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Dottore, dottore del buco del cul: un anticonformismo conformista (e fuori moda)

Dottore, dottore del buco del cul: un anticonformismo conformista (e fuori moda)

C’è un periodo nella vita di ognuno di noi capace di mandare in crisi le nostre convinzioni, le nostre usanze e perfino i nostri costumi: parliamo chiaramente della proclamazione di laurea. Ed è momento ancor più difficile realizzare di aver ‘terminato’ le proprie fatiche professionali, consapevoli di ritrovarsi inglobati nel goliardico conformismo più irritante e desolatamente banale.

Questo ‘goliardico ed irritante conformismo’ al quale tutti (me compreso) veniamo costretti è il momento della proclamazione di laurea. Corone e allori, bischerate e lanci di qualsivoglia prodotto, ma soprattutto l’incubo degli incubi: la canzoncina del dottore.

 

«Dottore, dottore, dottore del buco del cul. Vaffancul, vaffancul!»

Ammetto di aver provato un estremo imbarazzo al mio primo appuntamento di laurea (da spettatore). Osservo infatti i festeggianti canticchiare tale motivetto con incredibile e smisurata soddisfazione, nemmeno attendessero tale momento da una vita, ancor più del festeggiato stesso. Ma al tempo stesso mi son detto: studierò la questione, analizzando origini e ragioni di tale conformistico accaduto.

Dove nasce dunque la canzoncina giovanile più sputtanata al mondo? Pare che l’assunto storico di base sia riconducibile al XVI secolo: alcune storie parlano infatti di pergamene rinvenute, risalenti al Medioevo, nelle quali si attesta la presenza del motivetto, già cantato ai neolaureati nel periodo di riferimento. Addirittura, in alcuni regni l’usanza era ritenuta fastidiosa al punto di essere punita con 5 frustate al volto.

Nella mia ricerca emergono anche leggende di derivazione fascista: un motivo meraviglioso e straordinario per combattere il momento nel quale toccherà a me. Già avverto attorno gli 88 gradi in smoking, nella meravigliosa estate milanese, tra alcolici e smog, mentre mi ritrovo pronto a porre l’altolà ai festeggianti: «Fermi lì, alla mia laurea non si canta. Tanto meno una simile cazzata». Consolatevi su, balleremo tutti assieme Gabbani (mi attrezzerò per l’acquisto di scimmie personalizzate sulla base delle attitudini di ogni singolo festeggiato).

Ci eravamo fermati, prima del mio classico divagare, al XVI secolo. Cosa accadeva esattamente ai neolaureati durante e dopo la cerimonia della ‘liberazione’? In quegli anni, era ritenuta comune tradizione la partecipazione ai festeggiamenti della cittadinanza intera. Si prenda come esempio Padova, nella quale si intratteneva una cerimonia alla presenza del Vescovo in piazza Duomo. Messa solenne, addobbi alla cattedrale di riferimento, corona d’alloro, scettri, corone: il tutto alla presenza di Istituzioni come Rettore, Podestà, Nationes, al fine di creare una atmosfera solenne e di riconoscimento professionale.

Tali riferimenti riconducono poi al rito del cosiddetto ‘papiro’, che prenderà forma a Padova tra l’Ottocento e il Novecento dando vita a riti tutt’altro che solenni, ora attuali ed in contrapposizione alla ‘solennità del passato’. Un vero e proprio cambio di rotta rispetto al passato: già, ma per quale motivo?

Una teoria potrebbe essere quella del rovesciamento rispetto alla serietà borghese, ricordando al laureato come in realtà potrebbe cambiare ben poco, ed invitandolo inoltre a restare se stesso nonostante il risultato conseguito. Problema è che ormai questa ‘risposta anticonformista’ pare aver davvero raggiunto i limiti della propria popolarità: di sicuro, parliamo di cerimonie tutt’altro che gradite a chi scrive.

Si aggiunga inoltre come l’odierna tradizione non fosse ben vista trent’anni addietro, essendo considerata una pseudo goliardia di destra, oltre che eccessivamente frivola e no-sense. Nonostante ciò, contrastare questo rito oggi pare impresa ancor più ardua del ritrovamento di un lavoratore retribuito senza voucher.

