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Palombella Rossa: Nanni Moretti e la politica

Palombella Rossa: Nanni Moretti e la politica

Nanni Moretti è un autarchico.

Nanni Moretti è un uomo pieno di idiosincrasie e l’unico modo che ha per esorcizzarle è attraverso il suo cinema, quello che molti di noi fanno su un divano parlando con lo psicologo, lui lo fa attraverso una macchina da presa.

Soprattutto nella prima parte della sua carriera c’è davvero un momento molto visibile dove non esiste più il Nanni Moretti regista e attore, nè il personaggio autobiografico di Michele Apicella,da lui interpretato per quattro diversi film (giusto per non lasciar molti dubbi, il cognome è quello della mamma di Moretti) ma questi si mischiano fino a non capire dove ci sia la sceneggiatura e dove invece la recitazione venga sostituita dalla realtà. Si tratta di un’operazione che ha un analogo da un punto di vista autoriale soltanto in un’altra occasione, è l’Antoine Doinel protagonista della saga di film di Truffault che parte da “I 400 colpi” per finire con “L’amore fugge”.

(Il personaggio di Michele Apicella in Bianca, il terzo dei film di Moretti con questo personaggio come protagonista principale)

 

“Palombella Rossa” è l’ultimo episodio della saga di film che hanno come protagonista Michele Apicella e che qualche giorno fa ha aperto la rassegna estiva organizzato dal “Nuovo Sacher” (la Sacher-torte farà venire in mente qualcosa agli ammiratori del regista romano): per l’occasione Nanni Moretti stesso ha presentato il film mettendo in luce come in molti, all’interno della critica, non lo compresero quando uscì.

In questo film, Apicella è un dirigente del PCI che però per un banale incidente all’inizio del film, perde la memoria. E quindi tutto il film si gioca su una specie di meccanismo alla Memento in una chiave che è impossibile definire se non riferendoci a ciò che provoca il cinema di Moretti: è quella sensazione agrodolce che ci punge anche quando sorridiamo con lui, mai di lui. Tutto ciò avviene perché quello che lo rende così riconoscibile è l’ampliare le sue nevrosi e vedere come esse in realtà corrispondano anche alle nostre.

 

Moretti stesso ha raccontato molti dei retroscena della lavorazione del film, ci furono tantissime difficoltà: scelse lui stesso di girare fuori Roma, a differenza di film come Bianca, e partiva con evidenti mancanze nella sceneggiatura che venne completata sul set. La lavorazione si prolungò per le evidenti difficoltà fisiche, svolgendosi il film in una piscina e durante una partita di pallanuoto, e quindi c’erano evidenti difficoltà perché come il regista ricordava: “dovevo dirigere attori che non erano pallanuotisti e pallanuotisti che non erano attori”. La regia aveva la necessità che alcune azioni della partita andassero a finire in un determinato modo, ad esempio con la palla in gol, per concentrarsi attraverso i movimenti della cinepresa su ciò che accadeva fuori, con tutti i personaggi che si relazionavano con Michele Apicella. Tra cui spiccano i due giornalisti che continuano a torchiare Michele per scucirgli dei nomi di deputati da denunciare.

Sulle parole si gioca un’altra partita molto importante, che emerge da un altro incontro con un’altra giornalista che vuole intervistare Apicella, e che rielabora costantemente i suoi pensieri non capendoli e filtrandoli attraverso il suo linguaggio moderno ma svuotato di significato, di cui “trend negativo” rappresenta l’esempio lampante nel film ed è diventata una delle battute proverbiali.

 

L’amnesia è quello che continua ad affliggere il protagonista, che non sa quale ruolo deve ricoprire all’interno della piscina, durante la partita di pallanuoto che lo vede protagonista: molteplici ricordi ci fanno vedere come da bambino non volesse entrare nella piscina, che avesse paura dell’acqua. La piscina è una metafora molto forte della politica e il comportamento manifesto del bambino che rifiuta di entrare in acqua ripercorre lo dello straniamento del protagonista nei confronti della politica e del PCI in primis. Palombella Rossa è una parabola incalcolabile sulla storia della sinistra e del PCI di quel periodo ed è quantomai attuale, alla luce delle comunali che hanno sancito una nuova crisi all’interno dei nuovi partiti di sinistra. Lo stesso Moretti ha ricordato come i critici di sinistra non riuscivano a contestualizzare la crisi di Apicella, gli dicevano che il film non era sul PCI di Occhetto ma di Natta, quindi anacronistico, la crisi non era più lo stato in cui il movimento comunista versava in Italia. Ebbene, due mesi dopo il Muro di Berlino crolla e con lui crolla il direttorio comunista, mandando in una crisi il versante di sinistra. Non solo, la crisi di cui soffre il protagonista, probabilmente era sintomo di un esaurimento della vena creativa di Moretti, che ormai doveva lasciare i panni del suo “doppio”.

