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Il futuro immaginato da Ippolito Nievo – Seconda parte

Il futuro immaginato da Ippolito Nievo – Seconda parte

Riprendiamo la lettura del futuro immaginato da Ippolito Nievo in Storia filosofica dei secoli futuri. Nella prima parte (che trovi qui) ci siamo fermati a un anno imprecisato tra XIX e XX secolo: papa Giovanni XXIII in esilio a Sebastopoli stringe un’alleanza con lo zar Nicola II per invadere Italia e Francia (a questa alleanza si unirà anche l’Inghilterra).

Siamo alla fine del secondo capitolo, la Russia e la Germania si contendono il continente. Il 1950 è l’anno della rivoluzione russa (Nievo ha immaginato anche questa seppur in modo diverso): Polonia e Turchia si separano dall’impero dando origine al regno di Polonia e all’impero bizantino. Il 1960 è l’anno di conclusione del secondo capitolo ed è l’anno della federazione di Varsavia. Questa federazione altro non è che l’Unione europea immaginata da alcuni intellettuali risorgimentali italiani come il filosofo Carlo Cattaneo, ovvero un’unione di Stati federali e laici. La federazione di Varsavia è composta da 12 Stati: l’impero russo e l’impero bizantino, i regni d’Inghilterra, di Polonia, d’Italia, d’Irlanda, di Scandinavia e di Spagna, ed infine, le repubbliche di Francia, Germania, Svizzera e Danubio.

Lasciamoci alle spalle il secondo capitolo e procediamo col terzo. Questo si apre con l’introduzione di un personaggio, Giovanni Mayer, agricoltore boemo che afferma di essere il nuovo Messia: «La buona novella ch’io ho portato è questa: che si vive per vivere, che perciò bisogna vivere bene, e che a vivere bene giovano il buon umore, il lavoro moderato, e il fare e l’accettare benefizi […] bisogna mettere via quel vecchio salmo della mortificazione della carne inventato dai ricchi a danno dei poveri; occorre dar a tutti una parte di felicità qui in questo mondo, ove siamo certi di goderla». Con il personaggio di Giovanni Mayer, Nievo in un certo senso prefigura la nascita dei trascinatori di masse che noi uomini reali e contemporanei conosciamo fin troppo bene. Lo fa in un modo ironico dicendo che Mayer è riuscito in soli ventotto mesi a crearsi un popolo di credenti, mentre, il filosofo Hegel in quarant’anni di filosofia ne è riuscito a farsene solo uno, il portinaio. Senza dubbio queste pagine mostrano il pensiero del Nievo sociologo e pessimista: il pericolo che le lotte di indipendenza delle masse dai centri di potere politico-religioso possano declinare in forme di decadenza culturale cui solo i “sogni di un visionario” possano riempirle. Il “visionario” forte del numero di adepti acquisiti si autoproclama Papa della buona gente e comincia la sua campagna di conversione nel mondo. Il suo successore Adolf Kurr riuscirà nell’impresa e riuscirà a farsi eleggere “gran patriarca del mondo e benefattore del genere umano”, tanto da ringraziare l’umanità con la distruzione di tutti i libri, colpevoli di determinare la diversità tra le classi.

Il quarto capitolo è quello più fantascientifico e avvincente. Viene descritta la nascita nell’anno 2140 degli omunculi, anche chiamati uomini di seconda mano. Cosa sono? Semplice dei robot. I creatori di questi omuncoli sono i fabbricatori di macchine da cucire e vicini di casa Jonathan Gilles e Teodoro Beridan che assieme hanno creato il primo omuncolo chiamato Adamo. Gilles ordina all’omuncolo di uccidere Beridan, l’omicidio riesce e sia lo scienziato che l’omuncolo vengono arrestati ed entrambi condannati; qui Nievo pone una importante riflessione giuridica, ovvero se sia giusto condannare una macchina artificiale. In queste pagine, inoltre, fuoriesce tutto il pessimismo di Nievo per il progresso tecnologico; è descritto un mondo in balia dell’ozio e delle droghe visto che tutte le semplici mansioni sono affidate agli omuncoli. Per combattere la “peste apatica”, nel 2180 viene ordinata dal Papa la chiusura delle fabbriche di omuncoli e il battesimo per quelli rimasti (attacco sarcastico di Nievo nei confronti del cattolicesimo).

