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Tra empatia e sensazionalismo: Sense8

Tra empatia e sensazionalismo: Sense8

In copertina: materiale promozionale per la seconda stagione di Sense8. Fonte qui

Sense8 è una serie tv fantascientifica scritta e diretta da Lana e Lily Wachovski (autrici e registe di Matrix) e Michael Straczynski per la piattaforma di Netflix. La serie è stata pubblicata nel Giugno del 2015 mentre la seconda stagione è disponibile dal 5 Maggio di quest’anno.

Si tratta di una grossa produzione con un cast internazionale e riprese on location in giro per il mondo. La spettacolarità di Sense8 è infatti dovuta soprattutto alla sua straordinaria capacità di trasportare lo spettatore nelle realtà più disparate in ogni singola puntata, spingendolo ad assaporare virtualmente le atmosfere di luoghi lontanissimi con i quali impara ad acquistare familiarità.

Gli otto protagonisti di questo racconto appartengono a realtà nazionali diverse ma sono legati da un codice genetico particolare che li accomuna. Sono infatti il frutto di un processo evolutivo che percorre in parallelo quello del homo sapiens, dando vita ad una specie, quella dei sensate, che comunica attraverso una connessione di tipo empatico oltre le barriere spaziali. Di fatto Will, Riley, Sun, Capheus, Lito, Nomi, Wolfgang e Kala non hanno nulla in comune, ma l’appartenere ad un gruppo che connette in modo spontaneo pensieri ed emozioni fornirà la base per la nascita di un legame solido fra di loro.

Sense8 sviluppa un racconto in cui il concetto stesso di protagonista viene meno nei suoi comuni schemi narratologici. Il protagonista infatti va costantemente frantumandosi e ricomponendosi in coscienze collettive e individuali, corporalità singole e plurali, fisicità virtuali e concrete e menti autonome e interconnesse. Questi cortocircuiti di senso costituiscono il motore d’azione di una narrazione che costruisce la propria spazio temporalità sul filo dell’empatia.

La capacità di connessione empatica e mentale dei personaggi, oltre a rappresentare un’ottima soluzione narrativa, crea le premesse per una riflessione più ampia che riguarda il contesto al di qua dello schermo. In quella che viene spesso definendosi come l’era dell’interconnettività, amplificata e accelerata che crea l’illusione di una comunicazione costante e di una realtà sconfinata, il singolo vive nell’idea di non essere mai solo e di appartenere ad una rete più grande di lui in cui può condividere la propria quotidianità, le proprie abitudini e i propri pensieri. Questa realtà apre l’immaginazione ai più svariati scenari distopici (si veda Black Mirror) che però tengono conto unicamente delle conseguenze di un modo distorto di approcciarsi all’altro e alla socialità. Sense8 ci trasporta invece in un mondo, che è il nostro mondo, in cui la rete sociale dei sensate è un punto di forza perché non ha nulla di illusorio. I protagonisti, nell’affrontare le proprie personali tragedie, non si trovano mai soli pur essendo fisicamente isolati. È una serie che celebra i legami umani in ogni loro forma.

La minaccia omologante è rappresentata da una forza più grande di loro, distribuita in modo capillare e allo stesso tempo non individuabile che vuole distruggere le identità altre e la loro connessione, considerandole minacce. Il tema dell’identità in questa serie è molto forte e di fatto le identità di ogni personaggio sono costantemente a rischio e perseguitate.

La serie affronta diverse questioni, potendosi calare nei più disparati contesti sociali e culturali. Dall’identità sessuale e di gender al sessismo fino alla corruzione politica e al dramma della criminalità nelle sue varie sfaccettature. Quelle dei protagonisti sono di fatto esistenze al limite che aumentano la temperatura drammatica di ogni episodio.

Sense8 si nutre dei generi più svariati: dal melodramma all’action movie, dalla distopia al documentario e lo fa servendosi di una fotografia impeccabile, di scenari spettacolari e di un montaggio efficace che tiene lo spettatore avvinghiato ad una trama iper-emozionale. Il fascino di Sense8 sta anche in questa sua straordinaria capacità di invisibilizzare l’illusione e trasformare lo spettatore nel nono elemento del gruppo, coinvolgendolo pienamente nell’azione.