Non è forse tempo di reagire a questa ‘umiliazione’? Comunque vada, nessuno alla mia laurea canterà ‘Dottore, dottore’. Almeno quel giorno, lasciatemi il diritto di godere della effimera felicità della nostra esistenza: prestate attenzione alle vostre (future) intenzioni, perché sono persino disposto a sollecitare Change.org.

Namasté!

(Il presente articolo è ironico ma neanche troppo)

L’universo de “Una giornata particolare” di Ettore Scola

L’universo de “Una giornata particolare” di Ettore Scola

Una giornata particolare è il film del 1977 di Ettore Scola. Adesso, non starò di certo qui ad elencare i vari premi e riconoscimenti e nemmeno a fare l’ennesima recensione lunga e celebrativa della pellicola. Di fondamentale importanza, a mio parere, è tracciare un’analisi dei dettagli più importanti, alcuni anacronistici, scelti dalla regia per migliorare la contestualizzazione del film.

Scola colloca all’interno di un momento storico di grande rilevanza un microcosmo condominiale romano. Il 6 maggio 1938, data dell’ufficiale incontro a Roma tra Hitler e Mussolini, viene aperta una minuscola parentesi sulla vita di Antonietta (Sophia Loren) e Gabriele (Marcello Mastroianni). Lei è una casalinga ignorante e dedita al partito, moglie di un impiegato statale fascista, e lui un ex-voce EIAR (ente italiano per le audizioni radiofoniche) destinato ad essere confinato perché omosessuale. Il film, con questa “giornata particolare” come sfondo, è stato il primo in Italia ad aver affrontato il tema dell’omosessualità.

MACROCOSMO

Benito Mussolini, Adolf Hitler e Vittorio Emanuele III. Immagine da una rivista militare del 6 maggio 1938

Benito Mussolini, Adolf Hitler e Vittorio Emanuele III. Immagine da una rivista militare del 6 maggio 1938

La scena d’apertura con le immagini del cinegiornale dell’istituto Luce sulla settimana di Hitler in Italia, arrivato dal Brennero e diretto a Roma dove l’aspettano l’omologo italiano, il re Vittorio Emanuele III e il conte Galeazzo Ciano, mostra il contesto nel macrocosmo. Hitler, già dittatore, dopo aver destituito il precedente comandante ha assunto da pochi mesi il comando supremo delle forze armate tedesche e ha annesso alla Germania: l’Austria, i territori cecoslovacchi e i Sudeti.

Entrambi i dittatori godono di un momento di pieno consenso dal popolo e di lì a poco avrebbero portato i paesi alla catastrofe già con la successiva proclamazione delle Leggi Razziali. Il Papa Pio XI si ritira a Castel Gandolfo e fa chiudere i musei vaticani per tutto il periodo della                                                                                      visita.

MICROCOSMO

Sono quasi le 6 di mattina; la cinepresa entra nell’appartamento di Antonietta che si sta apprestando ad accendere le luci e a svegliare marito e figli che dovranno prepararsi alla parata fascista. La giornata particolare è cominciata…

Sophia Loren in una scena dal film una giornata particolare

Sophia Loren in una scena dal film “una giornata particolare”

Il figlioletto adolescente di Antonietta canticchia “La Jugoslavia ha detto che la Dalmazia è sua.. e noi je risponnemo ma li mortacci tua!”. La canzoncina si riferisce al territorio (oggi croato) che sbocca a nord del mar Adriatico. Fu motivo di propaganda fascista e del malcontento italiano perché il Regno d’Italia l’avrebbe ottenuta con la sigla del Patto di Londra dall’Austro-Ungheria dopo l’ingresso nella grande guerra. Si parlò di Vittoria Mutilata italiana perché al termine della grande guerra non fu permessa l’annessione completa, a causa del principio di autodeterminazione dei popoli. Questa fu una delle ragioni che portarono alla marcia su Roma e all’occupazione italo-tedesca nella seconda guerra mondiale di quella parte di Jugoslavia.

Nei primi dialoghi un altro dei figli spiega alla mamma che ha perso il suo “Pon Pon”. Suo padre lo rimprovera per aver utilizzato un termine straniero. Gli dice di italianizzare la parola (in ponpono) o di sostituirla con un corrispettivo in italiano. L’italianizzazione è stato un processo volontario o forzato, di assimilazione culturale e linguistica in Italia. Durante il ventennio furono italianizzati non solo i vocaboli ma anche i cognomi degli stranieri residenti e la toponomastica.