Il viaggio è giunto al termine ed è giunto il momento di tirare le somme sull’opera. Storia filosofica dei secoli futuri non è sicuramente un’opera da affiancare ai classici della letteratura italiana; è un divertissement ricordiamocelo, ma se ne consiglia la lettura anche per capire le aspirazioni e le paure di un uomo che ha scritto questo libricino mentre partecipava alla spedizione dei Mille, ovvero quando si stava facendo la storia.

Oggi 30 novembre ricorre l’anniversario di nascita di Ippolito Nievo e credo sia giusto ricordarlo con l’ultima frase dell’ultimo capitolo: «Sia pace all’anima sua!».

Castro, Beatles e Presley:  Ci colleghiamo con Ed Sullivan!

Castro, Beatles e Presley:  Ci colleghiamo con Ed Sullivan!

Articolo originale di Chris Jordan, pubblicato il 27 Novembre 2016, qui.

“Ladies and gentlemen, Fidel Castro?”

Fidel CastroNoto per aver presentato Elvis e i Beatles all’America durante il suo varietà “The Ed Sullivan Show” in onda per molti anni sulla CBS, nel 1959, Sullivan presentò in un contesto totalmente differente una personalità d’alto rilievo: Fidel Castro.

Il modo in cui ottenne l’intervista nasconde una storia fatta d’intrighi e pericoli, poiché i tizzoni della rivoluzione bruciavano ancora. Nel 1958 la maggior parte dell’America ancora non sapeva chi fosse Castro, né quali fossero le sue inclinazioni politiche. Sullivan chiese “in prestito” uno scrittore del Chicago Tribune*, posseduto dal New York Daily News, per impostare l’intervista.  Dopo un viaggio in aereo ed un “giretto” di sei ore per le vie secondarie della città di Matanzas, Sullivan e la sua troupe si ritrovarono in una piccola stanza con Castro ed i suoi seguaci, armati di mitragliatrici.

Sullivan e Castro sedevano ad una scrivania.

“I due erano circondati da soldati, uno dei quali aveva un mitra puntato alla testa di Ed,” scrive Maguire.

“L’atteggiamento di Sullivan non era il solito rigido ed innaturale che adottava durante il suo programma il sabato sera, ma piuttosto esuberante e vivace.”

Sullivan, un Anti-Comunista convinto, chiese a Castro s’egli lo fosse. La domanda provocò una reazione violenta.

“(Castro) quasi saltò dalla sedia” disse il cameraman Andrew Laszlo “si strappò la camicia e fece vedere un bellissimo crocifisso e gridò: “Sono un Cattolico, come potrei essere un Comunista?!”

Sullivan gli chiese in seguito se fosse il George Washington cubano, il che aumentò facilmente la tensione in quella stanza. Concluse infine l’intervista chiedendo a Castro in che modo riuscire ad impedire l’ascesa di futuri dittatori, come Fulgencio Baptista, il Leader cubano che Fidel Castro riuscì ad abbattere.

“Sarà facile” disse Castro in un inglese imperfetto:

“Non permettendo a dittatori futuri di venire a governare il nostro Paese. Potete starne certi, Baptista è e sarà l’ultimo dittatore di Cuba”. 

Sullivan

All’insaputa di Sullivan, Castro si prestò ad un’intervista durante il programma “Face the Nation”, in onda poche ore prima della sua intervista col conduttore, ma Sullivan condusse il primo.

Castro divenne una sorta di star dei media, ed eroe della contro-cultura negli Stati Uniti prima che i rapporti fra i due paesi s’inacidissero. In seguito al 1959 apparve al “Jack Paar’s Tonight Show”, ed al  “Person to Person” di Edward R. Murrow. Bob Dylan, Ernest Hemingway, Jean-Paul Sartre e Gabriel García Márquez espressero il loro supporto al rivoluzionario.

Dopo l’invasione della Baia dei Porci nel 1961, Castro divenne un nemico dello stato, e le sue apparizioni sulla TV americana calarono sempre di più. Un’eccezione vi fu nel 1976 quando il giornalista sportivo Howard Cosell intervistò Castro per la ABC durante un incontro amatoriale di box nell’Avana. Castro gli parlò dei suoi primi tiri a Baseball.

