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Chi ha ucciso Cecily Burns – Chapter 1: A million little love letters

Chi ha ucciso Cecily Burns – Chapter 1: A million little love letters

Cupcake, 28/06/2101

Cara Cecily,

Saranno passati circa sei anni e sette mesi dalla tua assenza. Ti scrivo per dirti che mi sono perso. Che non ho alcuna volontà di reagire dinanzi agli eventi che la vita mi sta affidando. Sono rimasto stupidamente scioccato ed illuso dalla mia inconcludenza, convinto che uno stupido libro divenuto best seller avrebbe potuto ricollegarmi a te nonostante la tua perdita.

La mattina mi sveglio alle 9 in punto e guardo le tue foto. Non riesco a svegliarmi prima di quell’ora perché da quando sei svanita dinanzi al mio sogno non ho più avuto obiettivo alcuno. Continuo ad immaginare i tuoi nerissimi e sottili capelli, così deboli che avrei voglia di accarezzarli senza alcun freno. Come quando la vita ci sorrideva, e ci prestavamo ad inutili litigi sottoposti a commenti di gente indesiderata, fingendo di non amarci. E’ stata dura, questo lo so. Ti starai chiedendo perché racconto sempre la nostra storia ricominciando dall’inizio. Forse perché il tuo primo sorriso mi ha ricordato il tuo ultimo sguardo, prima di quel maledetto incidente iberico. Dovevamo cambiare vita io e te, dissolverci lentamente dagli spettri del passato, scacciare le nostre inutili ma apparenti resistenze.

Avremmo dovuto svelarci sin dal principio, senza passare la vita a rimpiangere il nostro terribile vuoto. Avremmo dovuto proteggerci senza alcuna remora, rendendo conto delle nostre paure concrete, ma che sarebbero divenute effimere se non avessimo configurato un disastroso futuro diverso senza la minima consapevolezza di quanto il nostro addio avrebbe potuto rovesciare drammaticamente le nostre vite.

Ho parlato con Dustin Sharedown la scorsa notte. Sono arrivato quasi alle mani perché ha cominciato a nominare ininterrottamente il tuo nome e ad urlare per tutto il locale che fossi ancora in vita. In realtà poi mi sono reso conto di star bene perché ho avvertito la tua presenza. Era come se fossi lì, come se fossi tu a sollecitare la mia attenzione per riprendere a respirare. Mi son sentito anche di morire, ed ho reagito senza alcun contegno. Non averti a mio fianco mi rende più debole, quasi totalmente inesistente.

E’ così che mi sono precipitato il giorno dopo nello stesso locale in cui la pettegola di quella stupida e drammatica città aveva pronunciato quasi inspiegabilmente il tuo nome, accusandomi di averti lasciato sola. Continuava ad urlare qualcosa di quasi indefinito adducendo racconti circa un mio presunto abbandono nei tuoi confronti. Ha continuato poi a confabulare qualcosa sulla dittatura di Mellby, di cui non ricordo e probabilmente non ricorderò mai.

La malattia mi sta erodendo, e non si intravedono ancora miglioramenti. Sto continuando a seguire la riabilitazione dinanzi al dottor Waterloo. Mi ha molto sorpreso la sua sensibilità, nel corso di questi anni difficili e quasi inesistenti. Come se non fossero mai esistiti, sì. Come se il tempo si fosse estinto.

Ma sembra tutto diventato maggiormente positivo. Perciò ho dovuto cercare Sharedown, perché l’unico motivo della mia esistenza mi era stato rispolverato quasi incautamente da un bislacco personaggio della città che abbiamo sempre odiato, che è poi la ragione per cui non riesca ormai più a nominare quel luogo. A prescindere dalla dittatura o da qualsiasi cosa che in fondo è lo stesso, perché per il mio attuale cervello tutto è uguale a qualsiasi cosa. Non ci crederai ma Sharedown mi ha aiutato. Mi ha fornito delle dettagliate ipotesi sulla tua esistenza. Sentire che sei ancora in vita mi tiene in vita.

