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La vendetta di Lenin: Vladimir Putin troverà difficile conciliare il passato rivoluzionario della Russia con le sue ambizioni zariste.

La vendetta di Lenin: Vladimir Putin troverà difficile conciliare il passato rivoluzionario della Russia con le sue ambizioni zariste.

Il centenario della rivoluzione Bolscevica del 1917 sarà estremamente imbarazzante per il presidente della Russia, Vladimir Putin. Da un lato il Cremlino ha restaurato così tanti simboli ed istituzioni sovietiche che difficilmente può ignorare il mito cardine del governo sovietico. Dall’altro lato, Putin prova una forte avversione per le rivoluzioni, in particolare per quelle che abbattono regimi imperiali autoritari. Inoltre, i commenti mondiali circa l’organizzatore della rivoluzione, Vladimir Ilyich Lenin, non ultimo in una recente ondata di biografie, inviteranno a riflessioni sul suo omonimo dei giorni nostri. Nel 2017 aspettatevi un Putin che si esibisce in capriole intellettuali col fine di combinare la guida anti-imperialista di Lenin con la sua personalissima ambizione di restaurare l’ordine imperiale.

Il lascito di Lenin ha avuto i suoi alti e i suoi bassi dalla più tarda era sovietica. Nel 1980 Mikhail Gorbachev e i suoi sostenitori, molti dei quali erano i figli dei vecchi bolscevichi vittime delle purghe di Stalin, hanno portato avanti le loro riforme liberali sotto lo slogan del ritorno ai principi leninisti. (Il loro Lenin aveva poco a che fare con l’uomo che ha promosso la guerra civile e il terrore nel suo paese). Gorbachev, come altri leader sovietici, ha trovato nel fondatore dello stato bolscevico la legittimazione al suo operato. Come Dei, camminerebbero nel mausoleo di Lenin (l’Underworld) e si arrampicherebbero sulla sua cima (un Olimpo). Da qui potrebbero osservare parate militari e marce di mortali che portano i loro ritratti (icone).

Per contrasto, Boris Yeltsin ha presidiato la disintegrazione dell’Unione sovietica e ha respinto il regime comunista per un fatto di principio e politiche. Nonostante la sua popolarità a picco, rigettare pubblicamente l’era comunista gli ha assicurato la ri-elezione.
Ma Putin fa poche distinzioni fra Russia imperiale, sovietica e post-sovietica. “Cos’era l’Unione sovietica?” ha chiesto nel 2011. “E’ essenzialmente la stessa Russia, solo chiamata diversamente”. Seguendo il suo sogno di ricostruire il potere statale e di conservare il controllo su Ucraina e Bielorussia-le principali parti costituenti l’Unione Sovietica- Putin ha ignorato Lenin e riabilitato Stalin. Per lui, la differenza fra i due, era la loro attitudine nei confronti dello stato russo e della sua eredità imperiale.

Nella versione di Putin della storia, mentre Lenin ha condotto una lotta contro la Russia imperiale e ha rigettato la sua fede Ortodossa, Stalin è ritornato all’idea di impero, ha rimesso in moto il nazionalismo russo e ha strizzato l’occhio alla chiesa. Stalin ha consolidato le risorse del paese e ha restaurato il sentimento patriottico, il ché ha portato alla vittoria sovietica nella seconda guerra mondiale, usata come il più grande evento in grado di legittimare lo stato corrente. (Il feroce attacco di Stalin ai contadini russi, al clero e all’intellighenzia è tralasciato da questa narrazione).

Ma il centenario della rivoluzione è un evento troppo grande da coprire. All’inizio del 2016 un insegnante della Russia meridionale, della zona di Astrakhan, ha chiesto a Putin come interpretare la rivoluzione bolscevica per spiegarla al meglio ai suoi studenti: “ La sua posizione a riguardo è molto importante per noi.”

La risposta di Putin: lui un tempo non era solo un membro del partito comunista ma anche un ufficiale del KGB (comitato per la sicurezza dello stato, ndt) : “lo scudo e la spada del partito”. A differenza di molti, ha detto, non ha mai distrutto la sua tessera del partito: “Mi è piaciuta l’idea alla base del comunismo e del socialismo, e mi piace tuttora”. Il suo più grande disaccordo con Lenin verte sull’organizzazione da parte di quest’ultimo della Russia come un’unione di repubbliche etniche con diritto di auto-determinazione. Dando loro il diritto di uscire dall’Unione Sovietica, ha detto Putin, Lenin “ha piantato una bomba atomica” sotto le fondamenta della Russia.

Putin vede sé stesso come un restauratore delle storiche terre della Russia, un nuovo zar. In una cerimonia recente Vladimir Zhirinovsky, un politico veterano con un eccellente intuito sulla direzione in cui il vento sta soffiando, ha recitato l’inno della Russia imperiale, “Dio salvi lo Zar”, a Putin.