Sullivan, che presentò Elvis Presley durante il suo show nel 1959, causerà un’onda d’urto ben maggiore nel 1964, portando i Beatles in America.  Le apparizioni di Presley, i Beatles e Castro hanno una cosa in comune: al termine delle interviste Sullivan, dall’imponenza del suo palco,  li dichiara tutti “cittadini modello” dei loro paesi.

“È un bravo giovanotto” disse Sullivan di Castro nella trasmissione dell’11 Gennaio 1959 “un giovanotto intelligentissimo”

 

*Il Chicago Tribune è il quotidiano principale dell’area metropolitana di Chicago e del Midwest degli Stati Uniti

Rocco Schiavone, quando vogliamo cancellare le cose belle

Rocco Schiavone, quando vogliamo cancellare le cose belle

In copertina: Rocco Schiavone nelle sue poco corrette abitudini, fonte Panorama

Nelle ultime settimane sui canali di mamma Rai, precisamente su RAI2, ha fatto la sua comparsa una nuova serie tv. Sì, voglio definirla SERIE TV perché è ben fatta e realizzata quindi non la definirò fiction.

Con la sua comparsa sugli schermi è naturalmente cresciuta dal nulla la solita polemica all’italiana, dove si definiva il vicequestore protagonista della serie troppo estremo, troppo fuori dagli schemi e dalle regole per poter essere trasmesso in prima serata su un canale della televisione nazionale.

Quali sono questi atteggiamenti estremi che tanto hanno destato scalpore nei giornalisti nostrani? Beh, il suo atteggiamento spocchioso, con un linguaggio colorito, sono i meno criticato; il vero peccato originale, in realtà, è il fatto che nella serie si veda con estrema tranquillità e assoluta naturalezza il Vicequestore consumare uno spinnello, sì uno spine, sì quello (citazione impropria a Fabri Fibra), che egli stesso, nella seconda puntata, prendendo spunto da una citazione di Hegel, lo definisce come la sua preghiera del mattino.

La droga, sempre che la cannabis si possa definire tale, si dimostra ancora nel 2016 un argomento tabù per l’utente televisivo di vecchio stampo, soprattutto quello italiano, nonostante negli USA vengano trasmesse serie televisive nella quale la si produce a livelli industriali e la si distribuisce a livello nazionale e internazionale come farebbe una multinazionale qualsiasi. Ovviamente mi riferisco a prodotti come Breaking Bad, Narcos e Weeds, per citare alcune delle serie più conosciute. Forse il fatto che il soggetto a farne uso sia un pubblico ufficiale e non il solito personaggio stereotipato della fiction alla italiana, può scombussolare il fragile buonismo dei telespettatori nazionali.

Altra cosa che ha destato scalpore è l’atteggiamento tenuto da Schiavone nella seconda puntata, nella quale si sta indagando su di un suicidio-omicidio di una giovane ragazza trovata impiccata in casa. Nel corso della puntata vengono trattati due argomenti che hanno contraddistinto, purtroppo, la cronaca recente: uno stupratore seriale torna a piede libero dopo una lunga sfilza di accuse accreditate e la vittima del caso principale della puntata si pensa possa aver subito violenze fisiche dal marito.

Entrambi i temi vengono affrontatati in maniera molto delicata e rispettosa senza eccedere nelle descrizioni o in dettagli che avrebbero potuto portare il tutto a un livello di retorica da 4 soldi.

Leggendo questo uno potrebbe chiedersi “Ma di cosa si sono lamentati gli spettatori?”. Beh, si sono lamentati del modo di operare e di reagire alle due dinamiche da parte del protagonista, il quale senza pensarci due volte torna nella sua Roma per ridare una lezione allo stupratore. Evidentemente, la prima volta non era stato convinto a dovere. 

In ogni caso Schiavone, riesce verso la fine a trovare la prova schiacciante: l’assassino della donna è il marito! Torchiato psicologicamente dal protagonista, ammette di averla picchiata più volte per via della sua mancanza di fede e della sua presunta relazione con la proprietaria della libreria. È nei 5 minuti finali, però, che le nostre certezze crollano. Schiavone, leggendo il diario della vittima posseduto dalla sua amica, collega tutto e capisce che il marito non ha ucciso la moglie inscenando un suicidio, ma questa ha fatto esattamente il contrario, con l’aiuto dell’amica e presunta amante. E Schiavone che fa? Elimina la prova che potrebbe collegare l’amica alla scena del crimine,facendo in modo che il marito, innocente, venga accusato dell’omicidio.