E riflettendoci a posteriori, il regista indugia in questo senso affermando che a posteriori l’amnesia di cui soffre Michele nel film, a livello personale significava quasi un rigetto nei confronti del personaggio. Michele dimentica chi è perché il Moretti regista e sceneggiatore voleva muovere in avanti rispetto a questo personaggio.

Come già detto, il film parte da una simbologia molto immediata, la partita di pallanuoto che Apicella affronta in trasferta è come il PCI vedeva la politica, il risultato finale della partita è di 8-9 come l’anno d’uscita del film. Questo dualismo si nota nella scena del rigore, la soluzione politica che Apicella auspica per il partito è quella di una mobilitazione totale della gente, la stessa gente che in coro si ritrova a cantare “E ti vengo a cercare” con il protagonista stesso durante il rigore che vale la partita. Il rigore, Apicella lo sbaglia tirando a sinistra e questo la dice piuttosto lunga sulla interpretazione della crisi dell’epoca secondo Moretti.

Uno degli strumenti di aggregazione molto forti è rappresentato dalla musica stessa, la rimonta della Ac Monteverde (la squadra di pallanuoto di Moretti ha il nome del quartiere di Roma in cui vive) avviene sotto le note di I’m on fire di Bruce Springsteen dove la regia si sofferma inquadrando i volti dei protagonisti, nel momento in cui deve tirare il rigore decisivo, Apicella viene sostenuto da tutto il pubblico che canta con lui “e ti vengo a cercare” di Franco Battiato.

 

Riuscire ad essere così pungenti e così lucidi nel saper trasmettere il senso di crisi pur rimanendo equilibrati nella divisione tra il protagonista e il movimento di cui fa parte è una cosa complicatissima oltre che un gran risultato per un film che ricordiamolo, partiva con delle zone d’ombra nella sceneggiatura.

Palombella Rossa” non è quindi il racconto di una partita, o almeno non solo: rappresenta anche dei meccanismi molto più personali della fine di un movimento civile e politico. Ed è questo alternarsi di registri, la connessione al mondo fanciullesco che probabilmente rappresenta uno dei film più maturi ma innovativi di Nanni Moretti.

 

Canova: un po’ fuori dal coro

Canova: un po’ fuori dal coro

[In copertina: Canova – Avete ragione tutti]

Anche i Canova, con quest’esordio, si ascrivono al sottoinsieme dei nuovi neorealisti della canzone. Avvolti dagli spleen post adolescenziali a cantare il tableau vivant di aperitivi, Navigli, amori fallimentari e cantanti alla meno peggio. Davvero non riusciamo a permetterci di più? Davvero dopo tutte le copie dei cantautori 70s, ora ci tocca un elementare passaggio alla riproduzione degli 80s? Basteranno musiche catchy, produzioni dorate e chitarre acchiappa attenzione a offrire alla nostra musica qualcosa di significativo? Ma, soprattutto, è questo il modo migliore che abbiamo per cantare questo tempo? Preferiremmo pensare di no.(1)

Rolling Stone, in maniera tranchant, critica aspramente i Canova, la band milanese super in auge nell’ultimo periodo. Prima però di bocciarli in toto sarebbe opportuno e legittimo capire chi sono e quali novità magari apportano al panorama musicale italiano.

Crediamo di concordare con Rolling Stone per ciò che riguarda lo status attuale della musica italiana. Raf si chiedeva in una famosa hit dell’inizio degli anni 90 cosa resterà degli anni 80, mentre Vasco Brondi si chiede ne’ La lotta armata al bar, “che cosa racconteremo, ai figli che non avremo, di questi cazzo di anni zero”. In effetti, sono entrambe domande legittime, chiaramente dal punto di vista musicale. In un proliferare di band, cantautori, soprattutto nel filone indie-pop, tra chi si atteggia a paraculo e chi incarna il disagio giovanile, come cantava Battiato, chi non butteremmo giù dalla torre? Ecco, magari i Canova li salveremo.