È una serie dotata di ritmo che si muove sulle note decise della tecno o sui motivi suggestivi di Sigur Ròs. Il pezzo che in qualche modo fa da tema ricorrente è What’s Up dei 4 Non Blondes, riarrangiato nella seconda stagione in un remix originale che spinge la canzone oltre i propri orizzonti, conferendole quel tono esplosivo che accende ogni scena di questa serie anticonvenzionale.

Anche la sessualità trova uno spazio di rappresentazione particolare. L’amplificazione delle sensazioni dei personaggi e la loro risonanza all’interno del gruppo trasformano quella che è un’esperienza individuale in un momento di condivisione totale del piacere sessuale da parte di tutti i membri. Sono ormai celebri le scene che vedono l’intero gruppo partecipare a quelle che possono definirsi orge sensoriali.

Nel celebrare la sensibilità di ogni singolo personaggio e nel trasformare questa sensibilità nell’unica arma attraverso la quale i vari protagonisti possono difendersi da un mondo che vuole perseguitarli, Sense8 riesce in qualche modo ad affrontare tematiche spesso trattate con superficialità con uno sguardo intimo ma mai ingenuo. Di fatto creando un’utopia all’interno di una distopia, Sense8 parla di resistenza, la resistenza di identità che vengono celebrate per non essere annientate.

Francesco Totti, l’ultimo re di Roma

Francesco Totti, l’ultimo re di Roma

“The King is gone, but it’s not forgotten”

(Neil Young- My my, hey hey)

Vivendo a Roma da circa due anni, mi sono reso conto che ci sono alcune cose che uniscono la Città Eterna da Tor di Quinto all’Eur, da Gianicolense a Torre Spaccata. La crociata contro i mezzi pubblici rei di essere sempre in ritardo, una malcelata sfiducia per il clero e per il governo che i Romani risolvono a modo loro: prendendoli veracemente per il sedere.

C’è una cosa che divide e unisce la città e ha un nome: Francesco Totti. 
Ci sono stati alcuni segnali per la città, quest’oggi. Roma era inevitabilmente vuota. Spettrale, come in un film di Sorrentino o Fellini, al limite tra il sogno e l’incomprensione. E lo era perchè si stava stringendo a uno dei suoi simboli più grandi.

Ho affrontato milioni di discussioni con i romani, facendogli notare quanto fosse perverso l’amore per la società di un giocatore che continua a percepire uno stipendio non altissimo ma comunque importante. E Totti il giorno dopo riusciva a smentirmi facendo cose del genere.

 

(L’assist per il 3-0 è la sintesi del Totti play-maker. Nessuno stop, la palla giocata di prima a innescare il movimento dell’attaccante con la difesa totalmente inconsapevole di ciò che sta succedendo.)

I luoghi che sono portato inevitabilmente a frequentare più spesso in questa città sono il luogo dove studio e il luogo in cui il fine settimana lavoro per pagare le spese ingenti che Roma porta con se’. Ho cercato più volte di intavolare una discussione sulle bandiere, comparando Totti con altri giganti del calcio, con Maldini, con Del Piero che da juventino ha segnato il mio personale pomeriggio di lacrime, quando contro l’Atalanta si ritirò, prendendosi l’ultimo applauso dagli spalti dello Juventus Stadium: il modo in cui allargò le braccia alzandosi dalla panchina lo fece sembrare una sorta di Cristo Redentore che avrebbe continuato a vegliare su di loro, forte di un amore mai domo. Totti non è la mia bandiera e l’ho sempre visto come un avversario, criticandolo sportivamente per alcuni atteggiamenti che mi son sembrati immorali e magari non davano rispetto all’avversario: il calcio a Balotelli, lo sputo a Poulsen agli Europei 2004. E proprio per questo, ogni volta che cercavo con rispetto, per le sue qualità uniche con la palla ai piedi e la visione che implica Totti a essere famoso per il tocco di prima, di seppellirlo e mostrare che non riuscisse a raggiungere il livello non sportivo, ma umano di altre bandiere dello sport, la risposta era sempre la stessa: “non capisci”. 