Ma il regime di Putin, che ha trasformato la Russia in uno stato centralizzato dalla federazione del 1990, non è più in grado di risolvere le crescenti contraddizioni economiche e politiche del paese di quanto lo fossero gli zar. La Russia oggi è pronta per delle riforme quanto lo era sotto Nicola II nel 1917. Putin spera che facendo sposare il passato Sovietico e quello imperale possa preservare il nucleo dell’impero russo ed evitare il destino della monarchia. E, nel mentre che l’economia ristagna e la megalomania di Putin peggiora, i fantasmi della rivoluzione bolscevica stanno diventando inquieti. Lenin potrebbe permettersi un sorriso.

Fonte: http://www.theworldin.com/article/12595/lenins-revenge?fsrc=scn%2Ffb%2Fwi%2Fbl%2Fed%2F
Traduzione a cura di Silvia Fortunato

I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Cronache dei Figli Cambiati

…e fu così che vinse Donald Trump: la prima settimana da presidente

…e fu così che vinse Donald Trump: la prima settimana da presidente

Quando ci ritroveremo a raccontare nei prossimi anni le elezioni americane del 2016 sicuramente concluderemo il nostro racconto con una frase simile a quella del titolo. Una frase che può essere ironica e celare al suo interno anche un forte rammarico e risentimento. Eppure l’8 novembre il magnate Donald J. Trump è riuscito davvero a diventare il 45° Presidente degli Stati Uniti d’America nella totale incredulità dei sondaggisti e analisti internazionali che davano per vinta Hillary Clinton. Tutti sono rimasti stupiti tranne i Simpsons che l’avevano predetto. Le immagini in diretta del 20 gennaio di Trump hanno riportano alla mente la stessa data del 2009 in cui Barack Obama portò negli States e la sua voglia di cambiamento ma questa volta i giardini presidenziali non sembravano animati dalla stessa atmosfera di festa delle scorse cerimonie. Questa prima settimana è andata così:

Cerimonia Trump

Cerimonia d’inaugurazione per Trump immagine da washingtonpost.com

«I PRIMI 3 GIORNI» Il giorno precedente all’insediamento i newyorchesi hanno organizzato un sit-in di protesta chiamato “We Stand United” proprio sotto la Trump Tower. Il giorno successivo diverse manifestazioni gemelle hanno coinvolto molte città dello stato, alcune poi sfociate in violenza. Infine, il terzo giorno, c’è stata la pacifica Women Rally, la marcia femminista formata da donne e uomini di tutte le generazioni e nazionalità estesa fino in Europa coinvolgendo anche le femministe cinesi per contestare la xenofobia del neo-presidente.

Logo dell'Obamacare immagine da New York Post

Logo dell’Obamacare immagine da New York Post

«OBAMACARE» Lo smantellamento dell’operato di Obama è subito iniziato. Trump, come ha promesso in campagna elettorale, ha firmato subito il decreto contro la riforma sanitaria nota come Obamacare, la prima delle riforme dell’ex-presidente, per sostituirla con una propria a vantaggio del libero mercato e della competitività. Questa riforma è stata sempre contestata dai repubblicani e dai cittadini già assicurati in sostanza perché concedeva dei sussidi statali per acquistare o migliorare una copertura sanitaria a discapito proprio del libero mercato e libera concorrenza del settore sanitario. La riforma era dedicata alla piccola fetta di cittadini in difficoltà che non avendo un lavoro non disponeva di una copertura assicurativa.

Ambasciata USA a Tel Aviv immagine da lavoixdeceluiquicrie

Ambasciata USA a Tel Aviv immagine da lavoixdeceluiquicrie

«AMBASCIATA A GERUSALEMME» Questa è la mossa che nessun Presidente USA aveva mai osato avviare dalla creazione di Israele. L’amministrazione Trump ha subito annunciato il piano per spostare l’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme. Il posizionamento-schieramento dell’ambasciata a Gerusalemme o Tel Aviv sta ad indicare il riconoscimento o meno della legittimità dei rispettivi paesi. Per i palestinesi infatti questo spostamento significherebbe l’accettazione da parte di Washington dell’occupazione israeliana della parte palestinese della città e nessun paese vi ha mai collocato la propria rappresentanza dall’altra parte. Inoltre questa mossa potrebbe innescare nuovi eventi destinati ad ostacolare il processo di pace.