I Canova sono un po’ fuori dal coro, si inseriscono in quel filone che cerca di narrare agli ascoltatori il disagio giovanile. Già la parola disagio è stata proprio riportata in auge dalla nostra generazione. I millennials, che non vogliono crescere e passano le loro esistenze fra una conversazione Whatsapp e Instagram. Tra “ape” e Navigli, i Canova ci raccontano, con melodie cantabili e orecchiabili, la nostra condizione, e lo fanno senza essere pretenziosi, senza essere completamente avulsi dal contesto sociale in cui viviamo.

L’album ha un titolo tanto democratico quanto provocatorio, si intitola Avete ragione tutti e la prima canzone si chiama Vita Sociale, canzone in cui il cantante dalla voce un po’ nasale ci dice che tutto è destinato a passare, dall’estate alle leggi sul posto fisso. Non c’è particolare ricerca nell’utilizzo del linguaggio, vi ritroviamo testi semplici i cui ritornelli entrano nella mente. Siamo di fronte alla solita canzonetta? Certo i ritmi anni 80 lo suggeriscono.

L’Expo viene raccontata nella seconda traccia, ma è solo un luogo, un retroscena perché è la storia di un incontro romantico di “due sanguinanti amanti”. Ritornano qui la solitudine e l’individualismo, annettendoci la descrizione della vita quotidiana di una qualunque persona che vive in città, Milano, ad esempio perché da lì provengono i Canova. Expo, è la storia convenzionale di due ragazzi del nostro tempo, lui tenta di dire a lei qualcosa (lo si scopre all’ultimo secondo della canzone), ma nemmeno alla fine della canzone ci riesce.

Come ha scritto rockol(2) ogni canzone di quest’album può essere indipendente e potrebbe essere un potenziale singolo. Portovenere è una di queste. Ci si chiede perché bisognerebbe andare fino Portovenere solo per litigare? Anche le parole usate sono la fotografia dei nostri tempi, ricorrono espressioni e frasi come “prenderci male”.

Manzarek, traccia successiva, ha un inizio da canzone di Vasco Rossi, è una canzone d’amore sgangherata, tra “la Borsa che cade e l’Oroscopo che dice che tornerà tutto a posto”, mentre la protagonista si spoglia su una canzone dei Doors. Un bel quadretto quotidiano, una canzone da strimpellare al mare.

“Siamo tutti quanti personaggi” è l’intro della canzone Brexit, canzone sulla mancanza di un futuro, inno generazionale di una generazione allo sbando che non ha “neanche un soldo per viaggiare, andare a Londra”, mentre la Brexit è solo un’esclusione fatale e personale dalla possibilità stessa di viaggiare.

Siamo quelli che domani morirò,
ti dedico un pezzo degli Strokes.
Stiamo insieme dopo mezzanotte,
che poi ci viene l’ansia di esser coppie. (da Brexit)

L’album quindi è uno di quelli in cui non c’è una canzone sbagliata dal punto di vista musicale, tutte potrebbero essere dei potenziali successi. I Canova e gli altri come loro che hanno raccontato la gioventù e i sogni, le speranze, le delusioni non sono nuovi nella musica, si pensi a Guccini (ma Guccini scriveva Eskimo e Farewell, poesie quasi infarcite di lotta studentesca, idee politiche, viaggi in America, Edgar Lee Masters!). La differenza fra i due modi di essere la colonna sonora dei vent’anni è abissale, ma di questo non c’è n’è da fare una colpa ai Canova o a chi come loro ci prova, perché ogni forma d’arte è figlia del suo tempo. Al di là della sociologia spicciola, forse i Canova passeranno, forse no, intanto, nello scorso 2016, va messo agli atti,  ci hanno regalato un’ora e mezza di musica giovane, fresca e spensierata non senza una buona dose di cinismo.


(1) Rolling Stone Italia, 31 ottobre 2016, di Giulia Cavaliere

(2) Rockol, 12 novembre 2016, di Marco Jeannin

Perché l’Italia è stata risparmiata dal terrorismo?

Perché l’Italia è stata risparmiata dal terrorismo?