Due atteggiamenti che potrebbero mettere in discussione la morale di molte persone, ma che comunque hanno avuto una eco minore rispetto a quella del consumo di sostanze. Questo serve a farci capire quanto ancora un semplice spinello sia moralmente meno accettato di un violentatore che viene accusato ingiustamente di omicidio.

La scorsa notte ho sognato che qualcuno mi ‘amava’ (parte quarta)

La scorsa notte ho sognato che qualcuno mi ‘amava’ (parte quarta)

La scorsa notte ho sognato che qualcuno mi ‘amava’ è un racconto a puntate. Prima parte qui , seconda parte qui, terza parte qui

La scorsa notte ho sognato che qualcuno mi amava. Nessuna speranza, nessun danno. Solo un falso allarme. In preda ad un groviglio di deliri esistenziali, come piccoli pezzi a caccia di ricomposizione.

 

All’indomani di quella lettera, Aaron cominciò a lavorare alla stesura del prossimo delicato discorso del sindaco Mellby. I due, agli occhi di scrive dotati di rapporto apparentemente indecifrabile, si erano sentiti al telefono in nottata, per concordare alcuni piccoli ma decisivi accorgimenti. Ma Aaron aveva deciso di esagerare con le proprie bottiglie. Ancora una volta. Un antidoto al proprio regime, più che a quello generale che stava invece coinvolgendo e rivoluzionando cittadini e politica britannica.

 

  • Pronto. Qui Mithcell.

  • Aaron! Devi smettere di bere.

  • E tu di fare il dittatore.

  • Gli inconvenienti del mestiere e del potere. Non siamo così diversi.

  • Sto per depositare il lavoro…

 

Le introduzioni telefoniche tra il ‘noto’ ghostwriter e il sindaco di Cupcake Town, erano pressoché identiche. Non correva buon sangue ma il concetto di compromesso era in quel momento una fattispecie portata ai massimi termini. Aaron non faceva ormai altro che bere, ascoltare dischi, crogiolarsi nei propri principali miti di 100 anni addietro e sfornare libri, pur di raggiungere Cecily Burns ed attendere la fine del nuovo inizio del colonialismo britannico. Era ormai il 2087, e pochi anni dopo, il XXII secolo sarebbe giunto. Ma tutto sembrava essere tornato ai tempi dell’America in fase di espansione, in un mondo dominato dalla Corona inglese. Qui, Regine e neoliberismi erano praticamente saltati. Aaron era felice di pensare che Morrissey avrebbe preferito davvero Margaret Thatcher, Tony Blair o George Bush, alla spregiudicata tirannia di Mellby. A leggere qualche storica intervista il nodo pare destinato a rimanere del tutto irrisolto.

 

Dopo aver inviato il discorso che Mellby avrebbe dovuto tenere in Parlamento, uscì di casa per una boccata d’ossigeno. Dopotutto, non varcava la porta della propria dimora da ormai più di tre settimane, quando la necessità di bere prendeva il sopravvento sulla amichevole solitudine di soffitti e pavimenti incrostati di uno sporco parecchio datato. Fu un percorso mentalmente tortuoso quello fino al supermercato dei ricordi: a questi si accompagnava una certa inquietudine per la paternità del discorso di Mellby, che sarebbe probabilmente risultato decisivo dinanzi alla svolta autoritaria di Westminster. Da Cupcake a Londra. Roba da far accapponare la pelle: arrivare al potere centrale è oggi davvero troppo semplicistico. Un tragicomico e controverso cambiamento che vide sparire gradualmente i sogni europei ed americani.

 

Cecily continuava a sperare in uno sprazzo di lucidità del suo Aaron. Nel frattempo trascorreva le giornate all’insegna della vera quotidianità: il lavoro, le pause pranzo coi colleghi, le sere in casa con le amiche di ferro. Non inganni la sociopatia di Aaron Mithcell, poiché uscire di casa sarebbe diventato di lì a breve una problematica cittadina: uno sfrenato lusso che molti avrebbero dovuto ben presto abbandonare nel cassetto delle impossibilità. I momenti di reale conforto erano le chiacchierate con Sheila, sua inimitabile ed inestimabile compagna di viaggio, nonché migliore amica (anche) di Aaron. Un triangolo curioso per la sua durevolezza, che nemmeno il regime avrebbe potuto scalfire.

  • Fidati di me. Aaron tornerà.