La risposta alla mia incomprensione era lecito cercarla da colui che era il fulcro della discussione. E quindi, nonostante tutta l’ironia che attanaglia continuamente la figura di Totti, il suo accento romano, la sfacciata ironia, la sua poca raffinatezza linguistica, mi ha stupito guardare un uomo congedarsi con una lettera a chi lo stava guardando. Chiamateli tifosi, chiamateli amici, chiamateli romanisti, chiamateli amanti.

Il simbolo è un oggetto, una figura, un’immagine che sta a simboleggiare sempre qualcos’altro. Il simbolo di quell’uomo che da 25 anni ha quel numero 10 di cuoio bianco attaccato su una maglia giallorossa è la corona. La regalità. Totti è l’ottavo re di Roma e poteva lasciare i propri tifosi ricordando quanto ha donato alla maglia, facendo una carrellata di tutti i momenti che ha regalato a quella metà di città capitolina che lo adorava e piangeva non per lui, ma con lui, oggi.

Ha solo ricordato il momento dello scudetto.

(fonte: https://www.instagram.com/uefachampionsleague)

 

Rileggendo la lettera di quest’oggi ho pensato che fosse un monumento all’inadeguatezza. Ho pensato alla coscienza di Zeno. Alle sedute di Zeno con lo psicologo, quando gli confessa il vizio del fumo, rivelandogli di come ogni presupposto che lo conduceva all’ultima sigaretta era immutato, lo stesso identico presupposto che lo spingeva a ricominciare, ammettendo la sua inettitudine.

“Mi piace pensare che la mia carriera diventi per voi una favola da raccontare. Ora è finita veramente. Mi levo la maglia per l’ultima volta. La piego per bene anche se non sono pronto a dire basta e forse non lo sarò mai. […] Adesso ho paura. E non è la stessa che si prova di fronte alla porta quando devi segnare un calcio di rigore. Questa volta non posso vedere attraverso i buchi della rete cosa ci sarà “dopo”. Concedetemi un po’ di paura.”

Quale re si congederebbe dai suoi sudditi usando queste parole? Scordandosi il diritto divino, scoprendo del tutto le sue fragilità e le sue tensioni interne, ammettendo quanto è difficile svestire i panni del simbolo e diventare un uomo, un semplice uomo.

Nella lettera Totti si rende conto di come la grammatica dei sentimenti sfugga alle parole. Lo dice, dice che ha provato a far parlare i piedi durante tutta la sua carriera piuttosto che le labbra, perchè pensiamoci un attimo: ma come le spieghi cose del genere? 

 

(Minuto 0.57: il cucchiaio probabilmente più famoso di Totti: sguardo al portiere fuori, Materazzi non lo chiude e gli dà spazio e con un tocco sotto il pallone supera dolcemente il portiere.)

 

Qui la gente mi ha fatto notare come nei nostri vent’anni si siano succeduti tre papi diversi,4 presidenti della Repubblica, un numero non certificato di governi e tanta incertezza mentre qui a Roma l’unico appiglio fosse il Capitano. Le persone mi han spiegato di come nei momenti di peggiore crisi Totti era la figura da abbracciare idealmente, perchè con lui in campo la speranza di vedere l’estetica del calcio a un livello superiore non moriva mai. L’inscindibilità di Totti dalla città ha dell’inspiegabile. Francesco è il nipote dei nonni di Porta Metronia, il coetaneo dei padri dell’Eur e il padre dei figli di tutta Mamma Roma.

Quindi no, Francesco Totti non è la mia bandiera. Ma diamine, mi emoziona vedere la visceralità con cui domina i cuori di Roma. 

Lo ha fatto per ventotto anni.

Da domani lo farà il suo ricordo.

Il Colosseo, dopo più di 2000 anni, è ancora in piedi. E anche la memoria di Totti sembra essere abbastanza viva e vegeta in tutti coloro che amano il calcio, ma soprattutto qui, in questa capitale caotica e dalla luce arancione. 

