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Moda e cosmesi nella Roma antica

Moda e cosmesi nella Roma antica

In copertina: Affresco della Casa dei Vettii  – Pompei – Ciclo di lavorazione degli olii profumati

L’arte che mira a conservare la bellezza e la freschezza del corpo femminile e maschile è definita cosmesi. Si tratta di una tecnica antica, infatti trae le sue origini in Oriente e in Egitto si diffonde ben presto in Grecia diventando una pratica indispensabile per uomini e soprattutto donne anche nel mondo Romano.

Egitto, 1539-1292 a.C., contenitore circolare per cosmetici

Egitto, 1539-1292 a.C., contenitore circolare per cosmetici

 

I Romani una volta conosciuto tale mondo, nonostante le opinioni dei più conservatori, che resistevano al fascino della cosmetica, ne divennero dei consumatori sfrenati. A tal proposito è opportuno citare uno degli autori più “licenziosi” e brillanti della letteratura latina: Ovidio, conosciuto provocatore della regola severa dell’imperatore Augusto, oltre ad altre celebri opere scrive i “Medicamina Faciei femineae”, un trattato sui cosmetici. I primi versi corrispondono a una sorta di introduzione generale al problema della cosmesi, nei successivi l’autore elenca una serie di ricette e di prodotti per la bellezza del corpo. In quest’opera si conferma il contrasto con le regole ufficiali dell’epoca. Secondo le quali il ricorso alla “maschera” per valorizzare le peculiarità fisiche è considerata per lungo tempo dal mondo latino una sorta di contaminazione prodotta dalla mentalità orientale. Ovidio in un ennesimo atteggiamento trasgressivo e con una mirabile modernità di pensiero considera i cosmetici uno strumento essenziale attraverso il quale le donne rispondono ad un obbligo verso se stesse prima che nei confronti degli altri. Il cosmetico in tale prospettiva ha una funzione decisiva: la bellezza d’espressione del volto non ha valore in una dinamica ostentativa e quindi di esibizione narcisistica delle proprie qualità, risulta invece, un’ esigenza profonda del singolo.

Ritratto di Ovidio

Ritratto di Ovidio

Anche se vivono confinate in campagna si pettinano i capelli

Anche se la loro nascosta dimora fosse sull’impervio Atos, l’alto monte accoglierebbe donne curate

Piacere a se stessi ha sempre un certo fascino, alle giovani donne sta a cuore ed è gradita la propria bellezza.

Le donne del monte Atos pur isolate in un ambiente non facile sarebbero truccate e adornate, dice Ovidio. La connessione tra qualità esterne e morali è molto stretta, a tal punto che le prime quando sfioriscono per ragioni anagrafiche devono essere valorizzate dalla virtù.

In cima alle vostre preoccupazioni ci sia o fanciulle un buon comportamento, l’aspetto fisico trova consensi se l’indole è accattivante, l’età cancellerà la bellezza e il volto pur piacevole sarà solcato da rughe, verrà i tempo in cui vi increscerà di guardarvi allo specchio, e il disagio aggiungerà un altro motivo per corrugare il volto. La qualità dell’animo è sufficiente e dura per lungo tempo, e proprio nella sua durata l’amore ha una ragione per esistere.

L’idea Ovidiana sta a metà strada tra l’accettazione dello scorrere inesorabile del tempo e l’intento consolatorio suggerito dalla consapevolezza di un inarrestabile processo di invecchiamento.

Ma passando al lato pratico della questione è importante dire che in antico gli ambienti dedicati alla toeletta erano arricchiti da vari oggetti d’arredo, e i trucchi utilizzati erano prevalentemente di origine naturale.

Rilievo con scena di toeletta, Treviri

Rilievo con scena di toeletta, Treviri

Questo rilievo decorava il fianco di un pilastro funerario e rappresenta soggetti tratti prevalentemente dalla vita quotidiana. Al centro, la matrona siede su una poltrona di vimini, mentre le ancelle sono intente a pettinarla.

Gli oggetti relativi alla pratica sono una poltrona di fibre vegetali come nel rilievo, un tavolino con  zampe da leone su cui poggiavano altri utensili utili: specchi di rame e di argento levigato, pettini, spilloni per capelli, cassettine e vasetti per il trucco e profumi.

Per la cura dei capelli oltre ai pettini e agli spilloni a quell’epoca esistevano per fare i ricci, dei ferri riscaldati chiamati Calamistra.