I due protagonisti in una scena di una giornata particolare

I due protagonisti in una scena de “una giornata particolare”

In un paio d’ore il condominio si svuota come un formicaio per la grande parata dei Fori imperiali ed emerge subito un dettaglio anacronistico. Antonietta rimasta in casa sospira che “di mamma [purtroppo] ce n’è una sola – poi con lo sguardo sul disordine aggiunge – ma qui ce ne vorrebbero tre: una che pulisce; una che sistema la cucina e la terza, io, che si rificca a letto” e subito intona il ritornello di Mamma di Beniamino Gigli che però uscirà 2 anni dopo.

E’ con la fuga del pappagalletto domestico che si incontrano i due protagonisti. Gabriele che fino ad un attimo prima meditava di suicidarsi con una Beretta 1922, di probabile diffusione civile, soccorre Antonietta ed improvvisamente risollevato inizia a scherzare, accenna passi di rumba con lei e le offre in dono I tre moschettieri di Alexandre Dumas. Lei riconosce il romanzo perché ricorda la trasmissione radiofonica dell’EIAR ma Gabriele le ricorda che la trasmissione si chiamava i quattro moschettieri, una visione parodistica del romanzo. Tra le altre citazioni radiofoniche nei dialoghi spuntano fuori 2 importanti nomi: Guido Notari un annunciatore, di cui si sente anche la voce alla radio estratta da un documentario dell’epoca sull’incontro dei dittatori dato che i nastri originali sono stati perduti, e Alberto Rabagliati, l’interprete di Baciami Piccina che ogni lunedì sera andava in onda con Canta Rabagliati.

Il personaggio di Mastroianni afferma di essere scapolo e di pagare la tassa sul Celibato. L’imposta mirata agli over-25 fu introdotta dal regime, poi abolita da Badoglio nel 1945, per spronare i matrimoni e le nascite e ne segue poi la critica:“come se la solitudine fosse una ricchezza”. Antitetica è l’altra protagonista che invece spera di ottenere la medaglia d’onore per le madri di famiglie numerose, degli incentivi economici dedicati alle famiglie con più di 7 figli.

Una giornata particolare scena sul terrazzo

Una giornata particolare, scena sul terrazzo

Di fondamentale importanza sono i dettagli che emergono sulle analoghe condizioni degli omosessuali. Alcuni che mascheravano l’orientamento dietro un certificato medico che attestava la non-omosessualità rilasciato dopo umilianti analisi altri destinati al confino e lavori in miniera a “Carbonia”. La scelta di collocare il film nel 1938 fa capo alle propagande fasciste contro gli omosessuali durate dal 1936 al 1939.

E’ come se il regista avesse tagliato sagittalmente la Roma del 1938, facendoci toccare ed assaporare, grazie all’imponente cascata di dettagli importanti e non, il “recinto” claustrofobico della sfera pubblica e privata dei cittadini marginali o emarginati (che fossero omosessuali o madri, poco importa, data la condizione di “eterne scolare da premiare con stelline” delle seconde) che si ritrovano a vivere, insieme all’Italia intera, una “giornata particolare”

Domenica Letteraria – In un angolo sperduto di un mondo rotondo

Domenica Letteraria – In un angolo sperduto di un mondo rotondo

Quante volte ho pensato di voler avere una seconda occasione, quante volte ho pensato “e se..?”. Ho visto strade infinite dipanarsi, scenari, palcoscenici e possibilità. E voi, cosa sareste disposti a dare in cambio di un rewind? Cambiereste qualcosa oppure terreste tutto intatto, esattamente com’è?
Io mi sono ritrovata a cercare passanti, figure, ricordi, in ogni angolo un angolo sperduto di un mondo rotondo.

E se potessi, mi chiedo,
scegliere di non conoscerti più
se un angelo, o demonio, chissà
mi offrisse invitante il tempo
che abbiamo avuto e mi porgesse
la spugna per detergerlo
(ogni attimo di bellezza e sangue
candeggiato, inesistente)
se potessi darti via
come un libro che non voglio leggere
(ma come le parole, saresti ancora
sottopelle, come eco irrefrenabile)
se potessi dare tutto quel tempo
per averne dell’altro, nuovo di zecca
forse si, io ci venderei
supplicherei quel diavolo per sentire
il tuo sguardo nero avvolgermi come
inchiostro per una seconda prima volta;
forse io ci venderei
per tutto quello che non ho,
ma stai sicuro che persino nel più
lontano angolo sperduto
di un mondo rotondo
io ti troverei.
Se solo, sussurrai,
se solo potessimo essere
di nuovo sconosciuti.