Mappa della Trans-Pacific Partnership immagine da Vox

Mappa della Trans-Pacific Partnership immagine da Vox

«TPP» Ritirato anche uno dei più grandi accordi commerciali mai sottoscritti. Il Partenariato Trans-Pacifico (Trans Pacific Partnership), siglato da dodici paesi delle due sponde del Pacifico, è stato fortemente voluto da Obama che lavorò diplomaticamente per due anni proprio a causa del governo di Tokyo. Il suo testo è stato firmato, alla fine del 2015, ma è stato attualmente archiviato dal nuovo inquilino della Casa Bianca. Senza gli Stati Uniti questo accordo è inutile ma molti analisti vedrebbero in questa archiviazione un vantaggio per il Giappone o per la Cina.

Stato attuale sul muro con il Messico immagine da Avvenire

Stato attuale sul muro con il Messico immagine da Avvenire

«MURO CON IL MESSICO» È stato il principale argomento della campagna elettorale. Nella scorsa settimana è saltato il bilaterale previsto per martedì con il presidente messicano Enrique Peña Nieto perché rifiuta di pagare a proprie spese il muro voluto da Trump. The Donald non punterebbe solamente una barriera fisica al confine ma le sue ambizioni vorrebbero anche un muro politico ed economico tra i due paesi rinegoziando l’accordo di libero scambio tra Canada, USA e Messico, il Nafta. Ci sarebbe anche la possibilità di una tassa del 20% sulle importazioni dal Messico che servirebbero a coprire i costi della costruzione del muro.

L'oleodotto DAPL sulle acque della tribù dei Siux immagine da Washington Post

L’oleodotto DAPL sulle acque della tribù dei Siux immagine da Washington Post

«OLEODOTTO SULLA TERRA DEI SIUX» Firmati i due ordini esecutivi per permettere la costruzione dei due controversi oleodotti precedentemente bloccati da Obama il Keystone e il Dakota Access. Quest’ultimo era stato al centro di una controversia con i nativi americani Sioux che aveva mobilitato un movimento di protesta a Standing Rock denunciando il fatto che nel caso di incidenti l’oleodotto, che passa sotto la loro riserva, rischia di inquinare le falde acquifere del fiume Missouri.

Incontro tra Theresa May e Donald Trump immagine da The Telegraph

Incontro tra Theresa May e Donald Trump immagine da The Telegraph

«INCONTRO CON THERESA MAY» Donald Trump e Theresa May sembrano d’accordo su tutto: commercio, lotta all’Isis, persino sulla Nato. Lui elogia la Brexit lei spera in una nuova collaborazione bilaterale. Ricordano gli anni 80 di Ronald Reagan e Margaret Thatcher. Ma c’è un grosso problema che rischia di rovinare tutto: si chiama Vladimir Putin. È un passaggio delicato: “gli Stati Uniti cancelleranno le sanzioni economiche a carico della Russia?” Chiede uno dei giornalisti alla conferenza provocando un’inevitabile imbarazzo a causa delle differenti posizioni sull’argomento. Trump risponde “Troppo presto per parlarne, non conosco Putin. Non posso garantirlo, ma penso che potremo cominciare un grande rapporto. Stati Uniti e Russia possono combattere insieme contro l’Isis, che è il vero male. Una buona relazione con la Russia, con la Cina e altri Paesi sarebbe una cosa positiva“.

Trump firma gli ordini esecutivi al Pentagono immagine da Diario Las Américas

Trump firma gli ordini esecutivi al Pentagono immagine da Diario Las Américas

«CONGELATA L’ACCOGLIENZA» Nel weekend è stata congelata l’accoglienza per 120 giorni e stop all’ingresso dei cittadini di sette paesi musulmani per 3 mesi. L’obiettivo di “proteggere il Paese dall’ingresso di terroristi stranieri” è l’ultimo dietrofront delle politiche della precedente amministrazione. Questa di Trump è stata una settimana piena e nonostante sia sicuramente troppo presto per azzardare conclusioni o previsioni sul futuro del paese e del sistema internazionale già si sente prepotentemente “l’olezzo” delle intenzioni isolazioniste.

 

Domenica Letteraria – Quarto (tentativo di) romanzo, che poi è un racconto

Domenica Letteraria – Quarto (tentativo di) romanzo, che poi è un racconto

Ho deciso di scrivere un romanzo. È una cosa che immagino venga in mente a molti nel corso della vita e più volte nella vita. Questo per me è il quarto tentativo: la prima volta avevo provato a raccontare la storia di un vampiro inglese, di nome Raven Nightmare, ma poi, avendo esaurito le idee ed essendomi trovato a fronteggiare una trama troppo ingarbugliata, lasciai perdere. La seconda volta, anni dopo, uscivo da un’intensa relazione e mi era sorta la voglia di raccontare le vicissitudini di Adrian: un giovane scrittore tormentato, che si sarebbe dovuto suicidare alla fine del romanzo, per poi rinascere come bambino fra le braccia della donna che aveva amato; tuttavia, per quanto mi fosse caro Adrian e i suoi occhi d’oro, lasciai perdere: non sopportavo più l’oscurità che gravava sul suo personaggio e sull’intera narrazione.