Ad intuito, ricordo vagamente aver vissuto ciò che ti racconto dentro una classica sera di fine novembre. Fu un mese particolare, dominato da piogge interminabili ed un freddo che desiderava essere spento da un camino sofisticato e ben congeniato. I tanti clienti di quella sera cercavano confronto nei loro piaceri alcolici, da quelli più classici sino a quelli a dir poco contorti. Mi fermai lì per qualche ora, senza alcuna pretesa nei confronti di chi risiedeva in quel luogo colmo di rassegnazione.

E poi fu la volta di quel grossolano personaggio di Sharedown. Doveva essere piuttosto ubriaco per urlare pubblicamente la mia vita ad un pubblico assolutamente non interessato all’andamento dei fatti raccontati. Ciò che mi arrecò particolare fastidio fu dovuto alle intemperanze di Sharedown, che non esitava a rinfacciarmi il mio passaggio dalla clandestinità dello scrittore anonimo alla produzione di bestseller incentrati su un guadagno senza sentimento e realismo.

Certo, Sharedown conosceva il mio passato, poiché conosceva tutti. Doveva evidentemente preferire le mie precedenti vesti da ghostwriter, nonostante fosse inoltre a conoscenza del mio “contributo” politico ad una dittatura di cui ormai non parlava più nessuno. E’ una tendenza del ventiduesimo secolo: cancellare il corso degli eventi con le pretese del presente e di un ipotetico luminoso domani, fatto di macchine e deleghe erosive di un defunto e compianto senso di responsabilità.

Essere cittadini o semplici persone non presenta più differenze significative. E’ una delle ragioni per le quali vorrei tanto ritrovare il mio anonimato. Ma vorrei soprattutto ritrovare te. Sharedown mi ha dato un appuntamento. Mi ha promesso che dopo quella manciata di minuti tesi ad un egocentrico protagonismo avrebbe unito tutti i contorni di un puzzle fondato sulla tua ricerca. Non so più a cosa credere e mi sono reso conto di credere persino a Sharedown. Ma devo tentare. In un mondo che prova a cancellare qualsiasi cosa, riprendere a cercarti è forse l’ultima cosa che mi resta da fare.

Magari riuscirò anche a recuperare i ricordi dell’incidente e a mollare il dottor Waterloo. Ne ho abbastanza di squallide stanze contornate da gente irrecuperabile. Sto tornando Cecily Burns e anche se non fossi in vita scoprirò chi ti ha ucciso portandoti via dai miei traguardi. Voglio ricongiungermi a te e scrivere un nuovo romanzo. Qualcosa di autentico, che mi faccia dimenticare l’effimera fama dello scrittore modello, idolatrato da una società in cui tutto si era previsto, tutto perfetto. Perdonami per tutto il resto, ma ormai è passato e possiamo ricominciare da capo. E’ uno dei rari vantaggi dell’esistenza dell’essere umano.

Aspettami

Con amore,

Sir Aaron Mithcell

Kendrick Lamar: DAMN. e l’onnipotenza del rap

Kendrick Lamar: DAMN. e l’onnipotenza del rap

Ricordo quando eri indeciso
E abusavi dell tua influenza.
A volte ho fatto la stessa cosa:
Ho abusato del mio potere, pieno di risentimento.
Risentimento che si è trasformato in una depressione nera.
Mi sono trovato a urlare in una stanza d’albergo.
Non volevo autodistruggermi,
Il male di Lucy1 era tutto attorno a me.
E così sono corso via in cerca di risposte.

Kendrick Lamar, Alright.

 

Ormai l’industria artistica vive di hype e periodicamente rivolge i suoi occhi in maniera adorante ad un artista. Tutti, gli addetti ai lavori, la stampa, la scena specifica in cui l’artista si colloca ne tessono le lodi per poi girare gli occhi e, a cadenza mensile, adorare qualcun altro. Altre volte la adorazione è giustificata, accompagnata da artisti ed opere il cui status più che un riconoscimento, sono il giusto tributo da pagare per ciò che riescono a fare e dire con i loro linguaggi, qualsiasi essi siano. E’ il caso di Kendrick Lamar, che pochi giorni fa ha pubblicato il suo nuovo album: DAMN. E a giustificare ciò ci sono le mosse di marketing di cui il rapper di Compton non ha fatto a meno, rilasciando a fine marzo il primo singolo, HUMBLE., che ha fatto salire le aspettative dei fan.