[In copertina: polizia italiana esegue controlli alle porte del Vaticano. Fonte: theguardian.com]

Secondo gli esperti l’Italia ha imparato delle lezioni importanti dal nucleo antimafia. Lezioni basate su sorveglianza ed espulsione che oggi le consentono di comprendere e gestire al meglio i pericoli della radicalizzazione in carcere

Tutte le volte che Youssef Zaghba atterrava a Bologna, c’era qualcuno stava ad aspettarlo appena sceso dal volo. In Italia non era di certo un segreto che il 22enne italiano di origine marocchina, identificato come uno dei tre terroristi dell’attacco del London Bridge, fosse sotto stretta sorveglianza.

“Parlavano ogni volta con lui in aeroporto. Poi, durante il suo soggiorno, gli agenti di polizia venivano un paio di volte al giorno per tenerlo sotto controllo” ha dichiarato in un’intervista al Guardian, Valeria Collina, sua madre. “Erano sempre gentili con Youssef. Gli dicevano: “Ehi figliolo, aggiornaci su cosa hai fatto ultimamente. Facci sapere cosa fai o come stai”

Nelle settimane che seguirono l’attacco, il caso di Zaghba mise in luce le differenze tra come Italia e Regno Unito trattano i presunti terroristi. Dal suo arrivo a Londra, la madre di Zaghba ha detto che suo figlio non è stato mai fermato ne tanto meno interrogato in aeroporto, nonostante il fatto che i funzionari italiani avessero messo in guardia i loro omologhi britannici della sua potenziale minaccia.

Franco Gabrielli, capo della polizia italiana, ha parlato dell’impegno ottemperato dall’Italia nell’avvisare le autorità del Regno Unito: “La nostra coscienza è chiara”. Scotland Yard, a sua volta, ha risposto che Zaghba “non è oggetto di interesse per la polizia o il MI5 (Military Intelligence Sezione 5, è l’ente per la sicurezza e il controspionaggio britannico n.d.t.).

L’Italia ha già avuto la sua quota di violenza politica negli ultimi decenni, tra cui l’omicidio di due giudici antimafia di primo piano nel 1990. Ma a differenza di quasi tutti i suoi grandi vicini europei ma non è vittima di nessun grande attacco terroristico dal 1980.

Si tratta solo di fortuna tutta italiana? O sarà per le politiche antiterrorismo del paese – sviluppato col tempo dalla polizia antimafia, dal lavoro dell’intelligence e dopo il decennio di violenza politica sanguinosa degli anni ’70 – che hanno consentito ai funzionari italiani un vantaggio nell’era dell’ISIS? O ci sono altri fattori in gioco?

“La differenza principale è che l’Italia non ha una grande popolazione di immigrati di seconda generazione che si sono radicalizzati o che potenzialmente potrebbero radicalizzarsi”, secondo Francesca Galli, assistente professore presso l’Università di Maastricht ed esperta di politiche antiterrorismo.

Per Galli bastano circa 20 persone per tenere sotto osservazione a tempo pieno un presunto terrorista, ma, naturalmente, se i soggetti da monitorare aumentano anche nell’abbondanza di risorse l’attività si può complicare.

I due recenti incidenti – il caso di Zaghba, e l’altro incidente non fatale a Milano in cui un militare e un poliziotto sono stati accoltellati da un ragazzo italiano figlio di un nordafricano – indicano una sostanziale differenza delle minacce che potrebbero colpire il Paese. Ma Galli dice inoltre che in generale la polizia italiana e le forze anti-terrorismo non hanno a che fare con lo stesso numero enorme di persone che potenzialmente sono a rischio di radicalizzazione in Francia, Belgio e Regno Unito.

Questo non vuol dire che l’Italia sfugge alle attività terroristiche. Anis Amri, il tunisino che ha attaccò i mercatini di Natale a Berlino, a cui è stato sparato dalla polizia nella periferia di Milano, si sarebbe radicalizzato in un carcere in Sicilia. Mohamed Lahouaiej-Bouhlel, la tunisina dietro l’attacco mortale a Nizza lo scorso anno, è stata identificata dalla polizia italiana dopo aver trascorso del tempo nella città di confine di Ventimiglia.

Alcuni esperti dicono che l’Italia è stata in grado di combattere la minaccia ISIS interna attraverso i controlli e le abilità che la polizia ha sviluppato in anni di indagini sulla mafia, maturati a loro volta dagli “anni di piombo” – il periodo compreso tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’80 segnato da atti di terrorismo politico da parte dei militanti estremisti di sinistra e destra.