C’era poi il terzo tentativo, quello che più mi era dispiaciuto abbandonare: Giacomo Pagusa, detto Jack, un ragazzo un po’ fesso e dalla parlata biascicata, che si ritrovava ad incontrare Cristo e poi il diavolo, dopo essere scappato di casa con il primo treno passato in stazione. Interruppi la storia perché anche in quel caso mi ritrovai a non aver più idee, ma adesso, che mi ritrovo nuovamente a scrivere, mi chiedo se non sia il caso di disseppellire qualcuno dalla sua fossa.

Pensandoci un poco, mi rendo che conto che Raven appartiene alla mia fantasia infantile, variamente influenzata dalle mode di quel tempo; Adrian invece è la personificazione di un dolore di cui ormai ho chiuso le ferite e non sarebbe giusto fingere che ci sia ancora; ma lui, Giacomo Pagusa detto Jack, pare che batta le mani contro il coperchio della bara e insista perché lo faccia uscire. Quasi me lo sento nell’orecchio, che mi dice con la sua “s” che sibila “Andiamo amico, fammi uscire, si schiatta di caldo qua dentro!”.

E sia, dissotterriamo il vecchio Jack. Si spala un po’ di terra ed ecco che il coperchio vola via con un calcio. Lo aiuto ad uscire, quello sbuffa, si spolvera i calzoni con una mano e con l’altra si gratta un po’ la testa.

-Oh, ce l’hai na sigaretta? Pare un secolo che non fumo. – mi chiede

-Ehm, sì, tieni. – gli rispondo, pensando “Ti pareva”.

-Grazie, capo.

-Niente, niente. Senti, io e te dovremmo metterci d’accordo per una nuova storia, guarda, sul taccuino mi sono segnato qualche idea-

A quel punto il Pagusa mi rivolge un’occhiataccia.

-Che stai scemo? Così appena ti cambia l’idea in quella tua zuccaccia mi rificchi lì dentro, scordatelo!

Rimango ammutolito, prima, poi provo a balbettare qualcosa … ma alla fine mi rendo conto che ha ragione.

-Ascolta, mi dispiace. Purtroppo tendo a non finire le cose che inizio, ma stavolta sarà diverso, te lo assicuro. Stavolta lo porto a termine!

-Eh no, non me freghi, caro mio. Io me ne vado!

Prova a camminare qualche passo, poi si ferma e si volta verso di me.

-Oh, là! Perché non ci riesco? Che me pija?

-Ascolta, te lo dico. Se con te non finisco una storia, da qua non te ne puoi andare tu e non me ne posso andare io, a meno che non ti rimetto sottoterra.

-E pecché mo’ sta cosa?

-Non lo so, è così e basta. Non ci posso fare niente.

Jack sbuffa di nuovo. Sembra voglia urlare. Se potesse mi prenderebbe a pugni, ne sono sicuro.

-Allora, vuoi ascoltare questo quattro idee?

-Prima dammi un’altra sigaretta.

Scocciato dalla sua scrocconeria, ma fermo e deciso nei miei intenti, gliela do. Lui la accende con tutta calma e quando ha fatto, provo di nuovo a parlargli di ciò che avevo in mente.

-Aspetta, aspe, ma sei proprio sicuro di volerla fare sta roba? Che se poi come l’altra volta mi fai pensà che sono libero e dopo un paio di mesi mi rinchiudi di nuovo è pure peggio. Tanto vale che mi ci rificco adesso e tanti saluti.

Dio, l’ultima volta tutte queste storie non le aveva fatte, penso, ma è evidente che dobbiamo trovare un compromesso. Ci penso un po’, mi scervello, mi gratto la testa come gli piace fare a lui, ed ecco che l’idea mi arriva come un pizzico sul braccio.

-Guarda, facciamo così: non iniziamo subito con qualcosa di lungo. Che ne dici di un racconto breve? Un raccontino piccolo piccolo?

Jack si morde un labbro, sta zitto un poco e poi chiede.

-Tipo che racconto? Cosa dovrei fare? Che storia è?

-Una roba da niente per cavarci fuori da questa situazione. Magari quello che stiamo facendo adesso.

-Uhm, non mi pare malvagia come idea.

-Già, non pare.

-Ma dovrei dire qualcosa. Che a furia di parlare così stiamo a temporeggià.

-Eh, lo so … ma che si può dire? Non mi viene in mente niente.

-Ma come?! Sei te lo scrittore e non te passa nulla per la zucca?

-Ehi, sei anche tu uno scrittore, sai. Ti avevo immaginato che scrivevi, ricordi?