L’artista losangelino ha dato alle stampe quello che personalmente ho trovato uno dei più bei album del 2015, To Pimp a Butterfly: l’album è musicalmente eccelso, dove la sezione musicale sfocia nel free-jazz e ha ispirato Blackstar, l’ultimo album di David Bowie, parola del produttore storico Tony Visconti. I testi partono da alcune riflessioni molto intime di Kendrick, non è un mistero sia nato da un periodo di forte depressione ma si allarga così tanto da riflettere in un disegno sempre più ampio il rapporto col denaro, il potere politico e la sua relazione con la comunità nera. L’artwork, che è sempre importantissimo nella cultura rap, ha il suo punto di forza nella copertina, che vede un gruppo di ragazzi neri davanti alla casa Bianca che stappano bottiglie e mostrano “verdoni” sul cadavere di un giudice.

La foto è stata scattata da Denis Rouvre, sotto la supervisione di Kendrick Lamar e Vlad Sepeltov, che ha anche curato l’artwork di DAMN.

Pochi album rivendicano il ruolo sociale e l’orgoglio nero quanto To Pimp a Butterfly, la Casa Bianca non è un posto scelto a caso, gli edifici del potere americano come la stessa Casa Bianca, il Campidoglio, sono stati costruiti infatti da afro-americani schiavi e non. Due anni fa inoltre eravamo ancora nell’era Obama, un presidente che mai come nessuno ha aperto le porte agli artisti neri (tra cui lo stesso Lamar) chiamandoli in causa per riflettere insieme sulla riforma della giustizia.

                                    Uno scatto della visita di Kendrick Lamar nello studio Ovale.

La genialità di Kendrick Lamar sta nella costruzione: i suoi testi hanno migliaia di riferimenti, che passano dalla cultura di massa alla religione senza dimenticare il suo legame con Los Angeles e in particolare la zona di Compton. E il disegno si amplia quando si passa ad analizzare l’album: l’opera è concepita come un  “concept album”, racconta una storia attraverso i brani, pieni di collegamenti e autoriferimenti. Per capire bene la magnificenza dell’opera di Lamar bisogna quindi viaggiare con lui nei suoi brani, parola dopo parola.

BLOOD.

 

Anche DAMN. racconta una storia, che racchiude al suo interno le confessioni del rapper, che si mischiano alla storia che racconta. Il disco si apre con un BLOOD., un interludio, ossia una parte che di solito è all’interno dell’album e contiene una traccia parlata: il rapper ci racconta di aver visto una vecchia non-vedente per strada ed essersi avvicinato per aiutarla. La vecchietta però lo spara.
Un inizio del genere lascia di stucco ma se c’è un modo di seguire K-Dot (il soprannome di Kendrick) è solo attraverso i testi e gli indizi nascosti nei suoi versi.

Ma c’è un interrogativo che Kendrick pone a chi ascolta, anche se a posteriori sembra più una domanda rivolta a se’ stesso: deve riconoscere quale indole si nasconde dentro di sé, se quella di un uomo debole, schiavo dei suoi vizi ma nonostante la natura di peccatore, di indole buona oppure quella di un uomo malvagio. Questa dicotomia guida la comprensione e le due facce della personalità del rapper di Los Angeles che emergono a fasi alterne.

Metaforicamente la vecchia rappresenterebbe, usando una simbologia che risale al Deuteronomio, le conseguenze che portano alla dannazione, e in base alla scelta tra l’obbedienza a Dio o la ribellione al suo messaggio, spiega i due destini possibili a Kendrick: vita o morte.

DNA.

 

In DNA., probabilmente una delle vette dell’album a livello metrico, ritorna il tema dell’orgoglio black che però viene anche criticato adottando una visione a tutto tondo di ciò che ne circonda la cultura: Kendrick adotta il concetto del DNA vedendo se stesso e il suo sangue come immagine per il popolo afroamericano, il suo sangue contiene la regalità, di cui Lamar risale al significato etimologico citando la radice della parola negus: negus, è un vocabolo etiope che può significare sia Imperatore nero che regalità.

Non ha paura nel dire che ha la cocaina nel sangue, per i trascorsi di suo padre e addirittura paragona la sua nascita all’Immacolata Concezione per il ruolo che ha, sia per la scena rap americana che per la comunità nera.

YAH.

