Colui che, non appartenente alla comunità con cui viene in contatto, è straniero, sconosciuto e anche strano. È un diverso, viene da lontano e va altrove. Dunque, il pellegrinaggio è un viaggio compiuto dal peregrinus in epoche lontane, con propositi di pietà o venerazione, che sia metafisico o reale, implica comunque nessi con la memoria o la ricerca spirituale. Si tratta di una pratica che prevede il raggiungimento di luoghi prestabiliti, nel tempo si è trasformato diventando un fenomeno sociale di vastissima portata coinvolgendo così diverse religioni. Per esempio nel mondo islamico il pellegrinaggio rituale prevede, secondo i cinque pilastri dell’Islam, il viaggio almeno una volta nella vita, verso la Mecca. In Asia invece, tra le devozioni del buddismo, è presente il pellegrinaggio verso i luoghi più importanti della vita di Gautama Buddha. Ancora, la religione ebraica antica prevedeva il pellegrinaggio al tempio di Gerusalemme. In seguito alla dispersione del popolo ebraico vennero a mancare i luoghi sacri dove effettuare pellegrinaggi, così, dopo la Costituzione dello stato di Israele avvenuta nel 1948, vi fu una ripresa dei pellegrinaggi religiosi. Oggi la meta principale dei pellegrinaggi ebraici è costituita dal Muro occidentale, meglio conosciuto come Muro del Pianto. Le principali vie di pellegrinaggio della religione cristiana conducevano al sepolcro di Cristo a Gerusalemme, alle tombe degli apostoli Pietro e Paolo a Roma e a quella dell’apostolo Giacomo a Compostella, in Galizia. La pratica, diffusasi fin dagli albori del cristianesimo, prevede il cammino verso santuari che custodivano preziose reliquie di uomini martirizzati e divenuti santi. Questa rifiorisce nell’XI sec. in Europa grazie allo sviluppo nei centri urbani e a una maggior sicurezza delle strade. Tra i pellegrinaggi Europei quello che costituì un fenomeno di più vasta portata fu proprio quello a Santiago di Compostella.

Lastra con Cristo ad Emmaus- Monastero di santo Domingo de Silos

Lastra con Cristo ad Emmaus- Monastero di santo Domingo de Silos

Nel rilievo la figura di cristo è caratterizzata come quella di un pellegrino da una conchiglia, simbolo del pellegrinaggio a Compostella. I fedeli infatti durante il loro pellegrinaggio portavano tradizionalmente una conchiglia sospesa al collo oppure cucita sul cappello o sull’abito.

La “Legenda Aurea”, una raccolta di opere agiografiche medievali, offre un’analisi sulle origini leggendarie di San Giacomo:

San Giacomo il Maggiore dopo l’ascesa di Gesù al cielo iniziò la sua opera di evangelizzazione della Spagna spingendosi fino in Galizia, remota regione di cultura celtica all’estremo ovest della penisola iberica. Terminata la sua opera Giacomo tornò in Palestina dove fu decapitato per ordine di Erode Agrippa nell’anno 44. I suoi discepoli, con una barca, guidata da un angelo, ne trasportarono il corpo nuovamente in Galizia per seppellirlo in un bosco vicino ad Iria Flavia, il porto romano più importante della zona. Nei secoli le persecuzioni e le proibizioni di visitare il luogo fanno sì che della tomba dell’apostolo si perdano memoria e tracce. Nell’anno 813 l’eremita Pelagio (o Pelayo), preavvertito da un angelo, vide delle strane luci simili a stelle sul monte Liberon, dove esistevano antiche fortificazioni probabilmente di un antico villaggio celtico. Il vescovo Teodomiro, interessato dallo strano fenomeno, scoprì in quel luogo una tomba, probabilmente di epoca romana, che conteneva tre corpi, uno dei tre aveva la testa mozzata ed una scritta: “Qui giace Jacobus, figlio di Zebedeo e Salomé

 

La devozione alla tomba di Giacomo trova poi ulteriore slancio, nel contesto dell’epopea della reconquista e della lotta contro l’Islam, con la trasformazione del santo in cavaliere, grazie a una seconda leggenda che lo voleva apparso a guidare le truppe cristiane nella battaglia di Clavijo e in altre successive imprese belliche.

Tipano con la battaglia di Clavijo- Santiago di Compostella, Cattedrale

Tipano con la battaglia di Clavijo- Santiago di Compostella, Cattedrale

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Il pellegrinaggio a Compostella dunque si sviluppa fin dal X sec. dapprima in ambienti aristocratici e cavallereschi, in seguito, dall’XI sec, interessa via via oltre la Francia , masse di fedeli provenienti dalla Germania, dalle Fiandre, dall’Inghilterra, dall’Italia dando vita a una vera e propria rete di strade con luoghi di raccolta e ospizi per i pellegrini. Documento importantissimo a tal proposito è la “Guida del pellegrino” scritta dal chierico Aymery Picaud che compì egli stesso il viaggio. In quest’opera vi è una descrizione delle diverse strade e delle tappe che conducevano a Santiago. Una sola via percorreva le regioni settentrionali della penisola Iberica, ma a Puente la Reina, in Navarra, confluivano i quattro cammini francesi, disposti come le stecche di un ventaglio perché destinati a raccogliere i pellegrini provenienti da ogni parte d’Europa. A partire dal sud si potevano percorrere:

