Seleziona una pagina
La scorsa notte ho sognato che qualcuno mi ‘amava’ (parte nona)

La scorsa notte ho sognato che qualcuno mi ‘amava’ (parte nona)

La scorsa notte ho sognato che qualcuno mi amava. Nessuna speranza, nessun danno. Solo un falso allarme. In preda ad un groviglio di deliri esistenziali, come piccoli pezzi a caccia di ricomposizione.

 

  • Da dove cominciamo?

  • Non saprei. Hemingway è stato ovunque.

  • Qui in Spagna o in generale intendi?

  • Entrambe le cose.

  • Allora cominciamo da dove aveva iniziato.

 

Il viaggio verso la terra iberica s’avviava a prender le forme di una inattesa e folgorante realtà. Aaron Mitchell e Cecily Burns avevano ormai lasciato da diversi mesi Cupcake. Erano rimasti in Spagna, colpiti dalla bellezza di quegli affascinanti ed inesauribili luoghi. Non poterono che cominciare da Madrid: Plaza Santa Ana, Cerveceria Alemana. Hemingway ebbe modo di raccontare, ai tempi del periodo spagnolo, che in quel posto bisognava necessariamente andarci perché è lì che giace la birra più buona di Spagna.

 

Il pensiero ed il personaggio dello scrittore americano erano una sorta di mantra legato alla vita di Aaron. Sentiva in qualche modo di averlo tradito, dopo averlo seguito e venerato per tutta la propria gioventù. Hemingway conobbe davvero, come mai nessuno era stato abituato a fare tra gli scrittori, l’esperienza tragica ed il significato della parola guerra. In particolar modo quella spagnola del 1936, che pose fino ai sogni di una Spagna allora democratica e repubblicana dando adito al quarantennio del franchismo.

 

Dalla guerra civile Hemingway ebbe modo di partorire ‘For Whom the Bell Tolls’. E quello fu, a giudizio di chi scrive e con buona pace per i sostenitori di ‘The Old Man and the Sea’, il grande capolavoro di una vita. Ne era forse consapevole lo stesso Aaron, che ora sognava un romanzo anti-totalitarista sulla dittatura britannica di Mellby. O sulla sua Cecily, in un contesto simile. Che però di fatto non aveva vissuto, allontanandosi con codardia da un luogo ormai abbandonato ed indifeso.

 

Succede spesso quando l’allievo ignora il maestro. Aaron ne era fortemente consapevole, ma anche questa volta decise di lasciar correre. Era come se ormai avesse perso la voglia di scrivere qualcosa di reale. Come se ne fosse attratto a tal punto da tornare ad uno stato di incurabile smarrimento, poiché impaurito dalle pregiudizievoli conseguenze dello ‘stare sul campo’.

 

  • E’ incredibile questa birra.

  • Dimmi se non aveva ragione quell’uomo straordinario.

  • Ma non ha fatto la guerra anche lui?

  • Tutti fanno la guerra.

  • Noi no.

  • Giusto, noi l’abbiamo avviata.

 

Tra riflessioni e presunti pentimenti, le giornate di Aaron e Cecily si riversavano nella scoperta di quei mosaici sino ad allora sconosciuti. Visitarono Madrid, Siviglia, Valencia, Barcellona. Ed ancora, un giro a Pamplona per la festa di San Firmino. Prima del raccoglimento. Della storia e dei pensieri. A caccia di luoghi tramortiti dal dolore e dal sangue versato per conquiste di libertà e purtroppo anche di insopportabile potere.

 

  • Perché adorava la Spagna?

  • Non saprei. E’ come quando qualcosa ti accade e ti segna per tutta la vita. Spiegare qualcosa di simile sembrerebbe inutile e superfluo.

  • Cosa faremo tra 5 anni?

  • Potremo andare a vivere in Islanda.

  • L’Islanda mi piace.

  • Perché?

  • E’ davvero un bel posto in cui morire.