 

 

 

 

Chi ha ucciso Cecily Burns – Chapter 5: The Answer is within you

Chi ha ucciso Cecily Burns – Chapter 5: The Answer is within you

  • Abbiamo trovato il nostro uomo
  • Dove?
  • E’ qui in città
  • Come lo sai?
  • Un amico di un amico
  • E potresti dirmi qualcosa almeno su questo amico?
  • Lasciamo perdere i dettagli Aaron. Sono nella merda fino al collo e non mi fido nemmeno di te. Ieri notte mi si è acceso da solo il PC.
  • Sarebbe a dire?
  • Mail, a cui ho dato risposta. Diceva di essere Charlton Amlie. Di ammirare le nostre rapide operazioni di ricerca e che a breve fisseremo un incontro.
  • Ma perché non contattare me piuttosto?
  • Probabilmente perché sei il diretto interessato. Vuole colloquiare con gente, come dire, esterna.
  • Cerchiamo dove abita per la miseria, questa storia deve finire.
  • Hai fretta Mithcell?
  • Non mi chiami mai Mithcell
  • Ti ho beccato ieri sera, prima di tornare a casa. Eri in dolce compagnia
  • Ah sì, e con chi?
  • Meredith Mellby.

L’incontro tra Aaron Mithcell e Dustin Sharedown, successivo allo strano messaggio in terza persona, nuovo appiglio delle nostre indagini, si rivelò inaspettatamente molto teso e vivace. Sharedown riferì di tutte le scoperte “mie” e di Staniels, non prima di richiamare alla concentrazione Aaron. Lo aveva beccato con le mani nel sacco alla presenza di Meredith Mellby. Fu così che grazie a Sharedown venimmo a conoscenza della nuova relazione di Aaron. Non che questo rappresentasse per noi il male assoluto, ma Sharedown non la prese benissimo.

Fu un momento piuttosto particolare, che portò probabilmente ad incrinare qualche rapporto oltre che la generale velocità di ricerca. Ciò che la pettegola più famosa del paese ritenne inconcepibile fu la constatata presenza di Meredith Mellby nella vita di Aaron. Ricostruire una vita sì, ma perché farlo proprio con la sorella dell’ex dittatore? E’ pur vero come le stanze del Dottor Waterloo fossero da annoverare tra i pochi luoghi frequentati da Aaron. Dove avrebbe potuto conoscere una nuova donna? Ed è proprio lì che s’annidò quella inaspettata relazione.

Aaron espresse le ragioni della propria scelta a Sharedown, ricordando come andare avanti non significasse non essere interessato alla ricerca dell’assassino di Cecily Burns. Meredith era tuttavia a conoscenza delle peripezie in atto, e cercava spesso di dissuadere Aaron dalla vicenda. L’ombra di Cecily intimoriva e non poco la nuova donna di Aaron Mithcell, desiderosa di vederlo felice ma soprattutto integro dal punto di vista mentale. Ma tant’è. I due trovarono ben presto un compromesso: la ricerca della verità in cambio della futura dimenticanza dell’ormai smarrita Cecily. Come se dimenticare fosse una esistente forma di compromesso.

Ma i risvolti successivi dell’incontro si basarono principalmente sullo strano messaggio ricevuto da Aaron. Ci si chiese in particolare cosa vi fosse alla base dell’inversione di rotta di quel misterioso messaggero, dalla propria personale firma ad un inedito messaggio nel quale si afferma di sapere chi ha ucciso Cecily Burns. Perché prima affermare la sopravvivenza di Cecily e poi virare su una sua uccisione con tanto di confessione? Nutrimmo tutti i primi dubbi sulla riconducibilità del messaggio rispetto al vero assassino o a chi fosse informato su un ritrovamento della Burns. Ci sembrava che questo gioco si stesse rivelando ormai troppo grande per tutti. Giungemmo alla tesi secondo cui i messaggi potevano essere recapitati da due persone diverse, una riferibile all’assassino e l’altra a un qualche scalmanato che intendeva depistarci portando a farci credere di una Cecily sopravvissuta, ed or dunque viva e vegeta. Cominciammo seriamente a pensare alla morte di Cecily, in circostanze tuttavia ancora del tutto controverse. Gli innumerevoli depistaggi di questa storia si depositarono alle basi della nostra ormai tormentata quotidianità.