E se potessi- Illustrazione di Carlo Di Stasi

E se potessi- Illustrazione di Carlo Di Stasi

I See You: l’evoluzione catartica degli XX

I See You: l’evoluzione catartica degli XX

 

“When you think the night has seen your mind
That inside you’re twisted and unkind
Let me stand to show that you are blind
Please put down your hands
‘Cause I see you”

Velvet Underground- I’ll be your mirror

 

I see you. Il titolo del nuovo lavoro degli XX è rubato direttamente dalle mani di Mr. Lou Reed e suona come un vero e proprio monito, un patto interno alla band, costituita da un triumvirato londinese. Cosa ti succede quando il tuo disco d’esordio vende due milioni di copie, vinci il Mercury Prize a 20 anni, dopo pochissima gavetta nella periferia di Londra? Gestire un successo tale a quell’età senza venirne travolti è quasi impossibile e questo ha sicuramente influenzato Coexist, il secondo album. Gestirne l’influenza e le conseguenze è quello che più ha influenzato quest’ultimo lavoro.

Molte recensioni parlano di un disorientamento nel momento in cui si sono approcciati alla nuova fatica del trio. Spingere il tasto play, ascoltare 30 secondi di “Dangerous” a cassa dritta e con le fanfare è effettivamente quanto di più diverso rispetto allo stile etereo a cui gli XX avevano abituato.

Per fare un paragone con l’illusionismo, il pubblico si è abituato alla promessa che gli XX avevano fatto: prendete due voci grandiose che si commistionano alla grande, gli arpeggi di chitarra studiati per fondersi con la raffinata produzione e le basi di Jamie e otterrete il sound caratteristico dei primi album. Chiunque pensasse che non ci fossero stati cambiamenti e la formula rimanesse identica ha avuto però molti indizi per abituarsi a un cambio di stile così radicale. Il primo indizio è stato l’album solista di Jamie: In Colour. L’album, accolto benissimo dalla critica e dal pubblico, ha trasformato di fatto Jamie in un nome noto al grande pubblico, mentre Romy ha collaborato, uscendo di fatto dalla comfort zone stilistica degli XX, con nomi come Ryan Tedder degli One Republic.

 

4 anni di distanza e il fatto che i tre si siano divisi per lavorare in maniera distaccata testimoniano comunque delle difficoltà univoche nel processo creativo che in realtà sono un riflesso di un momento difficile nella vita soprattutto di Romy e Oliver Sim, entrambi cantanti, una chitarrista e l’altro bassista della band.

L’album è stato registrato tra Marfa, Texas (il video di On Hold, primo singolo tratto da I See you è un omaggio alla città), l’Islanda e Los Angeles. Los Angeles doveva essere parte di un processo di relax e divertimento, cercando di mettere quelle sensazioni su nastro. In realtà, le situazioni son andate un po’ oltre, ci sono stati degli screzi anche col loro produttore a causa di episodi come l’after-party del compleanno di Miley Cyrus: i ragazzi del gruppo hanno invitato un sacco di gente nella loro villa in affitto ad Hollywood, in generale ci sono stati troppe feste che hanno distolto il gruppo dal lavoro. Dopo questo periodo, Jamie tornò in tour per il disco solista e Romy a Los Angeles a lavorare con altri autori. Oliver trovò conforto nella bottiglia, che di fatto lo accompagnava da due anni, passati a festeggiare i successi della band tra feste e alcol.

Non è un caso che in questo periodo, Oliver abbia lavorato a canzoni come Replica. Il punto di vista da cui Oliver affronta la dipendenza è molto interessante: il nostro stile di vita è influenzato in maniera genetica, quindi siamo condannati a compiere determinate azioni o queste sono frutto di nostre scelte? (They all say I will become a replica/Your mistakes were only chemical/25 and you’re just like me/Is it in our nature to be stuck on repeat?/Another encore to an aftershow/Do I chase the night or does the night chase me?).