 

Aaron e Cecily avevano trovato sistemazione in una casetta nei pressi di Santiago de Compostela, nella comunità autonoma della Galizia. Crearono così il loro personale porto sentimentale, laddove tutto sarebbe stato pronto a muoversi per intraprendere qualsiasi altro cammino. A Londra intanto, i primi conflitti civili cominciarono ad acuirsi in maniera sempre maggiore. Ad essere allo sbando non vi era la sola capitale, ma un Regno Unito ormai disperso in una catastrofe straordinariamente novecentesca. Mellby lavorava alla stabilizzazione del regime di giorno. Di notte beveva per dimenticare Cecily, ascoltando tristi e sconfortanti telegiornali che lo rendevano sempre maggiormente noto alle cronache internazionali. Il mondo è fatto anche di questo.

 

  • Comunque devo ringraziarti Aaron.

  • Perché?

  • Non lo avrei mai letto Hemingway senza le tue fissazioni.

  • Non avresti nemmeno ascoltato Morrissey.

  • Questo no. I A-M T-H-E Q-U-E-E-N

  • Preferisco Meat is Murder.

  • Cosa?

  • Sapevo ti saresti arrabbiata.

  • E’ la stessa storia di For whom The Bell Tolls

  • Anche A Farewell to Arms mi affascina.

  • Ma perché mischi sempre Hemingway e Morrissey?

  • Una volta ho fatto un sogno in cui erano contemporanei.

 

La leggiadria e la serenità contornavano la nuova dimora di Santiago, ennesimo luogo ospitale di quell’intramontabile sentimento. Aaron aveva trovato lavoro come editor presso una rinomata casa editrice spagnola, la Exposiciòn. Cecily proseguiva la propria carriera professionale come infermiera nell’ospedale comunale. Gli orari di lavoro erano inoltre altamente accessibili ed il tempo libero non mancava. Poterono trascorrere così gran parte del tempo assieme. Fu proprio quello il momento nel quale si accorsero di non essersi mai conosciuti davvero bene quanto adesso. Un’incredibile rivelazione, che fungeva da preludio al raggiungimento di una maturità mai richiesta alla vita. Desiderata in silenzio, tra ferite e semafori rotti.

 

Il passare dei mesi affievolì tuttavia la scoperta spagnola, richiedendo di fatto un rovesciamento di piani e prospettive. La fuga dal Regno Unito inculcò la profonda convinzione di una esistenza trascorsa malamente in un luogo che avevano sempre odiato. L’università, le continue rotture, l’uccisione di Pamela Mithcell. Ci sono episodi che la vita non può cancellare e mai essa potrà beneficare di anticorpi affinché ciò accada. Ma resta sempre dinanzi all’essere umano quel barlume di lucentezza, apparentemente sopito ma pronto a riemergere prima di uno scongiurato annegamento definitivo.

 

Dopo l’ultimo grande ritorno a Madrid, che Hemingway un tempo definì capitale del mondo, progettarono di lasciare la Spagna per procedere alla volta dell’America. Un passaggio a Cuba, prima di una sistemazione negli Stati Uniti. La casa editrice Expositiòn richiese infatti nuovi trasferimenti nelle sedi affiliate. Aaron colse la palla al balzo, convincendo Cecily a raggiungere la nuova meta. «Non è per sempre» – le aveva promesso. Ma a Cecily comunque poco importava: avrebbero lasciato quel posto per un altro ben presto, come accaduto con la storia di Santiago.

 

  • Sei davvero convinta, Cec?

  • Certo.

  • Non mi sembra. Se vuoi restiamo qui.

  • Ma abbiamo visto tutto della Spagna. Ora dobbiamo scoprire dove vogliamo vivere.

  • Per sempre.

  • Per sempre.

  • La carta Islanda è sempre valida.

  • Pensiamo a questa ultima notte.

 

E fu davvero una grande notte. Quella dei saluti finali al fascino iberico. Tra sangria, coraggiosi dosi di tequila e la birra più buona del Paese. Aaron e Cecily radunarono nella capitale quei pochi amici conosciuti in quei dieci mesi trascorsi tra una città e l’altra. Prima della relativa stabilità a Santiago. Fu la loro ultima traccia, in una Madrid gioiosa e meravigliosamente accattivante.

 

  • Allaccia le cinture.

  • Stiamo tornando?

  • Prendiamo la roba.

  • Ma quando partiamo?