-E pure tu tieni ragione. Aspe che magari n’idea m’è venuta.

E allora il Pagusa tira un bel respiro, chiude gli occhi, li riapre, accenna a parlare ma poi mi chiede.

-Che ce l’hai un’altra sigaretta?

-Ancora?!

-Eddai che devo raccontà na storia, fammi dare il contegno da cantastorie.

-I cantastorie fumano?

-Questo cantastorie sì.

-Ma non ti fa male fumare così tanto?

-Ma che stai a di’. Mica posso morire de cancro se non mi ci fai morire te.

-Già, alle volte mi dimentico che non sei reale.

-O magari sei te a non essere reale. Ammolami sta sigaretta dai, siediti per terra che ora me siedo pure io.

Il Pagusa si infila la sigaretta in bocca, la accende con un gesto e soffia una voluta di fumo nell’aria che ci divide. Dietro quella nebbiolina grigia i suoi tratti paiono cambiare un poco: la sua espressione si fa un po’ più seria, negli occhi vedo qualche guizzo d’oro e nella sua voce avverto un tono più cupo e raschiato. La sua parlata semi-dialettale svanisce, lasciando il posto a un italiano più solenne.

“Difficile immaginare che qualcuno possa raccontare com’è finito alla tomba, poiché quello è un letto dal cui sonno la gente non si ridesta più. Ma sono uno di quei pochi fortunati che può farlo, che da quella scatola di legno ci è uscito oltre ad esserci entrato. Ero calato nella mia storia, mi trovavo nella città di Limbo: un mucchio di case storte, progettate da un architetto strabico e governata dalla creatura più particolare che avessi mai avuto modo di vedere. Poteva sembrare un uomo dal suo aspetto, un uomo persino elegante, con il suo frac e il bastone con il pomo di testa di capra, con il cilindro calcato in testa sotto cui si scioglieva una lunga cascata di treccine, simili alle liane di una palude. Denti bianchissimi e puntuti, in contrasto con la sua pelle color ebano.

I suoi occhi, nelle rare occasioni in cui li vidi (poiché portava sempre un paio di occhialetti neri e rotondi), erano un vuoto senza fondo in cui si agitavano iridi animate d’un fuoco infernale, chi avesse indugiato troppo in quello sguardo si sarebbe ritrovato con l’anima schiantata, preso da un puro e genuino terrore.

Il suo nome era Hilel, poteva vedere contemporaneamente il passato, il presente e il futuro, ma non di rado gli capitava che questi s’accavallassero e si sovrapponessero, generando confusione. Difatti al nostro primo incontro mi chiese se per caso non venissi da una colonia terrestre su qualche pianeta non ancora esplorato dall’uomo. Hilel mi accolse in città o in paese o come lo si voglia chiamare, conobbi sua moglie Salome’: che invero era la più bella donna che avessi mai visto, e mi assegnò come guardia del corpo una zanzara trasformata in donzella (Limbo era un posto pericoloso).

La mia prima notte fu anche l’ultima e la passai nel vecchio albergo gestito da Edipo. Ricordo che prima di addormentarmi fui cullato dalla voce di una ragazza, seduta al ciglio di un balcone, chissà dove in quell’alveare di scale, legno e polvere. Cantava una canzone amara, cantava di chiamarsi Ofelia; avessi avuto un giorno di più avrei voluto incontrarla, ma ahimè…

Limbo, il cielo stellato dalla finestra, il viso della donna-zanzara accanto al mio letto svanirono con l’oscurità del primo sonno e al mio risveglio ero chiuso in una cassa da morto, almeno supponevo che lo fosse, visto che in una cassa da morto, prima di allora, non c’ero mai stato. Provai a cavarmene con la forza bruta, sfasciandomi le dita e le nocche a colpire il legno; mi seccai la gola a furia di urlare ma niente: lì nessuno poteva sentirmi né salvarmi. Ero finito nel cimitero delle storie perdute. Ogni personaggio lo sa, sa che la sua storia non sempre finisce. È nella natura di uno scrittore lasciare alcune cose a metà. All’inizio me la presi, non capivo il perché e perché era capitato propri a me. Ma alla fine, non avendo altro da fare che pensare, chiuso com’ero in una scatola di legno, arrivai a una conclusione: gli scrittori, le persone in genere, cambiano e insieme vanno cambiando anche le idee, la personalità, i comportamenti. E alcune storie, come i ricordi, finiscono per far parte di quell’intricato groviglio che è l’esperienza: fatta un po’ di cose incomplete e un po’ di vissuti totalizzanti. Mi chiedevo poi che fine avesse fatto quel mondo in cui avevo camminato per lo spazio di cinquanta pagine, cosa mai ne avesse fatto l’Autore. Se magari solo io ne ero stato buttato fuori e quello continuava ad esistere. Era un po’ come morire, anche se ero vivo: sei cavato fuori dal mondo ma immagini che quel mondo continui a vivere anche senza di te.