Oliver Sim, via Instagram

 

Non è neanche una coincidenza il fache nelle canzoni in cui canta Romy si esplori l’idea del lutto, avendo perso la madre a 11 anni e il padre a 20 anni, mentre era in tour per il primo album. Il tema è forte in questo album, pensiamo a “Brave for you”, una sorta di lettera che esprime come in ogni cosa che faccia, il ricordo dei genitori sia vivo, soprattutto nell’approccio dal vivo ( And when I’m scared/I imagine you’re there/Telling me to be brave/So I will be brave for you/Stand on a stage for you/Do the things that I’m afraid to do).

Romy Madley-Croft con Oliver e Jamie, foto di Tony Cenicola

I see you è il primo album dove le voci non sono due ma tre: Jamie ha usato dei campionamenti, ne parla come se questi fossero la sua voce, oltre ad essere il modo in cui è riuscito a guidare il lavoro degli altri due componenti per la prima volta. Al posto di lavorare sulle basi dopo aver letto i testi o le melodie di Romy e Oliver, per la prima volta ha presentato lui la base con i campionamenti (è accaduto ad esempio per Lips, che campiona Just di David Lang, una canzone presente nella colonna sonora di Youth, ultimo film di Paolo Sorrentino) e gli altri due hanno dovuto costruirci il testo sopra. E lo schema ricorre in On Hold, che campiona un successo degli anni ’80, “I can’t go for that(No, can’t do)” di Hall & Oates, ma l’uso dei sample che Jamie fa diventa molto chiaro nella bonus track, “Naive”. Naive è un’ammissione molto sincera di Sim, che mette in un testo quello che non riusciva ad ammettere per un certo periodo ai suoi stessi compagni di band (“Everyone’s trying to save me/Can’t they see I’m having fun?/Something’s wrong but I choose to be naive) e in risposta c’è un campionamento di Jamie, che sampla Drake e in risposta gli dice “that’s the wrong thing to do”, quasi parlando dall’alto di una sicurezza e di una maturità ormai totalmente acquisita.

Il disco si chiude con “Test me” che come “Our Song”, il pezzo di chiusura di Coexist, parla apertamente delle dinamiche interne alla band. Oliver durante la sua battaglia ha avuto dei forti dissapori con Romy, questo perché, ha spiegato in varie interviste, sapeva come e cosa dire per ferire i suoi sentimenti e arrivare ad un punto di rottura. Nonostante tutto, la canzone parla proprio di quanto se le radici di un legame sono forti, anche nei momenti più difficili, questo sopravviverà a qualsiasi momento complicato (Test me/See if I stay/How could I walk the other way?).

 

Le difficoltà hanno portato ad un disco che si preannuncia tra i migliori del 2017 e ad una catarsi personale attraverso i brani che lo compongono. Nonostante il difficile periodo che ha caratterizzato la lavorazione, gli XX si sono evoluti aprendosi apertamente al pop ma mantenendo un’estrema raffinatezza negli arrangiamenti.
Come se non bastasse, una settimana fa, ospiti a “Che tempo che fa”, hanno annunciato che dopo la data sold out di lunedì 20 febbraio, saranno in Italia per due nuove date, a Firenze e al Rock in Roma rispettivamente l’8 e il 10 luglio.

E dal palco, riescono finalmente non solo a guardarsi e a vedersi tra di loro, ma anche a vedere molto bene il pubblico.

Le lancette della Storia e le anime perdute

Le lancette della Storia e le anime perdute

Come se tutto si fosse fermato. Accade che, quando le lancette della Storia comincino ad intonare le note della dissolvenza di un ciclo, tutto sembra essere perduto. Per sempre, come se quel pezzo di storia non fosse mai esistito o rischiasse di non mostrare la propria valenza futura ed il proprio significato di fondo. Ci si sente smarriti ed indifesi, persi nell’inconsistenza di una (in)adeguata rappresentanza politica. Ci si guarda allo specchio impauriti, persino increduli dinanzi ad avvenimenti epocali.

 

E’ così che il 1989 ha decretato la caduta della Sinistra, poiché tecnicamente ancorata ad un blocco mondiale che si era contrapposto allo strapotere del capitalismo. Lo spartiacque a cavallo del nuovo millennio. Il tentativo di ripristinare l’identità dissolta appunto dalla storia stessa e dalla vecchia politica (quella che contava, prima dell’avvento della finanza).

 

Mai come in quel momento la domanda dei giorni a venire sarebbe stata: «Che cosa vuol dire oggi essere di Sinistra?» Come quando un figlio o una figlia perdono un genitore (e viceversa). Come quando si perde chi si ama. L’inizio dell’anno zero: «Cosa sono adesso? Cosa farò senza di loro?»