  • Torniamo a casa proprio per questo. Abbiamo bisogno di due biglietti.

  • Da quanto non prendiamo un aereo?

  • Dodici anni. Dopo la triennale a Lakewood. Ti accompagnai in Francia per fare quella cosa.

  • La ragazza alla pari.

  • Ecco brava.

  • Non so ancora oggi come mai ci abbia ripensato.

  • Se lo avessi fatto davvero sarei morto dentro.

  • Non moriremo mai Aaron.

Tutte le donne dei dipinti di Gustav Klimt ed Egon Schiele

Tutte le donne dei dipinti di Gustav Klimt ed Egon Schiele

Traduzione da: Queste sono le donne dei dipinti di Gustav Klimt ed Egon Schiele – Huffington Post  These Are The Women Of Gustav Klimt And Egon Schiele’s Paintings

In copertina: Eugenia Primavesi (1913–14), Gustav Klimt

I nomi Gustav Klimt, Egon Schiele ed Oskar Kokoschka sono abbastanza noti. Anche il più casuale fan dell’arte conosce Klimt e “Il Bacio”, e sarebbe anche capace di evocare un’immagine dell’iconico pittore dell’oro di fronte ad un cavalletto, avvolto in uno dei suoi accappatoi firmati, (senza sottovesti spesso.)

Schiele e Kokoschka sono, forse, sequenzialmente più sconosciuti. Se si sfoglia la prima enciclopedia a portata di mano, tuttavia troveremo  i tre pittori austriaci preservati nei ranghi della storia. Ma avete sentito parlare del nome di Eugenia(Mäda) Primavesi? E di Gerti ed Edith Schiele? Martha Hirsch vi dice qualcosa? La risposta: probabilmente no.

Egon Schiele: Portrait of Edith | Ritratto di Edith, la moglie del pittore (1915)

Questi sono i nomi delle donne congelate per l’eternità nelle tele degli artisti  menzionati in precedenza. Mogli, figlie, amanti, amiche; Appaiono sia elaboratamente vestite di ricchi abiti sia innegabilmente nude nei rispettivi stili dei tre uomini.  Tratti di sessualità esplosiva dei tempi e dei luoghi nei quali le donne sono state dipinte (Vienna agli inizi del 20°secolo) le notiamo con lo sguardo assorto, piuttosto che no, sfidando lo stereotipo di musa tranquilla.

“Gli intellettuali della Vienna di fine secolo erano addirittura ossessionati dalla sessualità femminile” sottolinea Jane Kalir, possessore della galleria d’arte, in un saggio sull’Österreichische Galerie Belvedere. – E lo erano anche artisti come Klimt, Schiele and Kokoschka. Dipinsero le loro amanti e modelle in pose espressionistiche, concentrandosi sui volti in modi in cui pochi avevano fatto prima di loro. In un periodo in cui le donne venivano finalmente, timidamente, viste come esseri sensuali, e cittadine indipendenti, queste immagini hanno sottolineato un periodo di grande cambiamento.

donne

Oskar Kokoschka: Martha Hirsch (1909)

Le rappresentazioni erotiche delle donne in particolare, che raffiguravano apertamente il sesso e la masturbazione, erano offensive secondo i conservatori, ipnotiche per il resto della gente.

Oltre ad introdurre il pubblico ad opere ricche di colori, ritratti con gote arrossate che un tempo suscitavano scalpore, hanno anche puntato i riflettori su donne senza nome o conosciute, delle quali non si sente spesso parlare nelle lezioni di storia dell’arte. Mentre Klimt viveva con sua madre e due sorelle, e Schiele stava passando del tempo in prigione per il suo lavoro “sporco”, le donne ancora più senza nome a Vienna stavano combattendo per l’uguaglianza di genere e l’emancipazione in un secolo di emarginazione.

donne

Gustav Klimt: Ritratto di Fritza Riedler (1906)

L’esposizione al Belvedere si focalizza principalmente sulle preoccupazioni dei tre pittori circa il corpo femminile, e del modo in cui hanno cambiato l’immagine della donna nei media popolari.  I dipinti in mostra, tuttavia, sono ancora immagini create da uomini che guardano donne guardare gli uomini, come sottolinea il Kalir.