Posso dire di aver provato sentimenti contrastanti verso il mio Autore: lo amavo e lo odiavo perché mi aveva dato la vita (o perlomeno mi aveva cucito insieme), ma adesso me la riduceva a questo: allo spazio di una bara, come una cattiva madre troppo protettiva verso il suo unico figlio.

Ma mentirei se non dicessi che una piccola speranza la coltivavo dentro di me, sapevo che fra tutte le sue creature io ero la più simile all’Autore e quando si è così, essere ripescati non è poi un’eventualità troppo lontana. Certo, sapevo che sarei cambiato, come del resto sarebbe cambiata la mia storia, sapevo anche che avrebbe potuto mischiarmi con qualche altro personaggio (magari quell’Adrian, il malinconico dagli occhi d’oro) ma andava bene così, sarebbe stata comunque libertà.”

Jack spegne la sigaretta per terra, mi guarda: un fuoco d’oro gli brilla negli occhi. Adrian è in lui come entrambi ormai sono in me.

-Posso chiederti una cosa? – mi fa a un certo punto.

-Certo. – gli rispondo, con la voce resa un po’ rauca dal lungo silenzio.

-Per cosa lo userai questo racconto?

-Magari come introduzione a qualcosa di più grande o per una rubrica di un qualche giornale online, non so. – rispondo, dopo averci pensato un poco.

-E com’è che hai tirato fuori proprio me?

-Beh, ascoltavo quella canzone di Ray Charles e…

-Ah, ho capito. Speriamo ci capiscano qualcosa anche loro.

-Me lo auguro.

-Guarda – sorride – una strada.

-Dov’è che porta?

-Dove vuoi che porti? Da qualche parte.

-Dici?

-Dico.

-Stiamo di nuovo temporeggiando.

-Dovremmo smetterla.

-Già, dovremmo.

-E allora andiamo, per questa strada.

Dopo un po’ mi guarda e mi fa

-Senti, ma che ce l’hai una sigaretta?

-Mi dispiace, le ho finite Jack.

Marco Ambrosini.

Avere o Essere? Un libro di Erich Fromm

Avere o Essere? Un libro di Erich Fromm

«Essere o non essere, questo è il dilemma» così recitava il principe Amleto nella celeberrima tragedia shakespeariana. Purtroppo quando fu scritta l’opera Descartes era solamente un bambino altrimenti avrebbe consigliato ad Amleto di non disperarsi troppo nel suo dramma esistenziale in quanto l’attività stessa del pensare è la prova ontologica dell’esistenza, infatti, cogito ergo sum (penso dunque sono) diceva il filosofo francese.

Si è e non si può non essere, quindi; questa certezza però non risolve le inquietudini esistenziali dell’essere umano. Che ci sia un altro dilemma da risolvere? Per lo psicoanalista e sociologo tedesco Erich Fromm è proprio così: la domanda che l’uomo deve farsi è se sia meglio Avere o Essere. Pubblicato nel 1976 To have or to be? (Avere o essere?) è indubbiamente uno dei libri più importanti di Fromm e tra i più importanti della seconda metà del Novecento. Avere ed Essere sono due modi opposti di intendere la vita, le esperienze, gli affetti, il lavoro, la politica, ecc.

Le due modalità esistenziali vengono ben sintetizzate in due composizioni poetiche; la prima è di Alfred Tennyson, poeta inglese del XIX secolo, ed esprime la modalità dell’Avere: «Fiore in un muro screpolato, / Ti strappo dalle fessure, / Ti tengo qui, radici e tutto, nella mano, / Piccolo fiore – ma se potessi capire / Che cosa sei, radici e tutto, e tutto in tutto / Saprei che cosa è Dio e cosa è l’uomo». La modalità dell’Essere è espressa, invece, da Matsuo Bashō, poeta giapponese del XVII secolo: «Se guardo attentamente / Vedo il nazuna che fiorisce / Accanto alla siepe!». Entrambe le poesie parlano di un uomo attratto dalla bellezza di un fiore; nella prima l’uomo non ci pensa due volte e strappa il fiore dalla terra, uccidendolo quindi, solamente per soddisfare i propri interrogativi su Dio e l’umanità. Al contrario, nella seconda, l’uomo non fa praticamente nulla, l’unica “azione” è quella della contemplazione rispettosa nei confronti della natura. L’uomo dell’Avere è un uomo che vive solamente attraverso il possesso di un oggetto (fisico, psichico o spirituale che sia), mentre l’uomo dell’Essere è l’uomo che vive della propria libertà e di quella altrui. Il primo è statico e pesante, mentre, il secondo è dinamico e leggero.