  • Ti dico che è la stessa persona Dustin
  • Ma allora perché inviare un messaggio da portavoce?
  • Per confonderci. La mia Cecily è morta. Ma voglio vendicare il suo omicidio
  • Senti Aaron, promettimi una cosa.
  • Spara
  • Se non riusciamo a trovare questo Charlton Amlie andiamo alla polizia. Ormai abbiamo quello che ci serve.
  • Ma non abbiamo uno straccio di prova. Non sappiamo nemmeno se è morta.
  • Le troveranno loro.
  • Non mi fido dei piedipiatti
  • Ne conosco uno bravo, ti lascerà agire liberamente se lo troveranno
  • In che senso?
  • Nel senso che te lo fa proprio ammazzare. E’ uno bravo ma senza scrupoli
  • Ah, i poliziotti
  • Non generalizzare, è solo uno che vede di buon occhio la vendetta personale, soprattutto se ci sono donne uccise di mezzo
  • Un femminista insomma.

Terminato quell’incontro, fu la volta delle cure del Dottor Waterloo. Ma stavolta Aaron richiese espressamente di trascorrere del tempo con la sua assistente Meredith Mellby. Il dottor Waterloo era forse uno tra i migliori nel proprio campo lavorativo, ma di certo non una personalità risoluta e dalle spiccate attitudini investigative. Mai avrebbe immaginato un atto sessuale tra Aaron e Meredith nel proprio studio. Quel ricongiungimento di corpi fu decisivo per delucidare pensieri ed intraprendere nuove decisioni. Aaron Mithcell aveva infatti ceduto alle richieste di Dustin e Meredith. Era tempo di contattare la polizia per giungere all’atto finale dell’inchiesta. Poi sarebbe stato tempo di ricostruire la propria esistenza. Assieme a Meredith Mellby.

  • Ma che fine ha fatto tuo fratello?
  • Questo lo sa solo Dio
  • Davvero non lo senti più?
  • Non siamo mai andati d’accordo. Era già un tipo autoritario da bambino.
  • Ottima battuta
  • Allora ci vai dalla polizia?
  • Lo faccio per te. Per la nostra storia
  • Ma avete scoperto chi è stato?
  • Charlton Amlie
  • Ma non essere ridicolo
  • Come dici Meredith?
  • Charlton Amlie è un mio paziente
  • Sì? E perché l’ho beccato due volte ad origliare i miei incontri con Waterloo?
  • Perché lo fa con tutti i pazienti Aaron. Ti dico che non è lui. Forse l’assassino è a conoscenza del vostro essere “colleghi in cura”
  • Ti dico che è lui. Perché non si vede più da queste parti?
  • L’ho mandato in una struttura di riabilitazione mentale per due settimane. Tornerà tra un paio di giorni. Forse tre.
  • Lo prenderò.
  • Aaron, non può essere. Anche lui ha perso sua moglie in un incidente. E’ un uomo distrutto.
  • E quindi disposto anche a risollevare le proprie frustrazioni passate.
  • Che vuoi dire?
  • Frequentava la stessa Università di Cecily, Meredith. Era sessualmente ossessionato da lei. Troverò le prove.

In uno scenario dai contorni che ormai andavano a toccare i fili dell’amore ritrovato e del ritorno al presente, l’ennesimo messaggio si infilava indissolubilmente nella maledetta porta della dimora di Aaron:

“Time to find out everything. The Answer is within you”

Charlton Amlie

Dustin Sharedown mi invitò al Westside per chiedermi nuove informazioni. Aveva bisogno di Michael Staniels nonostante la decisione di andare alla polizia. L’obiettivo era quello di proseguire in proprio con le ricerche, assieme ad Aaron e al mio prezioso ma ancora impercettibile contenuto, e contemporaneamente di mettere in moto le ricerche di Grammy Richards, il capo di polizia dalla vendetta facile. Sentivo che sarebbe presto arrivato il momento di rivelarmi ad Aaron Mithcell. Intanto, la stazione di polizia di Wellington Street divenne protagonista del colloquio tra i tre. Richards radunò la propria squadra e riferì loro dell’importanza del caso che veniva a prospettarsi, considerata anche l’amicizia con Dustin Sharedown. Il commissario Richards ci apparve sin dalle prime battute un tipo molto duro e competente, che avrebbe d’ora in avanti potuto fornire una qualificante ed indiscutibile mano alla causa.

