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Le vie del pellegrinaggio:  Dalle origini fino al cammino di Santiago

Le vie del pellegrinaggio: Dalle origini fino al cammino di Santiago

Il termine pellegrino deriva dal latino “peregrinus“. Colui che, non appartenente alla comunità con cui viene in contatto, è straniero, sconosciuto e anche strano. È un diverso, viene da lontano e va altrove. Dunque, il pellegrinaggio è un viaggio compiuto dal peregrinus in epoche lontane, con propositi di pietà o venerazione, che sia metafisico o reale, implica comunque nessi con la memoria o la ricerca spirituale. Si tratta di una pratica che prevede il raggiungimento di luoghi prestabiliti, nel tempo si è trasformato diventando un fenomeno sociale di vastissima portata coinvolgendo così diverse religioni. Per esempio nel mondo islamico il pellegrinaggio rituale prevede, secondo i cinque pilastri dell’Islam, il viaggio almeno una volta nella vita, verso la Mecca. In Asia invece, tra le devozioni del buddismo, è presente il pellegrinaggio verso i luoghi più importanti della vita di Gautama Buddha. Ancora, la religione ebraica antica prevedeva il pellegrinaggio al tempio di Gerusalemme. In seguito alla dispersione del popolo ebraico vennero a mancare i luoghi sacri dove effettuare pellegrinaggi, così, dopo la Costituzione dello stato di Israele avvenuta nel 1948, vi fu una ripresa dei pellegrinaggi religiosi. Oggi la meta principale dei pellegrinaggi ebraici è costituita dal Muro occidentale, meglio conosciuto come Muro del Pianto. Le principali vie di pellegrinaggio della religione cristiana conducevano al sepolcro di Cristo a Gerusalemme, alle tombe degli apostoli Pietro e Paolo a Roma e a quella dell’apostolo Giacomo a Compostella, in Galizia. La pratica, diffusasi fin dagli albori del cristianesimo, prevede il cammino verso santuari che custodivano preziose reliquie di uomini martirizzati e divenuti santi. Questa rifiorisce nell’XI sec. in Europa grazie allo sviluppo nei centri urbani e a una maggior sicurezza delle strade. Tra i pellegrinaggi Europei quello che costituì un fenomeno di più vasta portata fu proprio quello a Santiago di Compostella.

Lastra con Cristo ad Emmaus- Monastero di santo Domingo de Silos

Lastra con Cristo ad Emmaus- Monastero di santo Domingo de Silos

Nel rilievo la figura di cristo è caratterizzata come quella di un pellegrino da una conchiglia, simbolo del pellegrinaggio a Compostella. I fedeli infatti durante il loro pellegrinaggio portavano tradizionalmente una conchiglia sospesa al collo oppure cucita sul cappello o sull’abito.

La “Legenda Aurea”, una raccolta di opere agiografiche medievali, offre un’analisi sulle origini leggendarie di San Giacomo:

San Giacomo il Maggiore dopo l’ascesa di Gesù al cielo iniziò la sua opera di evangelizzazione della Spagna spingendosi fino in Galizia, remota regione di cultura celtica all’estremo ovest della penisola iberica. Terminata la sua opera Giacomo tornò in Palestina dove fu decapitato per ordine di Erode Agrippa nell’anno 44. I suoi discepoli, con una barca, guidata da un angelo, ne trasportarono il corpo nuovamente in Galizia per seppellirlo in un bosco vicino ad Iria Flavia, il porto romano più importante della zona. Nei secoli le persecuzioni e le proibizioni di visitare il luogo fanno sì che della tomba dell’apostolo si perdano memoria e tracce. Nell’anno 813 l’eremita Pelagio (o Pelayo), preavvertito da un angelo, vide delle strane luci simili a stelle sul monte Liberon, dove esistevano antiche fortificazioni probabilmente di un antico villaggio celtico. Il vescovo Teodomiro, interessato dallo strano fenomeno, scoprì in quel luogo una tomba, probabilmente di epoca romana, che conteneva tre corpi, uno dei tre aveva la testa mozzata ed una scritta: “Qui giace Jacobus, figlio di Zebedeo e Salomé

 

La devozione alla tomba di Giacomo trova poi ulteriore slancio, nel contesto dell’epopea della reconquista e della lotta contro l’Islam, con la trasformazione del santo in cavaliere, grazie a una seconda leggenda che lo voleva apparso a guidare le truppe cristiane nella battaglia di Clavijo e in altre successive imprese belliche.