Per Fromm le due modalità sono visibili soprattutto nella vita di tutti i giorni: all’università, per esempio, lo studente dell’Avere sarà quello che trascriverà ogni singola parola dell’insegnante e che si servirà esclusivamente della memoria per superare un determinato esame (possedere, trattenere la conoscenza). Diversamente si comporterà lo studente che farà propria la modalità dell’Essere: egli magari non prenderà neanche un appunto, ma si preoccuperà di avere un rapporto attivo con l’insegnante fatto di domande e curiosità. La lezione gli farà nascere nuovi quesiti e nuove prospettive e si sentirà trasformato alla fine di ognuna di esse. Anche l’arte del conversare sarà differente in base alla modalità utilizzata: l’uomo dell’Avere cercherà di conquistare gli altri facendo leva sulla propria posizione sociale, in sostanza “esibendo” se stesso. L’uomo dell’Essere, invece, non s’aggrapperà al proprio Io. Cercherà di essere vivace e interessante, con la sana volontà di conoscere in profondo l’essenza dell’altro. L’uomo dell’Avere, in definitiva si mostrerà artificioso e costruito, mentre, l’uomo dell’Essere naturale e sincero. La modalità dell’Avere la si potrà riscontrare, inoltre, nei rapporti amorosi e famigliari: il senso di possesso, di controllo verso l’oggetto “amato” schiaccia l’impulso vitale dell’amore. A riguardo sono molto interessanti le considerazioni che Fromm fa sull’uso comune di dire “mi sono preso una cotta”; lo psicoanalista denota che la modalità dell’Avere si manifesta anche nel linguaggio comune e afferma che non si può “prendere” un amore (atteggiamento passivo) ma solo “essere” in amore (atteggiamento attivo).

Questa è, per Fromm, una società basata esclusivamente sull’Avere. Egli afferma che il carattere principale di questa sia il “carattere mercantile”: il valore del singolo non è altro che “valore di scambio” e la sua personalità si riduce al “io sono come voi mi desiderate”. Per questo è auspicabile l’inizio di una nuova stagione all’insegna di un moderno Umanesimo che prenda come base di partenza gli insegnamenti di Cristo, di Buddha, di Meister Eckhart e di Marx per la realizzazione della “Città dell’Essere“.

Gogol Bordello, il nuovo tour: they’re “comin’ rougher”again

Gogol Bordello, il nuovo tour: they’re “comin’ rougher”again

Foto: La Repubblica

Metti una sera a cena, nella cucina di casa propria, con un ragazzo e una ragazza inaspettati, due sconosciuti… Lei indossa un pantalone militare e un paio di anfibi, lui, maglione vecchio e denti neri, si rolla una sigaretta con uno strano aggeggio di metallo,una specie di portatabacco. Sono ucraini: lei si è unita da volontaria due anni fa alle truppe ucraine, dopo l’invasione della Crimea da parte della Russia. Pilotava droni perchè ha studiato Geografia all’università e sa leggere le mappe. Lui aspirante scrittore, sembra uscito da un film di Buster Keaton. Ci raccontano l’Ucraina, il freddo, la città, ovvero Kiev. Si parla di musica, di Prokofiev, quando lei racconta di essere stata chitarrista di un gruppo rock composto da sole ragazze, prende la chitarra che porta sempre con sè, anche in questo viaggio in Portogallo, dove entrambi sono arrivati in autostop. Esegue Tribal Connection in versione acoustic e nella stanza ormai aleggia un solo nome: Gogol Bordello. Le si illuminano gli occhi, quando pronuncia  il nome del cantante, Eugene Hütz, ucraino d’origine, di Kiev  ma cresciuto negli States, dove i genitori si rifugiano durante la sua infanzia per scappare dal disastro di Chernobyl del 1986.

Il cantante, Hütz, baffone da vero uomo dell’Est, occhio blu, denti d’oro, sempre in abiti gitani, fonda i Gogol Bordello ed esporta la musica dell’Europa dell’Est, o meglio, parte di essa nel mondo. La band si forma nel 1993, e subito ha un grande successo. I testi mescolano inglese, ucraino e a volte spagnolo, in una lingua che somiglia un po’ all’idea del patchanka di Manu Chao. Preponderanti nella loro musica sono il violino suonato dal russo Sergey Ryabtsev e la fisarmonica… Ed è subito folk, tanto che il gruppo è stato spesso paragonato agli irlandesi Pogues.