Alcune pubblicazioni di esperti, quali Alfred Weidinger, riportano l’attenzione verso gli sforzi di alcuni gruppi come l’Associazione Generale delle Donne Austriache (Allgemeine Österreichische Frauenverein) o la Federazione delle Associazioni Femministe Austriache (Bund Österreichischer Frauenvereine), che hanno combattuto per la parità sociale ed economica delle donne. Altri esperti, invece, attribuiscono a questi dipinti un contesto politico e culturale, sottolineando come il classico pensiero patriarcale fosse in declino.

Weidinger, parlando dell’epoca di Klimt, Schiele e Kokoschka, descrive come: “Un numero sempre maggiori di donne della borghesia iniziavano ad organizzarsi nei movimenti femministi, ma furono le lavoratrici le prime a guidare le proteste. Non erano solo interessate nel rinnovamento del sistema educativo, il quale era a prevalenza maschile, del loro status di mogli, che all’epoca era semplicemente rappresentativo, e delle norme sociali prive di senso, ma esigevano apertamente i loro diritti e la rivalutazione e reinterpretazione dei ruoli di genere”.

Mentre le donne dorate di Klimt e le eccitanti linee di Schiele sono simboli di un’arte promettente, estasiato da nuove idee e linee di pensiero radicamente moderne, sono le storie delle leader donne che dovrebbero risaltare in questo periodo. Queste storie, spesso non raccontate, hanno la stessa, se non maggiore, importanza.

Moda e cosmesi nella Roma antica

Moda e cosmesi nella Roma antica

In copertina: Affresco della Casa dei Vettii  – Pompei – Ciclo di lavorazione degli olii profumati

L’arte che mira a conservare la bellezza e la freschezza del corpo femminile e maschile è definita cosmesi. Si tratta di una tecnica antica, infatti trae le sue origini in Oriente e in Egitto si diffonde ben presto in Grecia diventando una pratica indispensabile per uomini e soprattutto donne anche nel mondo Romano.

Egitto, 1539-1292 a.C., contenitore circolare per cosmetici

Egitto, 1539-1292 a.C., contenitore circolare per cosmetici

 

I Romani una volta conosciuto tale mondo, nonostante le opinioni dei più conservatori, che resistevano al fascino della cosmetica, ne divennero dei consumatori sfrenati. A tal proposito è opportuno citare uno degli autori più “licenziosi” e brillanti della letteratura latina: Ovidio, conosciuto provocatore della regola severa dell’imperatore Augusto, oltre ad altre celebri opere scrive i “Medicamina Faciei femineae”, un trattato sui cosmetici. I primi versi corrispondono a una sorta di introduzione generale al problema della cosmesi, nei successivi l’autore elenca una serie di ricette e di prodotti per la bellezza del corpo. In quest’opera si conferma il contrasto con le regole ufficiali dell’epoca. Secondo le quali il ricorso alla “maschera” per valorizzare le peculiarità fisiche è considerata per lungo tempo dal mondo latino una sorta di contaminazione prodotta dalla mentalità orientale. Ovidio in un ennesimo atteggiamento trasgressivo e con una mirabile modernità di pensiero considera i cosmetici uno strumento essenziale attraverso il quale le donne rispondono ad un obbligo verso se stesse prima che nei confronti degli altri. Il cosmetico in tale prospettiva ha una funzione decisiva: la bellezza d’espressione del volto non ha valore in una dinamica ostentativa e quindi di esibizione narcisistica delle proprie qualità, risulta invece, un’ esigenza profonda del singolo.

Ritratto di Ovidio

Ritratto di Ovidio

Anche se vivono confinate in campagna si pettinano i capelli

Anche se la loro nascosta dimora fosse sull’impervio Atos, l’alto monte accoglierebbe donne curate

Piacere a se stessi ha sempre un certo fascino, alle giovani donne sta a cuore ed è gradita la propria bellezza.

Le donne del monte Atos pur isolate in un ambiente non facile sarebbero truccate e adornate, dice Ovidio. La connessione tra qualità esterne e morali è molto stretta, a tal punto che le prime quando sfioriscono per ragioni anagrafiche devono essere valorizzate dalla virtù.