Tipano con la battaglia di Clavijo- Santiago di Compostella, Cattedrale

Tipano con la battaglia di Clavijo- Santiago di Compostella, Cattedrale

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Il pellegrinaggio a Compostella dunque si sviluppa fin dal X sec. dapprima in ambienti aristocratici e cavallereschi, in seguito, dall’XI sec, interessa via via oltre la Francia , masse di fedeli provenienti dalla Germania, dalle Fiandre, dall’Inghilterra, dall’Italia dando vita a una vera e propria rete di strade con luoghi di raccolta e ospizi per i pellegrini. Documento importantissimo a tal proposito è la “Guida del pellegrino” scritta dal chierico Aymery Picaud che compì egli stesso il viaggio. In quest’opera vi è una descrizione delle diverse strade e delle tappe che conducevano a Santiago. Una sola via percorreva le regioni settentrionali della penisola Iberica, ma a Puente la Reina, in Navarra, confluivano i quattro cammini francesi, disposti come le stecche di un ventaglio perché destinati a raccogliere i pellegrini provenienti da ogni parte d’Europa. A partire dal sud si potevano percorrere:

-la Via tolosana, la più meridionale, da Arles

-la Via Podense, da Lione e Le Puy-en-Veley, che attraversava i Pirenei a Roncisvalle

-la via Lemovicense, da Vèzelay, per Roncisvalle

-la via Turonensis, da Tours e Roncisvalle, che raccoglieva i pellegrini che arrivavano dall’Inghilterra, dai Paesi Bassi e dalla Germania del nord lungo la Niederstrasse.

Le pricipali vie di pellegrinaggio al sepolcro di San Giacomo

Le pricipali vie di pellegrinaggio al sepolcro di San Giacomo

Per ciascuna delle quattro vie, come per il tratto spagnolo, la guida elenca con precisione tutti i santuari e le reliquie a cui il pellegrino doveva rendere visita e omaggio della sua devozione. Lo sviluppo della pratica del pellegrinaggio non mancò anche di dare grande slancio all’attività artistica favorendo i contatti e i rapporti tra centro e centro.  Il fenomeno comportò delle modifiche strutturali sull’impianto delle grandi chiese di pellegrinaggio: si impose un particolare tipo di pianta con sviluppo negli spazi funzionali sia al rito liturgico sia al movimento delle masse dei pellegrini con ampliamento del deambulatorio, con cappelle radiali adibite alla custodia delle reliquie, e del transetto, quest’ultimo dotato di navate laterali e di accessi indipendenti dall’esterno.

Piante delle principali chiese di pellegrinaggio

Piante delle principali chiese di pellegrinaggio

1-Tours, Saint-Martin  2-Limoges, Saint Martial  3-Conques, Sainte-Foy  4-Tolosa,Saint-Sernin  5-Santiago di Compostella

 

Domenica Letteraria – L’eco del silenzio

Domenica Letteraria – L’eco del silenzio

In copertina: illustrazione di Carlo Di Stasi

Mi capita spesso di trovarmi di fronte a distese di niente, di silenzi, allora solo la carta può accogliermi, come una casa che porto sempre con me, il mio personalissimo “castello errante”. Mi sembrava un buon modo di iniziare e presentarmi, il niente. Per poi costruire. E dunque

Dinanzi l’infinito si stende
per mostrarsi agli occhi;
eppure dentro echeggia
il silenzio del vuoto
e tutto è gelido al tocco.

Sapranno le stelle
ridarci la via?,
guidare la mano che, invano,
stringe aria vuota e sogni sfatti?