 

Rileggere “Uno, nessuno e centomila” in una notte a Bologna

Rileggere “Uno, nessuno e centomila” in una notte a Bologna

Non ho ancora lucido ricordo di come m’accinsi un paio di giorni fa a riallacciare le personali inquietudini letterarie alla ‘nuova’ lettura di Uno nessuno e centomila, dopo averne avuto a che fare per la prima volta ormai circa sette anni addietro. E qualcuno sarà sicuramente pronto a chiedersi cosa possa collegare oggi il celebre personaggio di Vitangelo Moscarda all’attuale realtà italiana, oltre alla delicata alba di Bologna che si irradia di lucentezza in contemporanea al solenne finale di un romanzo che racconta il significato della vita ed ancor più le eternamente incomprese ed incomprensibili relazioni umane.

Nonostante non godessi di tantissime risposte sulla presunta logicità di tale contorto parallelo, l’idea fu quella di proseguire nella rivisitazione del romanzo, senza lasciarsi vincere dalla agevole strada dell’incompletezza. Quella che porta a rileggere un’opera a noi cara, ma solo qualcosa di quell’opera, poiché viene il tempo (prima o poi) di tornare alla realtà e a quella eterna battaglia che vede l’essere umano contrapporsi costantemente e tenacemente ai meccanismi del tempo e alla imposizione della modernità rispetto al precedente secolo.

C’è però una idea di evasione nell’opera pirandelliana ed ancor più nel protagonista, quel Moscarda in parte sentimentalmente insidiato prima e cancellato poi dal ‘rivale’ Gengè, che certo sarebbe in grado di richiamare un nuovo inno alla speranza rispetto alle avversità del corso degli eventi. Rispetto alla nostra posizione sociale, al contesto lavorativo ed al rapporto tra l’io e l’altro. Un rapporto spesso beffardo, da Pirandello efficacemente descritto nel senso di una incomunicabilità che si materializza lucidamente attraverso la constatazione dell’impossibilità di far corrispondere al vero una realtà oggettiva e di conseguenza inconfutabile.

Tutto comincia da una idea che quasi richiama un assurdo assunto non poi così assurdo. Quanto conta per l’essere l’aspetto esteriore, e correlativamente ad esso, l’idea che gli altri hanno di noi? L’esperienza del Moscarda, banchiere, usuraio a metà, marito infelice, mantenuto, ed amante successivamente consapevole, oltre che prototipo “forestiero di vita”, mostra come i meccanismi della follia possano innestarsi anche su convinzioni estetiche rigettate dalle visioni altrui. Meccanismi diabolici eppur presenti e fortemente reali, nonostante la realtà non possa essere circoscritta ad un oggettivismo a sua volta inesistente.

Eppure, sarà proprio la moglie Dida a dare inizio alla sfida esistenziale del Moscarda: una sfida che si fa prima corpo e poi (nuova) anima, al netto della perdita dell’uno a vantaggio del nessuno, in una rapida ma combattuta partita a scacchi nella quale i centomila cercheranno (invano) di professare l’inconfutabilità del proprio soggettivismo, con la pretesa che ciascuna di quelle verità non possa essere posta in discussione per la benché minima ragione. Qui entrano in gioco le debolezze ma anche le forze del personaggio pirandelliano, colpito dalla osservazione futile di una moglie che lo immagina come un Gengé sì pieno di difetti, ma perfetto per ella stessa e per la sua realtà, nonostante quel naso che pende a destra. Un naso irregolare e pertanto inaccettabile alla vista del Moscarda proprio perché mai notato dalla sua personale visione.

Comincerà anche da qui una profonda scissione sentimentale tra Vitangelo Moscarda ed il Gengè di Dida, vale a dire tra la realtà dello stesso Moscarda e la versione alternata ed alternativa di egli stesso, fornita dalla verità altrui. Dell’interlocutrice madre, della donna che ha deciso di sposare, prima di uno sprofondo esistenziale in grado di culminare con la rinascita dell’uno. Una rinascita continua ed a cui non può essere affibbiata alcunché, che sia un numero o un fatto o un nome. Una rinascita premiata dalla dissoluzione dell’io, e dunque dell’uno, con la proclamazione dell’unico elemento in grado di mettere d’accordo i centomila: il ripudio ed il rigetto universale del meccanismo della follia e della figura dell’insano mentale. Una follia che per la folla è semplice male, malattia da combattere e debellare con ogni mezzo, compreso l’internamento dell’usuraio non usurario, del marito non marito, della pecora nera ma figliol prodigo, del fedele ma adultero, eppur temibile alla luce degli interessi altrui in gioco.