 

Il motivo religioso però esplode in YAH, dove cerca di allontanarsi dalla politicizzazione a tutti i costi della sua musica, preferendo vedersi come promotore di un messaggio di amore. Kendrick si identifica con la visione religiosa degli israeliti di colore: questa comunità vede gli afro-americani, i neri e i latino-americani come i discendenti delle tribù di Israele e per questo, essendo gli Israeliti i prescelti da Dio, lui li punirà per le loro iniquità, riferisce Kendrick attraverso una telefonata del cugino che cita una profezia contenuta nel Deuteronomio.

FEEL.

 

Un altro dei motivi ricorrenti e forse il più difficile da affrontare ed elaborare per lui, è la negatività con cui affronta la sua vita e che è alla base di una conclamata ed ammessa depressione. In FEEL. Kendrick diventa intimo e confessa di essere il suo stesso peso sulle spalle, ammette una disillusione fortissima per gli amici che non si son dimostrati tali, la paura per chi verrà dopo di lui, in quanto sente che partirà in una condizione di forte svantaggio economico e sociale, di chi lo guarda dall’alto in basso per capire perché ce l’abbia fatta. In To Pimp a Butterfly, la depressione era stata esplorata in “u”, dove Kendrick aveva detto di aver scelto “la strada, l’alcool e le troie” (cit.) riferendosi allo stile di vita in tour. Qui si esplorano le conseguenze: Lamar rimpiange la scelta rinchiudendosi nell’isolamento più totale. Il bersaglio, a metà del brano si sposta e ad essere sotto torchio ci va l’America, dove i neri vengono uccisi (non a caso, Alright di Kendrick è stato uno dei  brani simbolo di Black Lives Matter) o costretti alla strada da un sistema economico esclusivo, e alla contemporaneità, riempita di inutilità e gossip.

(Kendrick mentre si esibisce ai BET Awards del 2015, foto di Christopher Polk, Getty Images)

LUST.

 

In LUST., c’è un’analisi sul vizio come rappresentativa del mondo umano, in cui Lamar immerge anche se’ stesso. Il ritornello in cui domina la frase “I need some water” rievoca il bisogno di purezza a cui Kendrick aspira nonostante il mondo pieno di peccato che lo domina e lo strozza. L’immagine metaforica dell’acqua è stata utilizzata con lo stesso intento in un’altra opera nera che quest’anno è stata lodata, ossia Moonlight.

Bisogna vedere l’evoluzione di questi pezzi come dei piccoli passi che avvicinano la testa di Kendrick a quel proiettile sparato all’inizio del disco.

XXX.

 

In XXX, brano che vede la collaborazione degli U2, se nella prima strofa c’è un K-Dot che scivola ancora di più nel peccato, incitando un amico il cui figlio era stato ucciso per un debito di gioco ad una vendetta violenta, la seconda strofa è una dichiarazione lucidissima dell’America, impaurita e aggressiva, al termine della presidenza Obama e con lo spettro Trump alle porte: ricordiamo che il giorno in cui è uscito il disco, l’America ha sganciato la MOAB in Afghanistan.

Ave Maria, Gesù e Giuseppe,
La grande bandiera americana
È piegata e avvolta di esplosivi.
Disordine compulsivo, figli e figlie,
Quartieri barricati e confini.
Guardate quello che ci avete insegnato!
Ci sono morti sulla mia strada, sulla vostra strada, nei vicoli,
Negli uffici di Wall Street.
Banche, impiegati e boss con
Pensieri omicidi; Donald Trump è il presidente,
Abbiamo perso Barack e ci siamo promessi di non dubitare mai più di lui.
Ma l’America è onesta? O ci stiamo crogiolando nel peccato?

DUCKWORTH.

 

La chiusura dell’album è quasi nietszcheana, mostra un disegno ciclico, tutto basato sul rapporto tra vita e morte. DUCKWORTH racconta di come il padre di Kendrick e Top Dawg, al secolo Anthony Tiffith, il patron dell’etichetta discografica del rapper si conobbero: Ducky, Lamar Sr. lavorava in un KFC ed era a conoscenza dei giri in cui Top Dawg era immischiato. Per scongiurare qualsiasi illecito violento, era p solito offrire pane e pollo in più quando Tiffith visitava il negozio. Sarà questo a far sì che nella rapina al KFC, Top Dawg non sparerà al padre di Kendrick, lasciandolo libero.