Alle lucciole lacrime e preghiere,
che ne facciano rugiada
o un futuro migliore

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Brunori Sas: la voce della crisi

Brunori Sas: la voce della crisi

All’alba della pubblicazione del nuovo singolo di Brunori Sas, anche questo di una semplicità disarmante, possiamo dire che le sue non sono solo canzonette. Il cantautore di Cosenza comincia a narrarci l’Italia attraverso le lenti della sua storia personale. Come dimenticarlo quando a guisa di dandy citava Verlaine.

Brunori Sas in origine Dario Brunori sceglie il Sas come marchio d’origine perché sta per Società in accomandita semplice, come l’azienda dei suoi. Nome nomen dicevano i latini per indicare qualcosa che parlasse attraverso il nome. Il cantautore calabrese così rende cool un barbosissimo concetto giuridico arcinoto a giuristi e ragionieri.

Quello pubblicato due settimane fa è il primo singolo del prossimo album, dopo che Il cammino di Santiago in taxi, volume 3 della sua opera a puntate, aveva riscosso notevole successo tra fan e critica. Tanta semplicità nelle canzoni che raccontano storie di provincia come quella: di Rosa, alla vigilia di un matrimonio che non si compirà; o di Paolo che chiede a Dio e a Padre Pio una moglie.

In un panorama mediatico che spesso e volentieri usa arabeschi linguistici per trasmettere messaggi di scarso valore artistico con lo scopo di risultare graditi ad un certo tipo di pubblico, Brunori adotta la filosofia del semplice e diretto perché è poi anche vero che come si dice: nella semplicità si nasconde il divino. Brunori canta all’Italia malconcia, schiacciata dal peso della crisi finanziaria. Spesso le sue canzoni hanno come protagonisti imprenditori, giocatori d’azzardo sull’orlo del precipizio come Mario.

C’è anche l’altra faccia della medaglia. Nel penultimo album Il Cammino di Santiago in taxi si nota la maturità del cantautore calabrese in pezzi come Kurt Cobain o Mambo reazionario. Brunori finge di raccontare della sua infanzia in Calabria e invece racconta l’Italia rurale in maniera buffa ed esilarante in quelle che potremmo considerare, azzardando, analisi sociologiche fai-da-te di un contesto storico-geografico che sta cambiando. Un grido a non abbandonare ciò che di reale e genuino l’Italia ha il dovere di conservare. Non è l’unico, basti rammentare tra gli ultimi singoli di Niccolò Fabi che in Ha perso la Città esprime il suo dissenso all’avvento di abitudini consumistiche che stanno pian piano erodendo tradizioni, valori che sono da sempre pilastri del nostro modo di essere italiani.

La verità di Brunori Sas

La verità di Brunori Sas

Nell’ultimo singolo allora ci consegna La verità, dove parla in seconda persona, non si sa se a sé stesso o all’ascoltatore. Ci dice che in realtà non sappiamo rinunciare a quelle 4 o 5 cose in cui ormai nemmeno crediamo più. Non è la verità del singolo ma quella di un uomo disilluso che deve fare i conti col perdere il lavoro; non riuscire ad arrivare a fine mese; non poter pagare le bollette; e che forse non crede nemmeno più nel Partito. Infatti in Mambo reazionario, con arguti giochi di parole, ci dice che Che Guevara oltre a cantare insieme a Pinochet sulle basi di Beyoncé, resta solo sulle bandiere del concerto del Primo maggio in piazza San Giovanni. Resta insomma un simbolo(?).

Questo ragazzo allora ha conservato e dipinto con sobrietà momenti di un’Italia che sempre più sta scomparendo, i mondiali dell’82; i matrimoni in paese; le parrocchie in Nana; l’infanzia contadina di ogni ragazzo cresciuto spesso e volentieri al sud sotto il sole delle estati meridionali in paesaggi da Cristo si è fermato a Eboli.
Per questo lui è anche un po’ la voce del Sud, ricorda un po’ i romanzi di Ignazio Silone e l’Italia contadina, quella del buon cibo, delle 127 scassate, dei santini attaccati sui cruscotti delle macchine, nonché delle feste di paese, quell’Italia che innumerevoli volte abbiamo ipotizzato di lasciare, ma che spesso è una zavorra di cui sempre si sente la mancanza. Paesaggi polverosi e venti di scirocco in cui i protagonisti dei suoi testi si muovono uniti dal fil rouge di una vita semplice e genuina sono lo sfondo delle sue canzoni. Sanno di primi film in technicolor, di ricordi che sono vivi nelle menti dei trentenni, sanno anche di Rino Gaetano, della stessa regione. Innegabile poi, che anche la sua voce roca ricorda il grande Rino.