Le pettinature più in voga erano il tutulus di origine etrusca, in cui i capelli erano raccolti con un nastro in modo da formare una sorta di cono sulla sommità del capo, e un’acconciatura detta “all’Ottavia”, inaugurata da Ottavia sorella dell’imperatore Augusto. Imitata da tutte le donne del palazzo: sulla fronte si lasciava solo un ricciolo, mentre gli altri capelli si raccoglievano in trecce sulla nuca.

Ritratto di Giulia, figlia dell'imperatore Tito con acconciatura all'Ottavia

Ritratto di Giulia, figlia dell’imperatore Tito con acconciatura all’Ottavia

 

Per la cura del viso invece si usava il nero fumo di semi di datteri arrostiti per il contorno degli occhi ed esistevano già da allora dei falsi nei. Un impasto particolare a base di hennè serviva per colorare le unghie. Anche il resto del corpo spesso veniva colorato: le labbra, le mani, le piante dei piedi, e in certi casi anche le punte dei seni con polvere d’oro.

Le donne amavano anche tingersi i capelli. Per divenire bionde si impiegava il sapo, un misto di cenere e di grasso animale o vegetale, altrimenti si ricorreva a parrucche fatte con capelli dei popoli nordici o con i capelli delle proprie schiave per risparmiare sui costi .Per la depilazione invece si usava una crema a base di pece greca, oppure le classiche pinzette.

E gli uomini?

Nonostante la pratica della depilazione fosse considerata effemminata, molti uomini si facevano depilare. Tra cui anche personaggi importanti della storia come Cesare e Augusto, che si depilavano le gambe con gusci di noci incandescenti, convinti che così i peli sarebbero ricresciuti più morbidi. La depilazione maschile era tanto derisa quanto diffusa. Alle terme per esempio era sempre presente uno schiavo addetto esclusivamente alla depilazione degli uomini.

Alla scoperta di Metaponto: città balneare e città Greca

Alla scoperta di Metaponto: città balneare e città Greca

Tutti oggi conosciamo Metaponto come una florida località balneare, in provincia di Matera ma da dove trae le sue origini questa città? Quali sono i fattori che determinano la sua importanza? Come era strutturata in epoca antica? Metapontum fu una polis fondata dai coloni Greci dell’Acaia nel 640-630 a.C. La polis era una colonia agricola richiesta da Sibari, per evitare che questo fertile territorio venisse conquistato dai Tarantini, a loro volta  coloni Spartani, che prendevano sempre più potere e territorio a danno dei centri indigeni e greci nei dintorni. La principale ricchezza economica di questa città proveniva, appunto, dall’agricoltura, le testimonianze archeologiche di tale fenomeno provengono dalle monete raffiguranti la spiga d’orzo che divenne il simbolo della città. Oltre alle testimonianze archeologiche ci sono anche delle origini mitiche attribuite a questa città, secondo le quali Metaponto fu fondata dall’eroe Nestore di ritorno dalla guerra di Troia. Quella che oggi è una frazione di Bernalda, nel VII secolo a.C. era un importantissimo centro conosciuto per diverse motivazioni. La prima di queste è la produzione della ceramica attestata dalle fornaci ritrovate nell’antica città e dai vasi riconducibili a questa produzione, come quelli del Pittore di Pisticci.

Pittore di Pisticci: Satiro che insegue una Menade

Pittore di Pisticci: Satiro che insegue una Menade

Ulteriore motivazione della sua importanza è che a Metaponto visse e operò uno dei più importanti filosofi Greci: Pitagora, il quale fondò una delle sue scuole e visse qui fino alla fine dei suoi giorni.

La città antica, era strutturata come una vera e propria polis greca, delimitata da mura al cui interno si ergeva l’area sacra.

Pianta del santuario di Metaponto

Pianta del santuario di Metaponto

Tale area era formata da quattro templi, di diverse fasi costruttive, tre templi dorici ed uno ionico, i quali sono databili dal più antico (Tempio C) alla fine del VII secolo a.C. fino al più recente (Tempio D) al V secolo a.C. L’agorà, a est del luogo di culto, era formata oltre che dalla scuola pitagorica, da un oracolo dedicato ad Apollo e dall’ekklesiastèrion. Quest’ultimo fungeva sia da edificio per le riunioni politiche sia da teatro. Al di fuori delle mura, invece, troviamo il tempio di Hera, meglio noto come Tavole Palatine.