Da Dida a Quartorzo e Firbo, ovvero gli amministratori intenti ad occuparsi degli affari bancari della famiglia, sino persino allo stesso Marco di Dio (insignito di una abitazione a gentile concessione del Moscarda nonostante la contrarietà degli amministratori), comincerà una sfrenata corsa alla ricerca di un oggettivismo che non esiste, ma che pur si aggrappa alla decisione in comunità di portare a termine personalistici interessi, come ben emerge dall’alleanza tra la moglie e gli amministratori, intenti a non perdere ricchezze precedentemente accumulate anche da presunte illiceità, come quella dell’usura.

Ormai emarginato dalle centomila versioni fornite dai ‘nemici’, non resterà che assistere alla futura resa del Moscarda , addolcita dalla liaison con Annarosa, venticinquenne amica della moglie, che cercherà di aiutarlo attraverso le confidenze ricavate dal desiderio altrui di cancellare il Moscarda stesso. Una relazione inedita ed inusuale, densa di un giallo corroborato da rivoltelle e riflessioni sul ruolo dei giudici e della giustizia, rispetto al confine tra innocenti e colpevoli.

La terminale ma non definitiva dissoluzione dell’io, determinata dall’anomalia del non poter vedersi vedere, frutto dell’impossibilità di conoscersi ed autodefinirsi, culmina nel totale abbandono verso tutto ciò che è cosa, fatto, nome o numero. Perché «la vita non conclude e non sa di nomi». E potremmo dunque essere alberi, come vento, o foglie o libro. Vagabondi, conoscitori del tutto ma al tempo stesso del nulla. Incapaci di afferrare noi stessi e di dare forma ad una visione realistica ed oggettiva, tendente alla collisione con la visione degli altri.

Il tragico labirinto ritmico della riflessione di Vitangelo Moscarda coincide con la follia ma anche con un desiderio di morte che poi in fondo desiderio non è, poiché si può morire ed al tempo stesso rinascere. Purché non ci si identifichi stabilmente in qualcosa, o in qualcuno che resti inconsapevolmente innamorato di una forma ma non di una sostanza. Di un’illusione e di una proiezione spesso non coincidente e pertanto avara di riferimenti realistici. A patto che una realtà esista davvero, considerate quelle centomila gemelle che rischiano di apparire come il nulla e pertanto come nessuno, in un gioco perverso e suicida cui non resta che reagire con un radicale estraniamento per mezzo di una magistrale alienazione umoristica. Restando «vivi ed interi» sì. Ma non più in sé, «ed in ogni cosa fuori». Non resta dunque che morire e rinascere, perché si può morire molto spesso ed anche appunto risalire. Come l’alba a Bologna, quando il mondo è pieno di promesse.

Terrorismo in Regno Unito: Lupo solitario o macchinazione complessa? Analisi sull’attentato di Manchester

Terrorismo in Regno Unito: Lupo solitario o macchinazione complessa? Analisi sull’attentato di Manchester

Editoriale de The Economist (11/05/2017) originale qui. Traduzione e sintesi di Francesca Del Vento.

I dettagli degli attacchi alla Manchester Arena stanno lentamente emergendo. Lo Stato Islamico ha rivendicato l’attacco. La polizia ha confermato che l’atto omicida è stato effettuato da un solo attentatore, che ha fatto esplodere l’ordigno imballato improvvisamente nella confusione del concerto. L’uomo è stato identificato come Salman Abedi, un ventiduenne di Manchester con origini libiche. È stato arrestato anche un 23enne in un sobborgo di Manchester connesso con il reato. Le immagini strazianti delle giovani vittime e degli spettatori dispersi sono state pubblicate on-line.

Il resto, fino ad ora, è solo supposizione. La scelta di destinare l’attacco durante un concerto pop ricorda la strage avvenuta al Bataclan di Parigi del novembre 2015. È diventata prassi operativa sia per lo Stato Islamico che per i terroristi ispirati ad Al-Qaeda che cercare di colpire i grandi ambienti ospitanti eventi che simboleggiano ciò che essi considerano la decadenza della cultura occidentale. Il fatto che molte delle vittime dell’attacco erano adolescenti non ha fatto che incoraggiare il gesto del carnefice, perché accresce notevolmente la sensazione di orrore.