Scrivono la colonna sonora del film Ogni cosa è illuminata di cui il frontman è anche protagonista, non a caso, perché il film racconta del viaggio fisico (e metafisico) di un ragazzo ucraino, l’autore, partito alla ricerca della sua famiglia, delle sue origini. Il film è, infatti, la trasposizione cinematografica del libro omonimo di Jonathan Safran Foer e la colonna sonora è una ballata dolce e melanconica, diversa da quello a cui i fan dei Gogol Bordello sono abituati e, si intitola Through the roof’n’ Underground.

Nelle canzoni dei Gogol Bordello l’anima gipsy emerge forte: ci si trova davanti ad un mix di punk, rock, folk, in una ricetta che fornisce una dose esorbitante di energia, perché spesso e volentieri, i testi cantati sono potenti come la stessa Tribal Connection, che è il lamento arrabbiato di chi sente di non avere possibilità nel proprio paese d’origine :

No can do this, no can do that.
What the hell can you do, my friend?
In this place that you call your town.

Il primo album, Voi-La Intruder del 1999, non tralascia la politica, o meglio la storia della politica, sempre interpretandola con tono scanzonato, disordinato, scomposto, scorretto, irriverente: basta ascoltare Mussolini vs Stalin in cui si traccia questo sarcastico e pittoresco quadretto in cui i due dittatori ballano insieme la tarantella. Con l’album Super Taranta fanno il botto nel 2007, per poi regalarci canzoni che sono ormai diventate inni come Immigraniada (We Comin’ Rougher) o My Companjera, indiscutibili successi dell’album successivo. Il mondo gitano si sente, si vede anche, per esempio, nel videoclip di Wanderlust King in cui troviamo Hütz  che, più sfrenato che mai, strimpella e balla (che sembra quasi in preda al ballo di San Vito) con una cartina dietro le spalle mentre scorrono immagini di posti diversi in Europa dell’Est e non solo: è una sorta di sintesi dei suoi viaggi, in cui parla di questo Re delle meraviglie perdute, facendo venire a tutti la voglia di girovagare per il mondo sulle note gipsy-punk della sua musica.Nel frattempo, i Gogol Bordello, per non farsi  mancare nulla, non si lasciano scappare nemmeno l’occasione di inneggiare e scrivere un elogio all’alchool in una canzone omonima.

Il cantante che ha vissuto per un po’ nel borgo di Santa Marinella vicino Roma, a cui è dedicata la canzone che porta lo stesso titolo e, che fece scalpore all’Umbria Jazz perché le bestemmie nella canzone risultarono offensive, ha raccontato inoltre, che nel periodo in cui suonava per vivere in Piazza Navona fu arrestato perché scambiato per uno zingaro e accusato di furto. Le loro canzoni sono la perfetta colonna sonora della vita da nomadi, loro sono una meravigliosa e spumeggiante carovana di artisti pronta a far saltare e ballare i propri fan (1). Ci si trova di fronte a ritmi di contrabbando, per dirla con le parole di Eugenio Bennato. I Gogol Bordello si atteggiano a bad boys, cantando le rivoluzioni ma continuando ad usare la musica per affrontare temi caldi in Ucraina, sempre presente nelle loro canzoni che, nonostante il ritmo sgangherato, offrono spunti di riflessione. Sbeffeggiano persino motti pro globalizzazione in Think locally, fuck globally. In più, le loro canzoni, sull’immigrazione, tema caro al cantante,non sono state mai attuali quanto ai giorni nostri.

Gli album più famosi sono probabilmente gli ultimi tre, in cui si dà più importanza all’ energia della taranta (genere di cui Hütz ha fatto incetta nel suo periodo italiano), e al folk. Nelle innumerevoli clip dei loro live emerge quanto siano coinvolgenti i giri di violino, quanto irriverente, folle e sfrenato sia il loro atteggiamento e chi riesce a stare fermo deve avere delle qualità fuori dal comune. Indimenticabile è a questo proposito il mash -up live con Madonna, di cui il cantante è grande amico, fra La Isla Bonita e Pala tute, storia d’amore cantata dai Gogol Bordello in romani, la lingua parlata da alcuni rom dell’Europa . Emerge, in questa memorabile performance al Live Earth nel 2009, quanto i Gogol Bordello siano più una band da live che da studio di registrazione .Infatti, il 2017 sarà l’anno del nuovo loro tour che prevede anche date italiane, il 14 luglio a Trento e poi il Pistoia Blues Festival, perché a Hütz manca, come lui stesso ha dichiarato più volte, il periodo italiano. Nel frattempo ci si accontenta di ascoltarli in cuffia perché certamente, they’re coming rougher again e il divertimento è assicurato.

NOTE:

(1)Il caso “Santa Marinella”. Barberani e Olimpieri intervengono sulla discussa bestemmia della canzone dei Gogol Bordello, di Davide Pompei, Orvietonews.it, 25 agosto 2010

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