La decisione cambierà totalmente le loro vite: grazie a questa decisione, la catena degli eventi porterà innanzitutto Kendrick ad avere un modello paterno che eviterà il suo coinvolgimento nella criminalità e nelle gang che avrebbero potuto portarlo alla morte. E Top Dawg avrebbe potuto essere arrestato, di conseguenza non avrebbe fondato la etichetta discografica che ha messo sotto contratto Kendrick a 15 anni. La traccia, che si interrompe con degli spari, vede tornare la voce di Kendrick nel finale, che ripete il primo verso dell’album, che introduce l’incontro con la vecchia cieca, mostrando la natura ciclica e contraria dell’album.

Come una moneta lanciata verso il soffitto. Testa, vivi. Croce, muori.

 

Con Kendrick Lamar, il rap ha raggiunto un nuovo livello di trama. Divisa, costantemente in bilico, che rispecchia la personalità dicotomica del suo creatore. DAMN. è immagine e somiglianza di Kendrick. E’ una estensione allegorica del suo cervello. E’ una metafora in costante evoluzione, da psicanalizzare. E’ la sua storia, filtrata e adattata per connettersi ad un tempo, ad un luogo specifico e soprattutto a noi che ascoltiamo.

 

 

 

note:

1) Lucy si riferisce a Lucifero, soggetto dell’album e simbolo delle tentazioni terrene che causano conflittualità nella psiche dell’autore.

Breve guida alla lettura di Pasolini

Breve guida alla lettura di Pasolini

Siamo disposti ad accettare lo spirito di natura che ci compone e completa? Facendo la tara al celebre conflitto natura e società, non si tratta di un’apologia del modello del buon selvaggio, ma di comprendere quanto siamo disposti a rinunciare a ciò che siamo diventati: uomini sociali.
Questo interrogativo e simili accompagnano la lettura dei testi di Pier Paolo Pasolini.

Poligrafo, artista, regista. Drammatico, carnale, e qualche altro attributo ugualmente concitato, e dello stesso tenore emotivo. Sconvolgente scrittore del Novecento, Pasolini è uno di quegli autori che merita frasi nominali concise, asindeti molteplici capaci di cogliere, in una complessa rassegna di aggettivi, l’essenza, in realtà ineffabile, di una personalità creativa che scelse l’inafferrabilità quale cifra significativa della sua produzione. Inafferrabilità non come intenzionale desiderio intellettuale di produrre qualcosa di incomprensibile e fortemente esoterico, ma come improvviso impulso dei sensi.
Pasolini non destina i suoi testi a un gruppo di iniziati, piuttosto parla alla nostra pancia, espressione infelice per indicare qualcosa di indefinito che potremmo tradurre come istinto, qualcosa che inerisca lo spirito di natura.

Troppo complessa l’esperienza del testo Petrolio, opera incompiuta dello scrittore di Casarsa, che della contraddizione natura e società incarna forse la ferita più profonda. Nello spazio delle prossime righe, l’esperienza dei versi pasoliniani ne Le Ceneri di Gramsci, poemetto incluso nella raccolta omonima del 1957.
E ci offendono i versi di Pasolini, penetrano senza alcuna parafrasi. Arrivano dritti e senza alcuna analisi retorica, chiedono di essere ascoltati. Ci accorgiamo che lettura e comprensione (almeno nei suoi significati essenziali) non richiedono alcuno sforzo ermeneutico. L’angoscia, la miseria, il vizio dell’ideale e la purezza della carnalità. E quando nulla rimane a difenderci, allora non resta che ascoltare.

Forse rivoluzione è la risposta, l’improvvisa e inafferrabile sensazione che stavamo cercando.
La rivoluzione non è che sentimento insegna Pasolini. E la comprensione dell’esperienza sortita dalla lettura pasoliniana sembra passare da qui: dalla rivoluzione che rappresentiamo, che ognuno di noi in diversa misura incarna, dalla rivoluzione che osserviamo negli altri, e da quella che rifiutiamo.

Tu giovane, in quel maggio in cui l’errore era ancora vita, in quel maggio italiano che alla vita aggiungeva almeno ardore, quanto meno sventato e impuramente sano dei nostri padri- non padre, ma umile fratello – già con la tua magra mano delineavi l’ideale che illumina (ma non per noi: tu morto, e noi morti ugualmente, con te, nell’umido giardino) questo silenzio.