-la Via tolosana, la più meridionale, da Arles

-la Via Podense, da Lione e Le Puy-en-Veley, che attraversava i Pirenei a Roncisvalle

-la via Lemovicense, da Vèzelay, per Roncisvalle

-la via Turonensis, da Tours e Roncisvalle, che raccoglieva i pellegrini che arrivavano dall’Inghilterra, dai Paesi Bassi e dalla Germania del nord lungo la Niederstrasse.

Le pricipali vie di pellegrinaggio al sepolcro di San Giacomo

Le pricipali vie di pellegrinaggio al sepolcro di San Giacomo

Per ciascuna delle quattro vie, come per il tratto spagnolo, la guida elenca con precisione tutti i santuari e le reliquie a cui il pellegrino doveva rendere visita e omaggio della sua devozione. Lo sviluppo della pratica del pellegrinaggio non mancò anche di dare grande slancio all’attività artistica favorendo i contatti e i rapporti tra centro e centro.  Il fenomeno comportò delle modifiche strutturali sull’impianto delle grandi chiese di pellegrinaggio: si impose un particolare tipo di pianta con sviluppo negli spazi funzionali sia al rito liturgico sia al movimento delle masse dei pellegrini con ampliamento del deambulatorio, con cappelle radiali adibite alla custodia delle reliquie, e del transetto, quest’ultimo dotato di navate laterali e di accessi indipendenti dall’esterno.

Piante delle principali chiese di pellegrinaggio

Piante delle principali chiese di pellegrinaggio

1-Tours, Saint-Martin  2-Limoges, Saint Martial  3-Conques, Sainte-Foy  4-Tolosa,Saint-Sernin  5-Santiago di Compostella

 

Alla scoperta di Metaponto: città balneare e città Greca

Alla scoperta di Metaponto: città balneare e città Greca

Tutti oggi conosciamo Metaponto come una florida località balneare, in provincia di Matera ma da dove trae le sue origini questa città? Quali sono i fattori che determinano la sua importanza? Come era strutturata in epoca antica? Metapontum fu una polis fondata dai coloni Greci dell’Acaia nel 640-630 a.C. La polis era una colonia agricola richiesta da Sibari, per evitare che questo fertile territorio venisse conquistato dai Tarantini, a loro volta  coloni Spartani, che prendevano sempre più potere e territorio a danno dei centri indigeni e greci nei dintorni. La principale ricchezza economica di questa città proveniva, appunto, dall’agricoltura, le testimonianze archeologiche di tale fenomeno provengono dalle monete raffiguranti la spiga d’orzo che divenne il simbolo della città. Oltre alle testimonianze archeologiche ci sono anche delle origini mitiche attribuite a questa città, secondo le quali Metaponto fu fondata dall’eroe Nestore di ritorno dalla guerra di Troia. Quella che oggi è una frazione di Bernalda, nel VII secolo a.C. era un importantissimo centro conosciuto per diverse motivazioni. La prima di queste è la produzione della ceramica attestata dalle fornaci ritrovate nell’antica città e dai vasi riconducibili a questa produzione, come quelli del Pittore di Pisticci.

Pittore di Pisticci: Satiro che insegue una Menade

Pittore di Pisticci: Satiro che insegue una Menade

Ulteriore motivazione della sua importanza è che a Metaponto visse e operò uno dei più importanti filosofi Greci: Pitagora, il quale fondò una delle sue scuole e visse qui fino alla fine dei suoi giorni.

La città antica, era strutturata come una vera e propria polis greca, delimitata da mura al cui interno si ergeva l’area sacra.

Pianta del santuario di Metaponto

Pianta del santuario di Metaponto

Tale area era formata da quattro templi, di diverse fasi costruttive, tre templi dorici ed uno ionico, i quali sono databili dal più antico (Tempio C) alla fine del VII secolo a.C. fino al più recente (Tempio D) al V secolo a.C. L’agorà, a est del luogo di culto, era formata oltre che dalla scuola pitagorica, da un oracolo dedicato ad Apollo e dall’ekklesiastèrion. Quest’ultimo fungeva sia da edificio per le riunioni politiche sia da teatro. Al di fuori delle mura, invece, troviamo il tempio di Hera, meglio noto come Tavole Palatine.

Tavole Palatine

Tavole Palatine

Oggi vediamo solo poche colonne di stile dorico ma nel VI secolo a.C. Era un tempio con una peristasi di 6×12 colonne con fregio in terracotta di cui ci restano solo pochi frammenti, che sono però visitabili, al Museo archeologico nazionale di Metaponto.

Ricostruzione del tempio di Hera

Ricostruzione del tempio di Hera

 

 

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