In cima alle vostre preoccupazioni ci sia o fanciulle un buon comportamento, l’aspetto fisico trova consensi se l’indole è accattivante, l’età cancellerà la bellezza e il volto pur piacevole sarà solcato da rughe, verrà i tempo in cui vi increscerà di guardarvi allo specchio, e il disagio aggiungerà un altro motivo per corrugare il volto. La qualità dell’animo è sufficiente e dura per lungo tempo, e proprio nella sua durata l’amore ha una ragione per esistere.

L’idea Ovidiana sta a metà strada tra l’accettazione dello scorrere inesorabile del tempo e l’intento consolatorio suggerito dalla consapevolezza di un inarrestabile processo di invecchiamento.

Ma passando al lato pratico della questione è importante dire che in antico gli ambienti dedicati alla toeletta erano arricchiti da vari oggetti d’arredo, e i trucchi utilizzati erano prevalentemente di origine naturale.

Rilievo con scena di toeletta, Treviri

Rilievo con scena di toeletta, Treviri

Questo rilievo decorava il fianco di un pilastro funerario e rappresenta soggetti tratti prevalentemente dalla vita quotidiana. Al centro, la matrona siede su una poltrona di vimini, mentre le ancelle sono intente a pettinarla.

Gli oggetti relativi alla pratica sono una poltrona di fibre vegetali come nel rilievo, un tavolino con  zampe da leone su cui poggiavano altri utensili utili: specchi di rame e di argento levigato, pettini, spilloni per capelli, cassettine e vasetti per il trucco e profumi.

Per la cura dei capelli oltre ai pettini e agli spilloni a quell’epoca esistevano per fare i ricci, dei ferri riscaldati chiamati Calamistra.

Le pettinature più in voga erano il tutulus di origine etrusca, in cui i capelli erano raccolti con un nastro in modo da formare una sorta di cono sulla sommità del capo, e un’acconciatura detta “all’Ottavia”, inaugurata da Ottavia sorella dell’imperatore Augusto. Imitata da tutte le donne del palazzo: sulla fronte si lasciava solo un ricciolo, mentre gli altri capelli si raccoglievano in trecce sulla nuca.

Ritratto di Giulia, figlia dell'imperatore Tito con acconciatura all'Ottavia

Ritratto di Giulia, figlia dell’imperatore Tito con acconciatura all’Ottavia

 

Per la cura del viso invece si usava il nero fumo di semi di datteri arrostiti per il contorno degli occhi ed esistevano già da allora dei falsi nei. Un impasto particolare a base di hennè serviva per colorare le unghie. Anche il resto del corpo spesso veniva colorato: le labbra, le mani, le piante dei piedi, e in certi casi anche le punte dei seni con polvere d’oro.

Le donne amavano anche tingersi i capelli. Per divenire bionde si impiegava il sapo, un misto di cenere e di grasso animale o vegetale, altrimenti si ricorreva a parrucche fatte con capelli dei popoli nordici o con i capelli delle proprie schiave per risparmiare sui costi .Per la depilazione invece si usava una crema a base di pece greca, oppure le classiche pinzette.

E gli uomini?

Nonostante la pratica della depilazione fosse considerata effemminata, molti uomini si facevano depilare. Tra cui anche personaggi importanti della storia come Cesare e Augusto, che si depilavano le gambe con gusci di noci incandescenti, convinti che così i peli sarebbero ricresciuti più morbidi. La depilazione maschile era tanto derisa quanto diffusa. Alle terme per esempio era sempre presente uno schiavo addetto esclusivamente alla depilazione degli uomini.

La mafia uccide solo d’estate: un’ode a chi si fa troppe domande

La mafia uccide solo d’estate: un’ode a chi si fa troppe domande

in copertina: repubblica.it

“Perchè sono l’unico a farsi domande? Forse sono sbagliato?”.