Tavole Palatine

Tavole Palatine

Oggi vediamo solo poche colonne di stile dorico ma nel VI secolo a.C. Era un tempio con una peristasi di 6×12 colonne con fregio in terracotta di cui ci restano solo pochi frammenti, che sono però visitabili, al Museo archeologico nazionale di Metaponto.

Ricostruzione del tempio di Hera

Ricostruzione del tempio di Hera

 

 

Un viaggio nell’antica Roma attraverso la pittura pompeiana pt.2

Un viaggio nell’antica Roma attraverso la pittura pompeiana pt.2

Prima parte qui.

Dopo aver precedentemente analizzato i primi due stili di pittura pompeiana, in questo articolo mi soffermerò sui successivi. Determinati da decorazioni vivaci e forti, i due stili rappresentano la testimonianza di una nuova epoca per i romani, più decisa e prepotente: l’epoca imperiale.

Il terzo stile pompeiano viene definito “Ornamentale”. Si sviluppa sotto l’impero di Augusto e si estende per circa mezzo secolo fino all’età di Claudio, quindi fino al 50 d.C. La decorazione delle pareti è ricca e delicata e si prediligono soggetti naturali. Colonne e archi divengono sottilissimi, si trasformano in strutture che ricordano steli di piante e candelabri.

Il più noto degli esempi pompeiani è senza dubbio la casa dei cubicoli floreali a Pompei.

Casa dei cubicoli floreali a Pompei

Casa dei cubicoli floreali, Pompei.

Nel cubicolo nero, come possiamo osservare, la partizione della parete appare come una rigida “griglia geometrica” e le colonne molto sottili che inquadrano gli alberi quasi non hanno rilievo. Arbusti, piante e il serpente che s’inerpica sull’albero al centro sono quasi sagome ritagliate e sovrapposte a uno sfondo nero che toglie alla rappresentazione ogni carattere naturalistico. L’albero su cui si avvolge il serpente è un fico riconoscibile dai frutti.

Un altro esempio di questo stile lo ritroviamo nella decorazione pittorica del tablino nella casa di M. Lucrezio Frontone a Pompei, databile all’anno del regno di Claudio.

Decorazione pittorica del tablino, Casa di M. L. Frontone- Pompei

Decorazione pittorica del tablino, Casa di M. L. Frontone – Pompei

Qui, nella zona mediana, si imposta una struttura divisa in tre parti, ogni parte costituita da un quadro riposto al centro. Quello centrale, di maggiori dimensioni, presenta una scena mitologica, quelli laterali, invece, richiamano paesaggi con ville. Interessante è il registro superiore della parete costituito da una complessa struttura scenografica tripartita e arricchita da preziose ornamentazioni che sembrano anticipare gli stilemi decorativi del IV stile.

A conclusione di questo meraviglioso viaggio nell’antica Roma cito il quarto, nonchè ultimo, stile, detto “Fantastico”. Questo si sviluppa dal regno di Claudio fino a quello Nerone. Dopo l’onda austera e il rigore morale di Augusto, la società romana si abbandona al lusso e il quarto stile ne è una forte testimonianza. I colori divengono carichi con forti contrasti, le decorazioni si affollano e si sovrappongono. Si passa da una rappresentazione “illusiva” degli stili precedenti, ad una pittura “allusiva” che manda un chiaro messaggio sulla ricchezza del proprietario. Testimonianza è la casa dei Vetti a Pompei.

Casa dei vetti, triclinio nord- Pompei

Casa dei Vetti, triclinio nord – Pompei

Nel triclinio settentrionale di questa dimora, la decorazione parietale è ricca di effetti cromatici. Uno zoccolo a finto marmo occupa la parte inferiore. La parte mediana presenta al centro i pannelli a fondo rosso con i grandi quadri mitologici. Nel registro superiore invece su fondo bianco si alternano  a scenografici prospetti figure di offerenti e divinità. I pinakes raffigurano tre storie di legami amorosi tra dei e uomini con esiti difformi. Sul fondo è, per esempio, rappresentata la punizione di Issione per aver tentato di possedere Era, sostituita da Zeus con una nuvola: da questa unione nasceranno i centauri.