Non un rivoluzionario da Canzone del maggio. Pasolini ci ricorda un accezione differente di rivoluzione: quella delle viscere, dell’anima (qualunque cosa essa significhi). È la rivoluzione estrema della carne, la radicale richiesta di natura dell’io sociale.

E se mi accade di amare il mondo non è che per violento e ingenuo amore sensuale così come, confuso adolescente, un tempo l’odiai

È la rivoluzione dei sentimenti che passa attraverso una narrazione partecipata e ferita che ci sbigottisce e ci lascia attoniti. È il racconto di un unica condizione: quella umana. Radicale e priva di sfaccettature. Non spregiudicatezza, ma ricerca della viscerale, forse non esperibile, sostanza che ci appartiene. L’Es freudiano? Probabile.
Ma è poi così contraddittoria la natura? Quanto l’equazione natura=bassi istinti ha ostacolato la comprensione di ciò che per contrasto è stato rigettato, o forse semplicemente tralasciato per abitudine? E quanto tale equazione corrisponde al reale?

Mi videro dentro una luce viva: mite, violento rivoluzionario nel cuore e nella lingua.

Quanto siamo disposti ad accettare la nostra luce viva?
Autore: Alba Cagnina

Hanno ammazzato Gramsci, Gramsci è vivo!

Hanno ammazzato Gramsci, Gramsci è vivo!

Scrivere e parlare di Antonio Gramsci, o anche solo riassumerne l’essenza, evitando banalità o superficialità, non è affatto un compito semplice. “Chi è Gramsci? Cosa è stato? Perché è importante ricordarlo?” In queste brevissime domande molteplici si nascondono gli argomenti su cui è possibile riflettere.

Per parlare di Gramsci ho ritenuto opportuno, con un’analisi personale e totalmente spontanea, far riferimento al titolo di una canzone di Francesco De Gregori. Il cantautore nel testo citava un certo Pablo, e ritornano frasi come “parlava strano e io non lo capivo”, “il padrone non sembrava poi cattivo”, “il pane con lui lo dividevo”, ed alludeva ad un uomo di sinistra che aspirava a coinvolgere tutti nella sua causa, ma che il protagonista, a causa della sua ignoranza, non riusciva a capire.

“Hanno ammazzato Pablo, Pablo è vivo” ricorda anche la frase di Ernesto Che Guevara: “sparami, ucciderai solo un uomo”. Come per dire che Pablo è stato ucciso ma le sue idee restano vive. Come l’essenza di Gramsci.
Lui è morto  ma i suoi pensieri sono rimasti vivi e lo stesso vale per le sue lezioni che sconfinano al di là dell’uomo comunista che fu. Non esiste solo un Gramsci politico…

Questa sua ubiquità negli anni successivi alla sua morte, si percepisce dai testi di scienze politiche, antropologia, linguistica, pedagogia, cinema e letteratura fino agli atenei delle università che vanno dal Pacifico all’Atlantico. A ottant’anni dalla morte (1937) proprio il suo lessico l’ha portato ad essere tra i pensatori italiani più citati e tradotti al mondo.

Lemmi come egemonia; società civile; rivoluzione passiva; concetto di classe sono oggi presenti nei dibattiti politici del partito spagnolo Podemos e di altre sinistre nel mondo. Negli USA, dov’è fortemente apprezzato, è stato installato da Thomas Hirschhorn il “Gramsci Monuments” nel South Bronx. In Cina dopo gli anni in cui il suo pensiero è stato condannato per “idealismo” è stato tradotto e studiato, nonostante gli evidenti problemi lessicali. Nei paesi arabi I quaderni dal carcere sono applicati alla comprensione dei movimenti degli ultimi anni da studiosi costretti all’esilio.

Leggere i testi politici del leader sardo in quest’era di post-verità e di post-ideologia, che fortemente condiziona i pensieri e i risultati elettorali, fa presupporre che molto ci sia ancora da dire e da fare.

Ne La città futura l’11 febbraio 1917 scriveva “Odio gli indifferenti”. Questo sentimento è giustificato dal paragone dell’indifferenza accostato all’abulia, il parassitismo e la vigliaccheria. Per Gramsci l’indifferenza non si ferma ad essere un peso morto della storia, ma finisce per operare inconsciamente fino a sconvolgere i programmi e i piani meglio costruiti fino a rovesciarli.