Su Rai 1 si torna a parlare di mafia, questa volta con Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif, che, dopo la fortunata riuscita del film “La Mafia uccide solo d’estate”, torna a Palermo, artisticamente parlando con l’omonima serie. Pif, assieme agli autori Michele Astori, già suo compare ne “I Provinciali” di Radio 2, Michele Pellegrini e Stefano Bises, autore di Gomorra, la serie, ricostruisce la storia di Salvatore Giammaresi, e delle turbolenti peripezie della sua famiglia. Salvatore è un bambino di Palermo, immerso nella sua spensierata crescita, mentre la città attorno a lui vive nel buio della mafia: favori, collusioni, delitti, carenze, mentre i politici, amici dei mafiosi, girano la testa dall’altra parte.

Nella storia del piccolo Salvatore, si intrecciano quelle della sua famiglia, da Angela, sua sorella, che vive la sua adolescenza ebbra dei fumi della rivoluzione del Sessantotto ma che è spinta più dalla forza dell’amore che da quella del riscatto sociale della donna, a mamma Pia e papà Lorenzo, i due pilastri di Salvatore, una coppia tra l’oblio morale della città e la fragilità della loro unione.

“Uomini del Colorado, vi saluto e me ne vado”

In questo marasma, Salvatore inizia a porsi delle domande, tante, forse troppe. È segno della sua età, e della istintiva necessità di comprendere ciò che accade attorno a lui. Fin da piccoli, i bambini tendono a riempire di domande i propri cari, carichi di questa voglia di conoscere. Ma nella Palermo de “La Mafia uccide solo d’estate” (e probabilmente anche in quella vera), chi è curioso, chi si fa domande e chi cerca di dare risposte imparziali non è visto di buon’occhio. 

Pensando più in grande, infatti, personalità come Mario Francese, grande giornalista del Giornale di Sicilia, sono sempre state scomode agli ambienti mafiosi: persone dalla schiena dritta, che non hanno timore di dire le cose come stanno, senza temere le ritorsioni di nessuna frangia mafiosa. Nella storia de “La Mafia uccide solo d’estate”, la maestra di Salvatore chiama proprio Mario Francese per inculcare nei bambini l’ossessione della domanda, la necessità della curiosità a Palermo. Il giornalista siracusano, che assegna ad i bambini una inchiesta, lo sottolinea con forza allo stesso Salvatore: se vuoi del bene a qualcuno, cerchi in ogni modo di aiutare. Per questo fare domande non è solo lecito, ma necessario, perchè i mafiosi vivono dell’omertà della popolazione.

I bambini, purtroppo, non potranno mai concludere e consegnare la propria ricerca a Mario Francese, poichè Totò Riina, che nella serie è uomo di spaventosa grettezza, dà l’ordine di ammazzarlo: troppo scomodi quei suoi articoli.

“Prima di fare domande, bisogna chiedere il permesso”

Questa ricerca della domande diventa quasi dissacrante durante il funerale del ragionier Musumeci, quando Salvatore chiede a Fra’ Giacinto: “Ma i mafiosi vanno in Paradiso?”. Sconcerto generale, come si permette un bambino a disonorare un luogo sacro come la chiesa? Eppure la Chiesa si è disonorata da sola, con i comportamenti dei suoi componenti. Proprio Fra’ Giacinto è la figura che rappresenta il marcio rapporto tra la Chiesa e la mafia: Fra’ Giacinto è sempre presente durante le riunioni dei principali esponenti mafiosi della città, che, guarda caso, sono in combutta con la Democrazia Cristiana. I brogli sono dietro l’angolo, sempre con il placet della Chiesa. Giacinto diventa anche spia per la mafia, consegnando ai fratelli Salvo un disgraziato che aveva cercato rifugio nella sua chiesa.

“Mi raccomando, schiena sempre dritta”

Il doloroso rapporto con la mafia, nella famiglia Giammaresi, non si ferma agli accadimenti coevi a Salvatore: il peccato originale è di nonno Salvatore, reo di aver taciuto dinnanzi alla brutalità della mafia, che aveva ucciso senza ritegno nè sdegno un ragazzino, Giuseppe Letizia, per coprire i propri malaffari. Nonno Tore, per la vergogna della sua omertà, ha smesso di parlare, ma, prima del sospiro mortale, lascia al piccolo Salvatore il suo testamento, colmo della vergogna ma pregno dell’onestà del suo animo: “Mi raccomando, schiena sempre dritta”.