Secondo i dati diffusi dal Ministero dell’Interno italiano, le autorità anti-terrorismo hanno fermato e interrogato 160,593 persone tra marzo 2016 a marzo 2017. Ne sono stati controllati circa 34.000 negli aeroporti e circa 550 presunti terroristi sono stati arrestati, mentre 38 sono stati condannati con l’accusa di terrorismo. Più di 500 siti web sono stati chiusi e quasi mezzo milione sono monitorati.

Giampiero Massolo, che ha lavorato come direttore dell’intelligence italiana nel periodo 2012-2016, ha detto che non c’era una particolare “strategia all’italiana” per combattere il terrorismo.

“Abbiamo imparato tanto dalla dura lezione dei nostri anni di terrorismo”, ha detto. “Abbiamo imparato con l’esperienza, quanto sia importante mantenere un dialogo costante a livello operativo tra le forze di intelligence e di polizia. In realtà, la prevenzione è la chiave per cercare di essere efficace nella lotta al terrorismo.”

Ha aggiunto: “Un’altra caratteristica è quella di avere un buon controllo del territorio. Da questo punto di vista, l’assenza di banlieues [francesi] come macchie nelle principali città italiane, e… [la predominanza] di piccoli e medi centri urbani rende più facile monitorare la situazione.”

Ci sono anche pratiche più specifiche. Arturo Varvelli, senior research ed esperto di terrorismo presso il thinktank Ispi, ha detto che la mancanza di seconda e terza generazione di italiani suscettibile alla propaganda dell’ISIS si traduce con più autorità focalizzata sugli extracomunitari, che per primi potrebbero essere condizionati dalle prime avvisaglie per quanto riguarda lo Stato Islamico. Da gennaio, infatti, 135 individui sono stati espulsi.

Le autorità italiane si basano anche sulle intercettazioni telefoniche, che a differenza del Regno Unito possono essere utilizzate come prove in tribunale e – in casi di mafia e terrorismo – possono essere ottenuti sulla base di attività sospette e prove non solide.

Proprio come la lotta contro la criminalità organizzata italiana – la camorra intorno a Napoli, Cosa Nostra in Sicilia, e la ‘ndrangheta nel sud – infiltrarsi e smantellare le reti terroristiche, occorre eliminare stretti rapporti sociali e persino familiari.

Secondo i dati diffusi dal ministero degli interni italiano, le autorità anti-terrorismo fermati e interrogati 160,593 persone tra marzo 2016 al marzo 2017. Si sono fermati e interrogati circa 34.000 negli aeroporti e ha arrestato circa 550 presunti terroristi, e 38 sono stati condannati con l’accusa di terrorismo. Più di 500 siti web sono stati chiusi e quasi mezzo milione sono sotto osservazione.

Giampiero Massolo, che ha lavorato come direttore dell’intelligence italiana 2012-2016, ha detto che non c’era un particolare “italian way” per combattere il terrorismo.

“Abbiamo imparato molto duramente la lezione durante i nostri anni di terrorismo”, ha detto. “Al punto che abbiamo fatto tesoro di quanto sia importante mantenere un dialogo costante a livello operativo tra l’intelligence e la polizia. In realtà, la prevenzione è la chiave per cercare di essere efficace nella lotta al terrorismo.”

Ha aggiunto: “Un’altra caratteristica è quella di avere un buon controllo del territorio. Sotto certi aspetti, l’assenza di banlieues [francesi] a macchia nelle principali città italiane, e… [la prevalenza] di piccoli e medi centri urbani facilita il monitoraggio.”

Ci sono anche pratiche più specifiche. Arturo Varvelli, ricercatore ed esperto di terrorismo del thinktank Ispi, ha detto che la mancanza di una seconda e terza generazione di italiani più suscettibile alla propaganda Daesh permette alle autorità di focalizzarsi sugli stranieri, che potrebbero essere espulsi ai primi segnali. Da gennaio, 135 individui sono stati espulsi.

Le autorità italiane possono contare anche sulle intercettazioni telefoniche, che a differenza del Regno Unito possono essere utilizzati come prove in tribunale e – come in casi di mafia e terrorismo – si possono effettuare sulla base di attività sospette e mancanza di prove solide.

Proprio come la lotta contro la criminalità organizzata italiana – la Camorra nel napoletano, Cosa Nostra in Sicilia, e la ‘ndrangheta in Calabria – per infiltrarsi e smantellare le reti terroristiche, bisogna eliminare i rapporti sociali più stretti e persino quelli familiari.