Dichiara invece per questo nuovo album, A casa tutto bene, in un’intervista a Rock.it “Ho iniziato a scrivere questo disco un anno fa, durante un viaggio in Aspromonte, un luogo che ho sempre accostato alla paura, all’oscurità, a ciò che mi spaventa. La paura anzitutto di dover affrontare le paure. La paura di chi pensa di avere qualcosa da perdere. La paura di cambiare, la paura di deludere le aspettative, di perdere ciò che hai conquistato con fatica, la paura di non farsi trovare pronti all’appuntamento. La paura di cambiare direzione, di osare, di trasformarsi. La paura di ciò che non conosci, che vedi come altro da te, come una minaccia. Ma anche la paura dell’adolescenza incompleta che ti chiede il conto, della giovinezza che scalpita perché sta finendo e non tornerà.”

Con tanta onestà, il cantautore calabrese ha rilasciato a SkyArte durante l’intervista lo scorso martedì sera, la Canzone contro la paura, dove afferma nel primo verso che le sue canzoni sono poco intelligenti. Brunori combatte la complessità e la tristezza della realtà a colpi di genuinità senza spocchia alcuna e arrivando a tutti. Questa canzone sa un po’ de L’avvelenata di Guccini perché è un manifesto artistico, meno polemico di quello del cantante Bolognese, ma rimane una rivoluzione vera, una dichiarazione d’intenti diretta sia all’ascoltatore che alla critica.

Basta questo a farcelo amare, a farci attendere con ansia il tour già annunciato collegato all’uscita dell’album, continuando ad accompagnarlo in questo cammino verso la maturità sempre pronti come lui e con lui ad esorcizzare sulle note delle sue canzoni da elevare ad inni generazionali, anche le nostre paure.

Guerra Ibrida: Putin, il populismo, i media e la cyberguerra

Guerra Ibrida: Putin, il populismo, i media e la cyberguerra

Secondo il sondaggio dell’Istituto per gli Studi Politici Internazionali realizzato con la collaborazione di 130 esperti, Vladimir Putin è stato il personaggio più influente del 2016. Chiaramente 130 esperti servivano a confermare qualcosa di palesemente già chiaro, questa Russia è tornata ad essere un attore internazionale molto influente. (altro…)

Donne, l’importanza di reagire e ribellarsi

Donne, l’importanza di reagire e ribellarsi

foto da: ilgiorno.it

Ogni giorno la routine è la stessa. Ti svegli. Ti accingi a fare colazione. Ti sintonizzi su ciò che accade nel mondo e le notizie sembrano ripetersi. “Bombardamenti”, “Isis rivendica”, e “nuovo caso di violenza” sono accadimenti ormai all’ordine del giorno: mai una buona notizia questi telegiornali, penso ogni mattina.

Esco di casa, camminando verso l’università. Attraverso la Milano giovanile e mi soffermo ad osservare “il muro delle bambole”, l’installazione ideata da Jo Squillo contro il femminicidio. Guardo le immagini allineate di coloro che potevano essere mie sorelle, amiche, madri. Cinicamente penso a chi toccherà, dopo di loro. Perché una prossima ci sarà.

La violenza sulle donne è purtroppo un male profondamente radicato e silenziosamente accettato dalla nostra società. Sono oltre cento le donne che in Italia, nel 2016, hanno perso la vita accoltellate, strattonate, bruciate vive dagli uomini che hanno giurato loro amore e dedizione. Gli stessi uomini che dopo ogni schiaffo hanno promesso di non farlo più. Tradite e ferite nel profondo, private persino della loro stessa dignità. All’inizio la gioia, le attenzioni, la complicità. Ma al primo “no”, ecco ritrovarci cosparse di benzina. Vittime di chi scambia l’amore con il possesso ossessivo. Spesso si rimane in silenzio, continuando a difendere l’indifendibile e nascondendosi dietro un “non è stato lui”.