Completamente opposto al padre è il figlio Massimo, giovane fratello di Pia, madre del piccolo Salvatore. Massimo sarebbe, nei libri dei pregiudizi, il tipico siciliano: svogliato, sfrontato e sempre alla ricerca della via facile per una vita agiata. Massimo non ha timore di sporcare la propria morale, di fare favori e, soprattutto, sa che in città bisogna tenere la bocca chiusa. Ma, per Massimo, la famiglia è tutto: per la sorella Pia finisce anche in carcere, per una triste coincidenza. Ma anche Massimo ha dei limiti: in carcere conosce Cosa Nostra, che lo assolda, che gli chiederà di uccidere un uomo. A tutto c’è un limite, però, e Massimo farà di tutto per salvare la vita del condannato. Anche nella corruzione, la luce della morale e della bontà umana trovano spazio, riportando un uomo sulla via della perdizione verso il giusto percorso.

Ne “La Mafia uccide solo d’estate”, i veri vincitori non sono i cattivi, i mafiosi, ma i buoni, coloro che vogliono il bene di Palermo e perseguono in ogni modo questo ideale. La morale di Lorenzo, il papà di Salvatore, che, a costo di enormi sacrifici, non si piega alle logiche dei favoritismi mafiosi. E quando la morale stessa vacilla, quando Lorenzo accetta un canone agevolato per la casa dei sogni in cambio dei nomi necessari per i brogli elettorali, il senso di colpa è tale da non far dormire di notte il povero padre di famiglia. Ma i veri vincitori della serie sono i servitori dello Stato, tra i quali Boris Giuliano, integerrimo commissario di polizia a Palermo. Giuliano è visto come mentore da Salvatore, spalla su cui piangere le disavventure amorose ma, soprattutto, come pilastro morale della sua crescita. Giuliano, con i suoi metodi unici di indagine, perde le notti per scovare ed arrestare i malviventi e il malcostume palermitano. La storia ci insegna che Totò Riina, tramite il suo braccio destro Leoluca Bagarella, ucciderà Boris Giuliano, in pieno stile mafioso dell’epoca, alle spalle, segno della vigliaccheria della mafia. Ma tutti i morti di mafia sono i martiri dei nostri giorni, pronti, con il loro coraggio, a combattere il cancro che ancora attanaglia l’Italia e saranno sempre gli eroi dell’Italia che non vuole piegarsi alla logica mafiosa.

Questo è il vero messaggio de “La Mafia uccide solo d’estate” che non vuole essere la solita manfrina sulla mafia, ma, anzi, cerca i lidi della commedia per smuovere gli animi in maniera originale e divertente: un’ode a chi si pone tante domande e non ha paura di farle, perchè, proprio come dice Mario Francese, le fa per il bene della sua città, della sua Regione e dell’Italia intera. Il prodotto di mamma Rai è di un livello al quale il pubblico generalista italiano non è abituato e speriamo che la prossima stagione sia la prima di un lungo percorso fatto di esempi virtuosi come questa serie. 

Un vero fan dei Radiohead non dovrebbe ascoltare Oasis

Un vero fan dei Radiohead non dovrebbe ascoltare Oasis

original pic from: consequenceofsound.net

Un vero fan dei Radiohead non dovrebbe ascoltare gli Oasis. O almeno dovrebbe provare a (non) farlo.

Perché? Ecco una serie di dichiarazioni dei fratelli Gallagher sui Radiohead e nei confronti del loro frontman, Thom Yorke.

Liam Gallagher: «Non ho mai ascoltato Ok Computer ma qualunque cosa dei Radiohead per me non ha un senso. Tutti pensano che siano all’avanguardia ma sono famosi solo per canzoni come Creep, no? Per il resto della loro carriera sono andati proprio fuori strada. Non capisco. Voglio dire, tutti abbiamo scritto canzoni come Creep, che sono le loro canzoni classiche. Sono queste che rendono i Radiohead quelli che sono ora. Karma Police è carina ma mica stiamo parlando dei Beatles».