Le persone sospettate di essere jihadisti tendono a interrompere la cooperazione con le autorità italiane, che fanno uso di permessi di soggiorno e altri incentivi, secondo Galli. È stato riconosciuto, inoltre, il pericolo di trattenere i presunti terroristi in carcere, dove, proprio come boss mafiosi prima di loro, il carcere è visto come territorio privilegiato per il reclutamento e il networking.

“Pensiamo di aver sviluppato molta esperienza su come trattare una rete criminale. Abbiamo un sacco di agenti in borghese che fanno un grande lavoro di intercettazione e comunicazione”.

Mentre le autorità italiane sono percepite come aventi ampi poteri, in realtà, la polizia non ha poteri speciali per detenere i presunti terroristi senza accusa. Questi possono essere detenuti per un massimo di quattro giorni senza alcuna accusa, proprio come qualsiasi altro sospetto. Tuttavia, l’Italia è stata criticata dalla Corte europea dei diritti umani per aver trattenuto gli imputati troppo tempo per l’attesa di giudizio dopo le accuse.

Galli dice che non ci sono preoccupazioni sul fatto che le tattiche italiane possano aver violato le libertà civili. L’ampio uso di sorveglianza – compresa le intercettatazioni – è visto come uno strumento sufficientemente mirato ai sospetti terroristi e mafiosi, a differenza delle critiche dell’opinione pubblica in Italia dei metodi di raccolta dati negli Stati Uniti e nel Regno Unito.


[Traduzione e sintesi di Roberto Del Latte. Articolo originale di Stephanie Kirchgaessner per il The Guardian qui ]

I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Cronache dei Figli Cambiati

La legge del contrappasso politico

La legge del contrappasso politico

L’arroganza genera rivolta, protesta, e per chi la pone in atto, sconfitta sonora. E’ il messaggio che giunge dalle elezioni canosine dopo il ballottaggio di ieri, vinto da M5s e dal suo candidato Roberto Morra, cui vanno gli auguri più sinceri per un proficuo espletamento della carica.

L’arroganza genera falsa sicurezza, supponenza, convinzione che un Paese possa abbandonare la propria dignità in cambio di promesse e squadre di governo capaci unicamente di vender fumo (e nemmeno quello buono). L’arroganza genera incapacità di accettare la sconfitta, di ammetterne fallimenti ed inconcludenze. Bisognerebbe riconoscere una sconfitta ed ammettere: “Abbiamo perso”.

Ed invece le reazioni a caldo sono state: “Abbiamo perso per un assurdo meccanismo elettorale”. Non si può votare col caldo, perché la gente va al mare. Perché una coalizione al 49 non può ripresentarsi al ballottaggio. E via così. La prossima volta, per i signori del “vinciamo al primo turno” prepareremo una legge ad hoc, come quella prevista in Sicilia con soglia al 40%. Uno statuto speciale per Canosa di Puglia. Anche se quella per i comuni sopra i 15.000 abitanti è l’unica legge elettorale italiana degna di essere proferita tale, poiché garantisce governabilità e permette di decretare un vincitore anche grazie al doppio turno. Un doppio turno di cui questo Paese (inteso a livello nazionale) ha bisogno come il pane, per evitare le ipocrisie del proporzionale, sistema in grado di “annullare” il voto dei cittadini, ignari di ciò che succederebbe ex post, in tema di alleanze e coalizioni.

Certe volte bisognerebbe imparare dall’avversario politico, oltre a questa classica malattia della denigrazione altrui. Infatti basterebbe, paradossalmente, studiare gli altri per vincere: l’ultimo grande arrogante della politica ha perso referendum costituzionale, generato scissioni e distrutto un partito, perso malamente le amministrative. In tempi record: sono bastati infatti sei mesi affinché l’arroganza mostrasse i suoi “frutti”. Sarebbe stato sufficiente questo, per capire, che l’arroganza non paga. Anzi, fa un regalo agli altri.

foto da: canosaweb.it

La Tomba del tuffatore

La Tomba del tuffatore

Un giovane nudo viene ritratto sospeso per sempre nell’istante del tuffo. Un’immagine metaforica del passaggio dalla vita alla morte. L’ affresco sopra riportato è parte di una delle più celebri tombe della Magna Grecia: la tomba del tuffatore, riconducibile cronologicamente al 480/470 a.C. Si tratta dell’ unica testimonianza di pittura greca, non vascolare, a grandi dimensioni.