L’indifferenza strozza l’intelligenza abbattendosi sulle masse che abdicano a loro volta, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare.

Il suo pensiero è vivo nell’attualità della lotta contro le disuguaglianze e della complessità dei processi di modernizzazione, argomenti che spesso sono stati tacciati di anacronismo. È presente nella nozione di egemonia politica e culturale, che oggi nelle sue carenze coinvolge in particolar modo le democrazie occidentali, se si tiene conto della corruzione nella società civile. È presente anche nei discorsi pieni d’odio, nella circolazione delle false informazioni e dall’espressione pubblica di risentimenti razzisti. Dato di fatto è il demagogo che oggi sostituisce la figura del leader politico. Bisogna sempre ricordare che per Gramsci il softpower dell’egemonia culturale non dura senza l’hardpower del controllo delle risorse economiche.

“Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?”

Dietro le parole di quest’uomo cosa c’è? Perché continuiamo a studiarlo? Forse per necessità e/o voglia di fare una riflessione rigorosa? Probabile! A maggior ragione  nell’epoca dove i pensieri di pancia sono i più forti. Questo è un richiamo non solo alla sua figura, ma anche al desiderio di recuperare quel pensiero politico non violento che oggi pare perduto.

Il titolo del mio articolo è frutto di un personale pensiero casuale e non vuole assolutamente alludere alla pubblicazione di Giovanni Zanardelli; Hanno ammazzato Gramsci, Gramsci è vivo; Prospettiva Editrice; 2017.

Ho letto per legittima difesa

Ho letto per legittima difesa

Ho letto per legittima difesa quando intorno non c’era più spazio per creare. Tra quei caratteri neri ho scoperto la bellezza di nuove conquiste, conquiste libere e consapevoli capaci di dare nuova forza a desideri ormai abbandonati.

Ho letto per legittima difesa quando quel grigio opaco non bastava più, ho dovuto cercare nuovi colori per dare un senso e nuovo sapore alle risposte mute che non sapevo più capire.

Ho letto per legittima difesa e ho scoperto che tra quelle pagine al profumo di carta c’erano pezzi di me, lasciati qua e là, ho trovato la meraviglia poi quando ho visto nei miei giorni i segni di una bozza lasciata sempre aperta, una pagina ancora da delineare.

Mi sono innamorata tra quei versi e ho proiettato quelle immagini su persone e luoghi, tra paesaggi e sorrisi, nei lineamenti della gente ho trovato quel ritmo, un suono diverso, una melodia che ora non posso più ignorare.
E ogni volta che ho scelto di allontanarmi da quelle pagine ho sento quella strana esigenza, un rumore dentro, il bisogno di tornare. Fosse quasi rifugio, fosse quasi necessità.

Ho scritto poi per legittima difesa quando gli sguardi e i gesti non potevano più trovare un senso e le parole hanno cominciato a spingere al posto mio, avevano loro per me il bisogno di diventare segno, di diventare realtà, di diventare inchiostro nero su carta rigata.

Ho tradito per me stessa quei libri che non potevo più finire, vedendo così crollare le aspettative proprie di chi immagina ombre sempre più grandi di quel che in verità sono.

Come una metafora costante di quel che era e quel che sarà.

Ho letto e ho scoperto luoghi, ho vissuto vite e sentimenti, storie e immagini con una intensità alla quale poi non si può più rinunciare.

Ho anche corso il rischio di perdermi tra quelle righe, tra quei nomi, tra quelle epoche lontane e quegli autori così vicini, tra quelle lunghe lettere, tra le poesie ritmate e alcuni versi scritti male.

Perché sapete, le aspettative che crea la lettura sono ben lontane dalla banalità di chi aspettative non ha.

E forse questa non è altro che una mia dichiarazione d’amore alla parola, quella forza strana, quel motore inarrestabile, quel confine instabile tra la propria realtà e quella degli altri. La parola, quella libera di distruggere e creare, rimanere fissa nel tempo immutata e costante e non sa sbiadire e non può cancellarsi ma diventa, nello stesso tempo in cui nasce, già memoria.

Cosmiana Lenoci

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