L’unica nota positiva per le autorità britanniche è stata la mancanza di uomini muniti di armi automatiche, al contrario di quanto avvenne a Parigi nel cui caso si mirò anche a coloro che fuggivano dal primo attacco. Questo grazie agli stretti regolamenti britannici sulle armi da fuoco e alla mancanza di una complessa organizzazione.

Tuttavia questo non significa che l’attentatore fosse sconosciuto alle forze antiterrorismo britanniche o che egli abbia agito in solitudine. Il MI5, il servizio britannico d’intelligence interna, ha individuato circa 3.000 persone che si potrebbero considerare estremisti religiosi, ma ha le risorse per il monitoraggio costante di solo 40 di loro. La sorveglianza di un singolo sospetto per 24 ore impegna 18 ufficiali. Ci sono inoltre regole severe che determinano la longevità massima della sorveglianza intensiva.

Dati sulla convivenza del terrorismo nell'Europa Occidentale

Dati sulla presenza del terrorismo nell’Europa Occidentale

Di conseguenza, anche coloro che risultano essere altamente pericolosi possono facilmente scivolare fuori dal radar di servizi di sicurezza relativamente dotati come quello della Gran Bretagna. L’intensità della minaccia da gestire e affrontare è scoraggiante. Nei 18 mesi precedenti a marzo di quest’anno almeno 12 complotti terroristici sono stati sventati, secondo Dominic Grieve, presidente della Commissione Parlamentare Intelligence e Sicurezza.

Recentemente è stato fatto molto dai cosiddetti “lone wolf” (lupi solitari): individui che agiscono più o meno da soli utilizzando qualsiasi arma che possa successivamente incriminarli. Il 22 marzo Khalid Masood, un cinquantaduenne britannico convertito all’Islam, uccise cinque persone nel centro di Londra con una macchina a noleggio e un coltello da cucina. Il fatto che l’attacco di Manchester sia stato un bombardamento rende molto più probabile che l’autore sia stato aiutato. Anche se esistono numerosi siti web jihadisti con le istruzioni utili su come assemblare una bomba improvvisata, abbastanza piccola da poter essere nascosta nella cintura o nel gilet di un suicida e facilmente da disattivare in un momento di difficoltà.

Se l’attentatore di Manchester non faceva parte di una cellula terroristica che opera in Gran Bretagna, potrebbe aver acquisito altrove le competenze necessarie per compiere l’attacco. Circa 800 persone hanno viaggiato dalla Gran Bretagna con differenti motivazioni per combattere in Siria, e più di 400 di loro potrebbero essere ritornati. Alcune di queste potrebbero essere state addestrate per compiere attacchi di massa nei paesi di provenienza. Se questa descrizione riguardasse l’attentatore di Manchester significherebbe veder materializzato il peggior incubo dei servizi di sicurezza.

Si rifletterà inoltre sui tempi dell’attacco. Alcuni hanno notato che ha avuto luogo in occasione dell’anniversario dell’omicidio di un soldato britannico, Lee Rigby, avvenuto quattro anni fa in una strada nel sud-est di Londra. E ‘inoltre possibile che l’attacco mirasse a distogliere l’attenzione dalle elezioni generali dell’8 giugno, anche se in Gran Bretagna non c’è un partito di estrema destra che potrebbe trarre beneficio.

Questo non vuol dire che questo attacco non avrà alcun impatto sulle elezioni nonostante la sospensione temporanea della campagna elettorale. Le carenze di Theresa May, qualunque esse siano, dopo sei anni al Ministero degli Interni, possono plausibilmente presentarsi come quelle di un “primo ministro della sicurezza”. Al contrario, il leader del partito laburista all’opposizione, Jeremy Corbyn, ha un record come un simpatizzante del Esercito Repubblicano Irlandese e ha descritto i membri di Hamas e Hezbollah, nonostante siano considerati gruppi terroristici da UE e USA, come “amici”. I sondaggi hanno recentemente mostrato che la leadership della signora May sul signor Corbyn si restringe, a seguito del lancio della settimana scorsa di un manifesto conservatore impopolare. Con il terrorismo che torna a far notizia, cosa dovremo aspettarci?

I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Cronache dei Figli Cambiati

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