La piattaforma da cui si lancia il tuffatore allude forse alle pulai, colonne poste da Ercole a segnare il confine del mondo, assurte a simbolo del limite della conoscenza umana. Lo specchio d’acqua rappresenterebbe il mare aperto. Il tuffo rappresenterebbe il transito verso il mondo dell’ignoto, dell’ aldilà, un mondo diverso rispetto a quello della conoscenza terrena, cui il giovane greco vi accede attraverso le pratiche convenzionali del banchetto.

La pittura sopra riportata è parte del lato interno della lastra di copertura di una delle più celebri tombe rinvenute in Italia meridionale precisamente a Paestum: Un manufatto prodotto da greci che abitavano l’Italia meridionale in tempi antichi. Si tratta di una tomba a cassa, costituita da cinque lastre calcaree in travertino locale. Le lastre sono interamente intonacate e decorate con pittura parietale di soggetto figurativo, come si nota, realizzate con la tecnica dell’affresco.

La tomba del tuffatore

La tomba del tuffatore

Le pareti della tomba sono arricchite con scene di simposio: dieci uomini adagiati sulle Klinai, letti triclinari, animano le raffigurazioni delle pareti più lunghe: i simposiasti, a coppie di due rispettivamente un giovane e un adulto, stanno bevendo, giocando e fanno musica, come si nota le mani sono impegnate a sorreggere delle coppe funzionali al consumo del vino oppure occupate nel suonare il diaulos e la lira.

Iniziatosi lo scavo, la quarta tomba posta in luce, in circostanze certamente fortunate, è la tomba del Tuffatore: si verificava così il più sconvolgente rinvenimento archeologico da moltissimi anni a questa parte.

Queste sono le parole di Mario Napoli, colui che scoprì la tomba il 3 giugno del 1968, a meno di due km a sud di Paestum. Il rinvenimento rappresenta un unicum nell’ambito della pittura greca e in quanto tale non ha consentito significativi progressi nello studio della pittura greca successiva andata perduta, si tratta dunque di un manufatto isolato, difficilmente collocabile nel contesto evolutivo dell’arte greca.

Fondamentale invece è il messaggio ontologico che la tomba trasmette attraverso il linguaggio visivo. Proprio qualche tempo prima rispetto alla datazione della tomba, nelle città greche dell’Italia meridionale, filosofi come Pitagora stavano affrontando questioni metafisiche legate alla vita dopo la morte. Si stavano diffondendo credenze, ispirate dall’orfismo, condiviso solo da chi era iniziato ai misteri di questa tradizione. Dunque è ipotizzabile che il defunto sepolto all’interno della tomba fosse un “Iniziato”.

 L’ Orfismo

I misteri orfici prendono il nome da Orfeo, poeta realmente esistito che nel mito è rappresentato come un musicista capace di incantare gli animali e soggiogare la natura col suo canto. Cultore del potere della parola e inventore della retorica, secondo ciò che sostiene Platone, Orfeo fu figlio di Apollo e della musa Calliope e nacque in Tracia. La Tracia rappresentava un’origine misteriosa che collegava Orfeo allo sciamanesimo. Lo storico Erodoto testimonia l’opera degli sciamani traci che avevano poteri magici e mettevano in rapporto il mondo dei vivi con quello dei morti e che con la musica producevano negli ascoltatori uno stato di trance. Secondo la filosofia Orfica, l’anima è una realtà semi-divina e immortale che a causa di un originario peccato d’orgoglio viene sepolta in un corpo. La morte perciò è vista come una via di liberazione dai limiti della corporeità. Ma l’anima legata al corpo non è pura e dopo la morte deve scontare una pena. L’anima allora trasmigra in un nuovo corpo, umano, animale o vegetale in base alla gravità delle colpe accumulate nella vita precedente. Da qui deriva la necessità di condurre una vita di purificazione per ricongiungersi alla dimensione divina attraverso la conoscenza e l’estasi mistica: orgia dionisiaca, vino e carne. Le fonti principali relative all’orfismo sono le lamine d’oro datate tra il IV e il II secolo a.C, rinvenute in vari sepolcri della Magna Grecia a Creta e in Tessaglia.

Lamine orfiche

Lamine orfiche

Queste recano istruzioni destinate a guidare nel suo itinerario oltremondano l’anima che è stata debitamente iniziata a una dottrina misterica.

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