Un viaggio nell’antica Roma attraverso la Pittura Pompeiana Pt.1

Un viaggio nell’antica Roma attraverso la Pittura Pompeiana Pt.1

Crederanno le generazioni a venire […] che sotto i loro piedi sono città e popolazioni, e che le campagne degli avi s’inabissarono?

E’ da questa citazione di Publio Papinio Stazio che introduco il nuovo argomento. Il riferimento sembra chiaro: l’antica città sommersa a cui si riferisce l’autore è Pompei e con essa anche le altre città limitrofe quali Oplontis, Stabia ed Ercolano. Era il 79 d.C quando le città situate nei pressi del Vesuvio vengono spazzate via dalla furia del vulcano. Durante la metà del ’700 furono portate alla luce con intensi lavori di scavo. Oggi possiamo ammirare le vestigia di queste città che rappresentano una testimonianza inconfondibile dell’antica vita romana. Visitando questi siti archeologici passeggiamo proprio attraverso quelle strade che un tempo erano percorse dai cittadini di Pompei e, tra una casa e l’altra, possiamo ammirare le meravigliose testimonianze artistiche che oggi sono motivo di stupore, meraviglia e non solo. Le testimonianze artistiche alle quali mi riferisco sono le pitture parietali che abbellivano le case dei signori della città, un’arte locale che diviene riflesso della propaganda ufficiale di Roma e che per questo testimoniano la realtà del tempo.

L’immensa documentazione pompeiana ha permesso la classificazione dell’arte romana in quattro stili definiti appunto I quattro stili pompeiani. Questa ci venne proposta da August Mau in accordo alle notizie fornite da Vitruvio e da Plinio il Vecchio.

Tutte le pareti delle immense dimore dei signori più potenti venivano decorate secondo uno schema ricorrente, che prevedeva una tripartizione dello sfondo: la parte inferiore, definita zoccolo e alta meno di un metro, era caratterizzata da colori uniformi e leggere decorazioni; la parte mediana, la più grande, era un vero trionfo di colori e abilità pittoriche; a concludere vi era la parte alta, quella che si trova a contatto con il soffitto, spesso contagiata da quella mediana. Proprio in quest’ultima vengono realizzate le decorazioni più belle tra cui troviamo scene mitologiche che servivano a comunicare le virtù alle quali la famiglia era molto legata. Attorno a questi affreschi si presentavano sottili colonne, archi, colonnati per dare profondità a tutta la scena. Le pitture “sfondavano” le pareti facendo allargare la visuale della stanza, facendo così vagare lo sguardo in territori sconfinati. Proprio in questo contesto si parla di pitture di primo, secondo, terzo e quarto stile.

Una testimonianza relativa al primo stile pompeiano, che è datato tra il 150 e l’80 a.C, è l’atrio della casa del fauno di Pompei, dove si trova la celebre statuetta.

Ricostruzione dell’atrio della casa del fauno di Pompei

Ricostruzione dell’atrio della casa del fauno di Pompei.

Il primo stile detto strutturale o “a incrostazione” era già noto ad Atene nel V sec. a.C e si diffuse ben presto nelle città del mondo ellenistico tra cui Alessandria, Delo e Pergamo. Attraverso Delo e Roma questa tradizione si estese in tutto il mondo italico più ricco, come documenta questo caso. La parete, come si può notare dalla casa del fauno, è ricoperta da intonaci che ricreano a rilievo un finto muro con grossi blocchi perfettamente squadrati.

A partire dalla fine del II sec a.C si sviluppa il cosiddetto secondo stile pompeiano. Una testimonianza di questo stile la ritroviamo nella decorazione pittorica dell’Oecus 5 della villa dei Misteri, situata nei pressi di Pompei. Questa è stata recentemente sottoposta ad azioni di restauro ed è quindi finalmente visitabile.

Particolare della decorazione pittorica della Villa dei Misteri a Pompei

Particolare della decorazione pittorica della Villa dei Misteri a Pompei.

Il secondo stile, riferibile quindi all’epoca di Silla, Cesare, Marco Antonio e Cleopatra, è caratterizzato dall’inserimento di nuovi tipi di architetture: colonne, edicole, porticati e quinte di colonnati che si perdono all’orizzonte, spesso presentando anche figure umane a grandezza naturale come nel caso sopra citato.