 

Le lancette di quella Storia tornano così a farsi sentire, come se la loro recente assenza non fosse mai avvenuta. Lancette sempre rimaste lì, a risuonare nella generale incertezza del mondo della Sinistra Italiana (e non solo). Perché quella perdita di identità politica si è concretizzata successivamente in tutte le situazioni partitiche interne. La riorganizzazione della Sinistra sotto l’Ulivo e Romano Prodi aveva inscenato una falsa risoluzione attraverso un contenitore di anime smarrite e desiderose di abbandonare una deludente solitudine dopo catastrofi nazionali (Mani Pulite) e internazionali (fine del ‘secolo breve’).

 

Ma a legare queste anime, paradossalmente, concorrerà (e forse ancora oggi) il grande e temuto avversario: la Destra e Silvio Berlusconi. Certo, il terremoto di Tangentopoli racconta al nostro Paese molto più di un evento come la caduta del comunismo, portando al decesso della democrazia bloccata e del quarantennio DC. L’unione delle nuove anime diverrà così presto concreta. Quasi senza che nessuno se ne rendesse conto. Saranno i tempi della ‘ricostruzione’ politica (mentre la Storia già cominciava a far assaporare l’amaro odore del declino dei partiti di massa).

 

Difficile che dunque un progetto azzardato possa durare nel tempo. Il prezzo politico è ben presto stato pagato: la vittoria elettorale in cambio di una instabilità governativa. E Prodi uno e Prodi due. Boom, per un motivo o per l’altro, ecco la Sinistra schiacciata definitivamente da se stessa nonostante una guida ed un freno all’antiberlusconismo. Poi il Pd, nell’arco di dieci anni intensi e travagliati. Che sia dunque questo un nuovo racconto o semplicemente la fine dell’ennesima storia raccontata ma mai realmente venuta a luce?

 

Parlare di Sinistra in Italia sta ormai divenendo qualcosa di claustrofobico o al contrario di irrisorio. Basti pensare all’innumerevole presenza di partiti e partitini per rendere l’idea di una situazione disastrata e disastrosa, ormai incline al capolinea prima di essere spazzata dalla destra e dal grillismo. Sinistra italiana, Possibile, ConSenso, Campo Progressista, Socialisti, Rifondazione e interminabili sigle riconducibili al post-comunismo, quasi a decretare indissolubilmente la caduta del Comunismo stesso.

 

Tutti lì presenti, ma con una differenza sostanziale rispetto al passato: nessuna alleanza con il principale partito del Centrosinistra. Nessuna alleanza con la demoniaca figura di Renzi. Questo è il cambiamento della sinistra post-comunista: incapace di tenersi in piedi, forse perché consapevole di dove si andrà a sbattere, ripetendo esperimenti di una certa complessità. Incapace di condividere la propria identità, la propria vocazione e cultura di provenienza. Un campo di idee non più capace di camminare e di trovare casa. Eternamente indecisa circa il crearne una nuova (tanto per cambiare).

 

E’ la fine del tutti ‘insieme per vincere’, del grido prodiano ‘abbiamo vinto’ e dell’onesto pareggio bersaniano. Certo, resta il ‘si fa quel che si ha ma si fa per tutti’. Ma si ripresenta spesso, puntuale come orologi ben congegnati, il lato peggiore: l’appigliarsi al termine Sinistra con qualche discorso a base di anti-renzismo. Come se anche qui, le lancette della storia si/ci riportassero al ventennio berlusconiano e alla altrettanto mai nata Seconda Repubblica. Come se ‘Sinistra’ fosse parola senza concetto, contenente senza contenuto, precario presente senza passato né futuro.

 

E mentre ‘partiti e partitini’ bisticciano sul chi nutre più Sinistra nel proprio corpo, i cittadini rischiano di ritrovarsi totalmente evaporati da quel concetto, vittime di un pasticcio che devasta progetti politici e spiriti riformistici. Ma saranno proprio le anime politiche a dover ricercare il congiungimento con la propria base elettorale. Con un progetto di identità e condivisione: altrimenti per la Sinistra non resterà che l’eterno anno zero, o forse nemmeno quello. Le lancette della storia vanno percepite ed ascoltate. Ignorarle equivale al suicidio politico.

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