 

Liam Gallagher: «Ho ascoltato quel fottuto album dei Radiohead e ho subito pensato: ’Cosa??’ Mi piace pensare che quello che facciamo lo facciamo fottutamente bene (riferendosi peraltro ai Beady Eye, successivi agli Oasis). Loro scrivono una canzone su un fottuto albero? Ma per cortesia! Un albero di mille anni? Ma andate a farvi fottere!

(il disco al quale si riferisce è “The King Of Limbs”)

 

Noel Gallagher: «Sono consapevole del fatto che i Radiohead non abbiano mai avuto una brutta recensione. Ma probabilmente se Thom Yorke facesse i suoi bisogni in una lampadina e poi la cominciasse a gonfiare, avrebbe un punteggio di 9 dalla rivista Mojo. Ecco di cosa sono consapevole. Tecnicamente ci sono songwriter migliori di me, almeno stando a quello che scrivono giornalisti del Guardian. Ma ci sono stati gruppi che sono stati in grado di influenzare una generazione? I Radiohead lo hanno fatto? A me sembra che nessuno li ascolti. Appena Thom Yorke riesce a scrivere una canzone come ‘Mony Mony’ allora fatemi uno squillo. Qualche anno fa eravamo al Coachella, io e la mia signora, e c’erano i Radiohead e abbiamo deciso di dargli (si riferisce proprio a Yorke) una possibilità. Sono saliti sul palco ed hanno attaccato con questa cosa post-techno. Eravamo incazzati, ed abbiamo deciso che non faceva per noi».

 

Tre dichiarazioni a caso, o meglio selezionate tra le tante, indicative della rivalità Oasis-Radiohead. Cosa deve fare dinanzi a questo un vero fan dei Radiohead? Queste dichiarazioni non possono essere tollerate. Non scherziamo. Non si può ignorare Ok Computer o sminuire album eclettici come The King Of Limbs.

 

Cosa dovrebbero dire allora Yorke e Radiohead di “Be Here Now”? A prescindere dalle vendite, per quanto mi riguarda nel 1997 uscirono due grandi album: i loro nomi sono proprio Ok Computer e Urban Hymns dei The Verve. Be Here Now non lo fu e non resse affatto il confronto con l’esplosione dei primi due lavori “Definitely Maybe” e “(What’s the story) Morning Glory”.

 

Forse, sarà proprio quello l’anno cardine nel quale gli Oasis perderanno lo smalto e le fortune degli anni Novanta. Lo stesso Noel non esitò a definire i testi di Be Here Now in una intervista a Singapore «una merda». Sinceramente è un disco che non ricordo (a parte Stand By Me, Don’t Go Away e All Around The World) e che ho faticato ad ascoltare per la sua complessità e lunghezza. E’ un disco noioso. Aggettivo che invece collide con le caratteristiche e con la genialità dei Radiohead. Avete capito? Non dovete ascoltare gli Oasis, tanto meno Be Here Now.

 

Complesso di inferiorità. Giacciono in tale teoria le dichiarazioni dei fratelli Gallagher nei riguardi dei Radiohead? Qui si potrebbe richiamare il complesso di inferiorità coniato da Alfred Adler (1870-1937), lo psicologo della psicologia individuale. Lo studio dell’uomo in rapporto al contesto sociale. Nel libro “Conoscenza dell’uomo” si fa riferimento all’inferiorità organica del bambino, nella sua lotta e nel tentativo di emergere.

 

Ogni bambino, posto a contatto con il mondo adulto, è indotto a considerarsi piccolo e debole. In compenso, l’antidoto professato da Adler è la ricerca di un fine, con le possibilità di raggiungerlo e perfezionarlo. Forse il loro fine gli Oasis lo hanno comunque raggiunto, uscendo pertanto dalle difficoltà del mondo dell’infanzia. I Radiohead sono invece ancora in piedi e continuano la propria opera musicale. Ma non è il caso di fare paragoni, tanto meno farne un dramma. Chi è un vero fan dei Radiohead non dovrebbe ascoltare gli Oasis. Chiaro, no?

P.S: Non chiedeteci più di suonare e cantare Wonderwall: semmai vi beccate dieci minuti di All Around The World.

(Il seguente articolo è ironico e la teoria di Adler non ha un collegamento logico)

Pin It on Pinterest