Le figure della megalografia da cui prende il nome la villa dei Misteri rappresentano personaggi umani e divini che, in vario modo, parteciperebbero ad una cerimonia nuziale legata ai misteri dionisiaci. Dioniso, ebbro, giace sdraiato tra le braccia di Arianna, simbolo dell’unione tra il mondo divino e quello umano. Ancora, presso l’angolo della parete di fondo, una giovane donna viene fustigata da una divinità alata e solo attraverso la sopportazione del dolore la fanciulla potrà dimostrare di essere adulta e diventare così una sposa. Accanto alcune baccanti danzano. Ai margini della composizione vi è la figura di una matrona, il cui viso esprime una forte espressività legata ai riti che anticipano e seguono le nozze.

La prima parte di questo suggestivo viaggio nell’antica arte romana si conclude qui. Nel prossimo articolo approfondiremo i successivi stili pittorici, sempre attraverso le testimonianze materiali che queste antiche città sepolte ci hanno lasciato.

San Benedetto: il santo e la chiesa tra passato e presente

San Benedetto: il santo e la chiesa tra passato e presente

Originale QUI

Una delle basiliche simbolo dell’Umbria e in generale dell’Italia centrale è la chiesa di San Benedetto di Norcia, quasi interamente crollata lo scorso 30 Ottobre. Causa? L’incontrollabile sisma che sta colpendo da qualche mese a questa parte il centro Italia.  L’emblema della cristianità per i nostri concittadini è stato spazzato via dalla furia inarrestabile di un terremoto che senza indugi ci lascia solo la facciata traballante e dietro essa nulla più.

La chiesa dedicata a San Benedetto non era solo questo: secondo la leggenda, si trattava proprio della casa degli antenati di Benedetto e sua sorella Scolastica, dove erano nati e avevo trascorso la loro infanzia. Nei sotterranei infatti erano conservati i resti di un’antica domus romana, la casa della famiglia degli Anici, signori di Norcia e di molto altro, e di cui Benedetto era discendente ed erede.

<<L’uomo di Dio che brillò su questa terra con tanti miracoli non rifulse meno per l’eloquenza con cui seppe esporre la sua dottrina.>>

Il Santo

Il Santo, originale QUI

Questo è ciò che papa Gregorio Magno dice a proposito del nostro santo nei suoi “Dialogi”. Nato nel 480 a Norcia da una famiglia agiata, ha studiato a Roma retorica e diritto e all’età di vent’anni decise di farsi monaco attuando la cosiddetta “FUGA MUNDI”, infatti per ben tre anni visse in una grotta. Successivamente iniziò a sperimentare la vita cenobitica a più riprese e, nel 529, con alcuni discepoli fondò finalmente il Monastero sulla cima di Montecassino. Nel 530 scrisse la Regola “Ora et labora” mettendo a frutto la sua esperienza e utilizzando scritti di maestri occidentali e orientali, avvalendosi quindi di altre regole monastiche. In particolar modo il Santo si ispirò alla “Regola Magistri”, anonima e precedente di qualche decennio alla sua regola. Lo stile di vita benedettino propone l’alternanza di preghiera e lavoro, infatti i monaci vivevano in vere e proprie comunità autogestite e indipendenti dove oltre alla chiesa come luogo di culto vi erano i terreni coltivabili.

LA CHIESA DI SAN BENEDETTO A NORCIA

La facciata a capanna, presenta un paramento murario in blocchi lapidei. Nella zona superiore vi è un rosone circondato dai simboli degli evangelisti in bassorilievo. Nella zona inferiore della facciata invece si apre un unico portale sormontato da una lunetta ogivale dove vi è rappresentato il gruppo scultoreo raffigurante la “Madonna col Bambino fra due angeli adoranti”, lateralmente invece due statue che rappresentano San Benedetto e sua sorella Scolastica. Per quanto riguarda invece l’interno: la basilica era costituita da un’unica navata e presentava una forma a croce latina. Al di sotto della chiesa si trovano la cripta a tre navate e i resti archeologici già citati di una domus romana di epoca imperiale, I sec. d.C

.Facciata della Basilica
Facciata della Basilica di San Benedetto.Originale QUI

PROSPETTIVE FUTURE?

Sembra impossibile che la cattedrale, ora crollata, sia soggetta a restaurazioni future. Per farla ritornare al suo splendore bisognerebbe attuare opere di restauro come fu già fatto in passato. Non vi è dubbio che il monachesimo abbia avuto un ruolo importante nella storia cristiana europea e non ricostruire significherebbe mettere in discussione quello che è il DNA dell’intero occidente quella che noi chiamiamo l’identità della cultura occidentale.