Penso a quanto ho letto qualche giorno fa: alla storia di Ylenia Grazia Bonavera e ai suoi 22 anni. Alle ustioni sul suo corpo e alle parole in difesa dell’ex fidanzato. Penso a cosa l’abbia spinta a pronunciarle e se crederle o meno. In molti hanno definito la loro relazione “burrascosa” e l’ipotesi che lui l’abbia cosparsa di benzina non mi pare così lontana dalla realtà. Ovviamente, la giustizia farà il proprio corso. Intanto io immagino le infinite promesse di lui circa il cambiare “cose” che non cambiavano mai.

Penso a Sara, mentre moriva bruciata viva nella sua macchina, tornata a casa dopo una birra con un’amica sotto l’indifferenza dei passanti. Riesco ad udire le sue grida dense di paura. Penso a tutte le donne di cui ora non resta che una fotografia e una breve descrizione incollata su un muro. Che sopravvivono senza far rumore, dopo l’abbandono dell’opinione pubblica del caso. Non dimenticando coloro che piangono in silenzio e nascondono i lividi con il fondotinta.

Secondo i dati Istat sono 6 milioni e 788 mila le donne che in Italia hanno subito violenze almeno una volta nel corso della vita. Di queste, solo il 12% ha denunciato l’accaduto. Una donna su tre ha quindi subito violenza di qualsiasi genere: sia fisica, psicologica o sessuale. Quella donna non è un semplice dato. Può essere la nostra compagna di classe del liceo, la nostra collega al lavoro o addirittura la nostra stessa persona dinanzi alla gelosia dei nostri uomini.

La violenza sulle donne non è un qualcosa che si sente in televisione e non ci appartiene, non è un dato grafico che forse non riusciamo ad interpretare. Siamo abituati a banalizzare, ad abbassare la testa, a condannare (solo?) a parole i gesti del folle di turno raccontato dalla tv, ignorando le richieste di aiuto di qualcuna a noi vicino. Quante volte abbiamo sottovalutato uno schiaffo? Quante volte non ci siamo sentite libere per paura di sbagliare? Quante volte abbiamo rinunciato a noi stesse perdendoci di vista?

Abbiamo subito una violenza, o l’abbiamo lasciata passare, tutte quelle volte che non abbiamo chiamato le cose con il proprio nome. Quando abbiamo cercato di trovare una giustificazione a qualcosa di inammissibile. “Forse non avrei dovuto scherzare in quel modo” o “era ubriaco” sono le tipiche frasi che usiamo per difenderci, per giustificare. Quando in realtà da giustificare ci sarebbe ben poco.

I femminicidi si verificano anche nella misura in cui non siamo capaci di riconoscere i segnali negativi. I simboli di una imminente tragedia. Quando invece dovremmo andarcene. Pensiamo che qualcosa cambierà e lasciamo correre. Non prendiamo mai una posizione fino in fondo.

Un mazzo di fiori, un paio di scuse e si torna alla normalità. Si continua a testa bassa nella speranza che il cambiamento prima o poi avvenga. Poi ci si stanca e si cerca di scappare. Ma un uomo violento è un uomo ossessionato e non ci lascerà andare. Potrebbe svegliarci una mattina con un coltello in mano e la colpa sarà anche nostra. E saremo così per sempre segnate.

E’ un concetto elementare che le istituzioni e la famiglia dovrebbero insegnarci da piccole: la violenza non è amore. Non possiamo e non abbiamo il diritto di possedere un essere umano. Invece di insegnare a vestirci in modo da non “provocare un uomo”, dovrebbero incoraggiarci a denunciare ciò che è doveroso, per quanto sentimentalmente doloroso. Dovrebbero insegnarci il coraggio ed il rispetto di noi stesse. Dovrebbero dirci, con determinazione, che non sempre la colpa è solo nostra. Ma dobbiamo anche smettere di ignorare la nostra parte di responsabilità. In attesa della voce degli uomini: coloro che dovrebbero difenderci, piuttosto che sfregiarci, bruciarci o ucciderci.

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