  • Ho quasi smesso di sperarci.

  • Bene, allora tornerà sicuramente.

 

Sheila era estremamente convinta del loro futuro lieto fine. Un esito scontato, dettato dalla invidiabile caparbietà sentimentale di Aaron e Cecily. Gente per bene, tuttavia ai limiti della ‘bipolarità’. Questo, secondo il proprio pensiero, avrebbe fatto ben sperare, poiché sintomo di una caratura necessaria ad addestrare l’insopportabilità del futuro regime e la sparizione del concetto di cittadino. Cupcake Town urgeva di gente instabile, folle, patologicamente sognatrice. Serviva porsi su uno stesso piano. Cantando l’allegria e quel poco di buono ormai rimasto in circolazione.

 

  • Ma se andassi a trovarlo, Sheila?

  • Sai com’è fatto. Impazzirebbe perché non vuole che ti cacci nei guai.

  • Ma siamo già nei guai.

  • Non qui Cecily, non ora. I patti sono patti. Mellby è di parola.

  • Ma il Tribunale dei tradimenti non mollerà la presa.

  • Cecily, basta. Lascia fare a lui. Sono certa abbia un piano.

 

 

Sheila e Cecily si congedarono attorno alle 9 della sera. Il regime aveva inculcato nella ormai maggioranza di sudditi il concetto di tempo. Tutto doveva essere considerato nei minimi dettagli, poiché il negativismo attuale era principalmente improntato sulla debolezza umana circa l’amministrazione del tempo. Gli orari di lavoro erano dunque piuttosto rigidi, anche se la cura dei malati rimaneva una delle poche cose nobili e democratiche rimaste in terra. Cecily ne era fiera e ben cosciente, sapendo che anche i ghostwriter non erano poi così ‘cittadini’ o ‘antisistemici’, tali da poter assurgere a modello di un adeguato post-modernismo democratico.

 

Aaron trascorse circa tre ore fuori casa, di cui almeno una al supermercato. Le scelte in veste alcolica erano considerate di una certa delicatezza. I deliri e le allucinazioni avanzavano sempre più consistentemente. Ma non abbastanza dal posare lo sguardo verso la parte inferiore della porta, prima che le chiavi potessero aprirla, decretando il rientro in dimora. Vi trovò la lettera di Cecily.

 

Dopo averne affrontato la lettura, giunse il tempo di incontrarla. Non imprudentemente. Cominciò così ad organizzare un piano, che avrebbe nascosto allo stesso Mellby. A rischio e pericolo per le loro vite, ma con la saggia considerazione di poter facilmente fregare un uomo unicamente interessato al governo di Cupcake Town e soprattutto dell’intero Regno Unito.

Il fenomeno Bon Iver tra misticismo ed ermetismo

Il fenomeno Bon Iver tra misticismo ed ermetismo

A pochi giorni dall’uscita del suo ultimo album, il fenomeno Bon Iver continua a crescere e Justin Vernon e colleghi non deludono.

Chi scrive ha (sempre) creduto che Bon Iver fosse un’artista solista. In realtà, dopo una inaspettata scoperta, è proprio il loro essere gruppo a rendere le tonalità delle canzoni particolari ed a tratti tenebrose. Un canto mistico, una preghiera. Il nome in francese Bon Hiver viene dal saluto finale di una famosa serie tv. Ed è così che salutiamo il nostro secondo sabato formato jukebox.

 

I Bon Iver si formano nel 2007. Originario del Wisconsin, Vernon registra in totale solitudine nella sua baita “For Emma Forever ago”. Il resto è storia recente, ma pur sempre storia.

 

Vernon ha una voce riconoscibile che proviene dal basso. Dallo stomaco, dalla parte più profonda del suo cuore. Graffia, lacera quasi. Un qualche dispositivo diabolico le conferisce un sapore metallico, come metallico può essere il sapore del sangue, associazione richiamata dal singolo ’Blood Bank’. Quest’ultimo, rappresenta la storia di un incontro davanti alla banca del sangue, per scegliere una sacca come si sceglie un gioiello. Se ne scorge la neve, custodita da un groviglio di baci. Una perfetta storia dark da San Valentino. O meglio, dai richiami natalizi (ormai il countdown è partito per tutti).