Immagine della Chiesa dopo il sisma

Immagine della Chiesa dopo il sisma, originale QUI

La sposa del Deserto: un racconto su Palmira

La sposa del Deserto: un racconto su Palmira

In copertina: ruderi di Palmira. Originale qui

L’antica Tadmor, o meglio detta Palmira, è un’oasi a 240 km a nord-est di Damasco e a 200 km a sud-ovest della città di Deir ez-Dor che si trova sul fiume Eufrate. Soprannominata appunto “la sposa del deserto” fungeva da sosta per i viaggiatori e mercanti che attraversavano il deserto Siriaco.  In antico, era un luogo di collegamento tra Occidente, ovvero Roma, e l’Oriente cioè Mesopotamia, Cina, India e Persia. I resti di questa città di incommensurabile importanza storica e archeologica nei giorni che ci riguardano, sono stati catturati e devastati dalle forze militari dell’Isis.

Palmira Oggi

“In posti dove ci sono gravi conflitti è incredibile quanti eroi del patrimonio culturale ci siano” Dice l’archeologo Fredrik Hiebert “fa parte del carattere umano fa parte del nostro patrimonio genetico di preservare la nostra identità”.

Eroe sicuramente è Kaled Al Assad archeologo che per una vita ha scavato e restaurato rovine millenarie della Città di Palmira. Ma questa passione lo ha portato alla morte: torturato e decapitato dalle forze militanti dell’Isis, è stato appeso ad una colonna romana con un cartello che riferiva le sue colpe ovvero quelle di aver sovrinteso le collezioni degli idoli. Ma analizziamo nel particolare quali sono le devastazioni che subisce il sito:

Viene prima fatto saltare il tempio di Baalshamin risalente al II secolo d.C.  dedicato al dio Mercurio, distrutto successivamente il tempio di Bel o Baal, simile all’adorazione del dio Zeus per i greci e Giove per i romani, datato al I secolo d.C. Il giorno seguente le Nazioni Unite per mezzo di foto satellitari confermano la totale distruzione. Il quotidiano britannico “The Independent” fa girare la notizia: reperti e rovine sono già in vendita sul mercato nero internazionale. Non è un caso quindi che L’Isis abbia deciso di prendere Palmira. Mentre far saltare con l’esplosivo grandiosi templi serve a fare notizia, gli oggetti piccoli, quelli che si rubano o si nascondono, servono a fare cassa. Così non schedati e né inventariati, una volta venduti, diventano introvabili.

Il 27 marzo viene annunciata, dall’esercito regolare siriano, la definitiva riconquista di Palmira. Il direttore delle antichità siriane Maamoun Abdulkarim ha accurato che nell’insieme il complesso è in buono stato di conservazione.

Le ricchezze saccheggiate

Tra il I e il II sec. d.C , come già detto, vengono eretti i due templi: si tratta del periodo in cui la città di Palmira diviene provincia Romana. Plinio il vecchio infatti nella sua “Naturalis Historia”, descrivendola, ne mette in rilievo la sua enorme ricchezza del suolo e la forte importanza come via di commercio.

Nel sito archeologico riconducibili all’antica prosperità di Palmira (adesso non più visibili) erano: Il tempio di Baal e il tempio di Baalshamin. Analizziamo ora nel particolare i due monumenti.

Il tempio di Baal

Nelle immagini: panoramica del tempio di Baal, prima, ed ingresso al tempio, seconda.

palmira

Relativo al periodo partico, è il tempio di Bal parte di un enorme santuario, questo mostra influenze di tipo greco-corinzie e babilonese, il tempio fu consacrato tra il 32 e il 38.

 

 

palmira

 

Il tempio di Baalshamin

Nell’immagine: panoramica del Tempio di Baalshamin

palmira

Il tempio di Baalshamin invece era parte di un ampio complesso formato da tre cortili. Rappresentava anch’esso una fusione tra lo stile architettonico orientale e occidentale, infatti i capitelli erano romani mentre gli elementi che sovrastavano l’architrave e le finestre laterali appartenevano alla tradizione siriana. Foglie di acanto e capitelli corinzi erano fedeli invece alla tradizione egiziana. Il tempio era costituito da un pronao con sei colonne attraverso il quale si accedeva alla cella.

 

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