 

I testi appaiono dunque spesso criptici. Le parole a volte sembrano essere state poste lì senza una ragione precisa, seguendo un flusso di coscienza che solo chi ne è l’autore può identificare. In principio però, galeotta fu ‘Skinny Love’ e il suo martellante ritornello. Quest’amore magro e denutrito è divenuto il trampolino di lancio della band americana.

I told you to be patient
I told you to be fine
I told you to be balanced
I told you to be kind
In the morning I’ll be with you.

 

Fa freddo e c’è gelo nelle canzoni dei Bon Iver. Dopo Skinny love che gela il cuore, ecco The Wolves. Quasi la tempesta di neve si tasta con mano. Potrebbe sembrare un concept album. Forse Vernon aveva in mente di raccontare una storia, sgangherata ed apparentemente incomprensibile? La storia di un ragazzo solo in una baita, che passa attraverso i cunicoli delle sue emozioni e ne esce con meravigliose liriche.

 

Il ritmo lento ma accattivante e le ripetizioni di alcuni versi, non ridondanti, sanno di fraseggio alla Lou Reed. Forse. Le stesse parole infinite volte ripetute danno una impronta ben definita alla canzone. I Bon Iver passano, feriscono, e scivolano via.

 

Nel 2016, esce ‘22, A Million’. Al primo ascolto, subito qualcosa sfugge. I Bon Iver si spingono musicalmente parlando in ed a territori inesplorati. La musica diventa opera di ingegneria e tecnicismo, senza smettere tuttavia di raccontare se stessi ed il mondo. E’ un album che parla di futuro, o meglio della paura di un futuro non molto lontano. I testi si fanno più cupi e Vernon si serve di numerosi termini religiosi per descrivere la propria inquietudine. Titoli, numeri. Quasi come a costruire una simbologia particolare.

 

Il primo pezzo è ‘22’. Un inizio col botto, nel quale le tonalità cupe esplodono con il ‘might be over soon’. Vernon pare più maturo ed incisivo in questo terzo disco. 22 è il suo numero artistico, come il 9 per John Lennon e l’11 per i Radiohead. I richiami alla religione sono anche nei numeri in 33God, con un Vernon a fungere da varco di una profonda disillusione.

 

Vernon ha non a caso raccontato come quest’album sia stato scritto in una fase delicata della sua vita ed in cui ha affrontato una brutta depressione. Vernon ne esce ed uscirà tuttavia a testa alta, con un prodotto che musicalmente parlando segnerà un traguardo importante nella musica e nel folk: Dylan e Neil Young docet.

 

L’apice si percepisce e raggiunge in ‘8circle’. Domande su domande, futuro in bilico. Perdono, amore. Tutto scorre, tutto ritorna e si riparte da zero. Come un cerchio infinito. A chiudere il viaggio di Vernon nell’inconscio, nella storia dell’uomo e allo stesso tempo nel presente, passato e futuro, vi è appunto 00000 million.

 

Il titolo suggerisce una vaga idea di nulla, ma anche di tutto l’Altro. Vernon stesso, affascinato dal Taoismo e dal dualismo vede nel 22 sé stesso e in 00000million l’universo: due unità in perfetta sintonia. Un lavoro egregio, chiuso degnamente con questa preghiera. Lo si può immaginare in cima ad una montagna ed in una preistoria molto lontana. In un’altra vita a chiederti il perché di tutto. Solo, in contemplazione, alla scoperta della vita e del significato del dolore. Perforandolo con astuto coraggio, anche se a volte (troppo spesso) potrebbe farci male.

PLAYLIST:

00000 MILLION:  And I walked it off: how long I’d last
Sore-ring to cope, whole band on the canyon
(‘Cause the days have no numbers)
Well it harms me, it harms me, it harms me, I’ll let it in

FOR EMMA: “With all your lies,
You’re still very lovable.”

“I toured a light
So many foreign roads
For Emma, forever ago.”
22 (OVER S{\displaystyle \infty }ooN): Where you gonna look for confirmation?
And if it’s ever gonna happen

 

BLOOD BANK: That secret that we know
That we don’t know how to tell
I’m in love with your honor
I’m in love with your cheeks
What’s that noise up the stairs babe?
Is that Christmas morning creaks?

LUMP SUM: Fit it all, fit it in the doldrums
Or so the story goes
Color the era
Film it as historical
8(circle): Too much for me to pick up, oh
Not sure what forgiveness is
We’ve galvanized the squall of it all
I can leave behind the harbour

foto da: myspace.com

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