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Referendum, le (inutili) ragioni del Sì e del No

Referendum, le (inutili) ragioni del Sì e del No

In copertina: il quesito del Referendum. Fonte ilpost

L’altro giorno assistevo in differita al secondo appuntamento su La7 targato Enrico Mentana, nel quale vengono approfonditi i temi e le ragioni del Sì e del No in vista del referendum costituzionale del 4 dicembre. A confronto, il presidente del Consiglio Matteo Renzi e uno degli storici leader Dc, Ciriaco De Mita. La domanda che a tutti sorge spontanea, anche forse e soprattutto da parte degli stessi sostenitori del No è la seguente: perché le ragioni addotte dagli stessi debbono essere sostenute ‘televisivamente’ da quella politica vecchia incarnata più che mai da uno come Ciriaco De Mita? Quali sono le ragioni di questo vuoto a perdere, dopo la deludente ‘esibizione’ del costituzionalista Zagrebelsky?

 

E la storia è sempre la stessa: limitarsi al compitino, difendere lo status quo. Ignorando che la faccenda del bicameralismo perfetto/paritario desueta nemmeno lo è attualmente: lo è sempre stata, sin dagli albori dell’Assemblea Costituente. Perché, per quanto la nostra Costituzione possa essere la più bella al mondo, è altrettanto vero ed innegabile che quell’atto politico fondamentale fu un compromesso dettato da paure del passato più che giustificate. Un compromesso che coinvolse soprattutto la struttura istituzionale e la seconda parte della Costituzione: la contrapposizione tra bicameralismo e monocameralismo professato da socialisti e comunisti è storia nota ma spesso oscurata e dimenticata.

 

L’appuntamento del 4 dicembre è fondamentale se si guarda a quelli che sono i profili di merito: ed invece la personalizzazione continua a farla da padrone, con i professoroni ed i politici del No chiusi in una scatola di vetro ed incartati nella iniziale trappola renziana. Un gioco di gambe ed un doppio passo di classe, che il No non è mai stato in grado di reggere e contrastare. Urlando alla caduta del premier anziché addurre le ragioni della contrarietà alla riforma, che possono peraltro essere molteplici ed innumerevoli, considerata la possibile modifica di oltre 40 articoli del dettato costituzionale.

 

Avvento del nuovo bicameralismo imperfetto, ridefinizione competenze Stato-Regioni, funzionalità e funzionamento del nuovo Senato, sparizione ( o meglio, non menzione) delle Province, nuova elezione del Presidente della Repubblica. Vien da chiedersi come mai quei No, che contestando anche uno solo di questi profili potrebbero vincere a mani basse, si limitino ad andare in Tv adducendo «che è meglio lasciare le cose così come stanno».

 

A preoccupare è la drammatica assenza contenutistica della (anti)politica: è del resto difficilmente appetibile sposare una battaglia da tutti contro uno, soprattutto se quei tutti si chiamano Berlusconi, Brunetta, De Mita, Di Maio, Salvini, Grillo, D’Alema. Ed è meglio fermarsi qui. Se poi, tale battaglia diviene strumentale ed avara di contenuti,  la frittata è fatta ed il disastro si rivelerà a breve in tutta la sua evidenza. Piccolo inciso a riguardo: pare che Berlusconi sia andato da Mattarella ed abbia offerto la propria disponibilità ad (appoggiare?) un nuovo governo in caso di dimissioni di Renzi. E niente, fa già ridere così.

 

Se volessimo peggiorare il quadro, potremmo addirittura sindacare sulla necessità di un referendum costituzionale. La fine del bicameralismo perfetto segnerà davvero la risoluzione delle complicazioni istituzionali del Paese dei 63 governi in 70 anni? L’eliminazione del principio di competenza concorrente Stato-Regioni, nella ridefinizione del tanto discusso art.117 (già revisionato nel 2001 con la riforma del titolo V), allevierà l’illimitato numero di ricorsi presentati in questi anni alla Corte Costituzionale? Il Senato dei 100 rispecchierà canoni di efficienza e funzionalità, o si attesterà semplicemente nella comoda categoria legata alla voce ‘taglio degli sprechi’, lasciando la tazza bollente a Sindaci e Consiglieri? Ed ancora: il nuovo art. 70 è abbastanza chiaro da definire la possibile futura diversità tra Camera e Senato? La riduzione dei senatori, la sparizione delle Province, l’elezione indiretta del Senato, l’abolizione del Cnel. Basterà tutto questo a limitare le spese di un Parlamento tra i più costosi e numerosi in Europa e nel mondo?

 

Come si mette dunque in difficoltà Renzi, considerata la notevole abilità dialettica, fondata su canoni di semplificazione e rottamazione? Lo avrete capito: portando le ragioni della contrarietà alla riforma. Non abbiamo assistito (ancora) a nulla di tutto questo. Quel che invece sappiamo (..) è la presenza di una modifica costituzionale piuttosto sostanziale, che potrà essere votata o meno esprimendo un semplice Sì o No. Un fatto a mio avviso paradossale: si sarebbe ad esempio potuto lottare, di più e meglio, per uno ‘spacchettamento’ dei quesiti, evitando una concentrazione così radicale di un unico quesito tutt’altro che omogeneo.

 

E veniamo così all’errore personalizzazione: gravissimo, inadeguato e strumentale. Strumentale, poiché la maggior parte di quei No continua a premere sulle responsabilità dell’attuale governo, dimenticandosi del passato e riversando tutte le grane nazionali addosso ad un esecutivo insediatosi due anni e mezzo fa. Gravissimo ed inadeguato, perché tale ristretta concezione dimentica e tradisce il problema dei problemi: tutti questi politici, costituzionalisti, giornalisti e tuttologi ignorano forse l’introduzione del pareggio di bilancio (Cost, art.81 + art.97,117,119) in vigore dal 2014 (Legge Cost. 1/2012). Non mi pare dunque che il problema sia Renzi: il problema è chi fa il suo gioco. Il bicameralismo perfetto non ha deciso nulla in termini di stabilità ed efficienza della macchina istituzionale, considerato che quella stessa stabilità dipende principalmente dalla salute e dalla coesione dei partiti politici (o quanto meno così era, prima che venissero firmati trattati molto discutibili).

 

Con il pareggio di bilancio, invece, non abbiamo più sovranità ‘sostanziale’ e non possiamo fare debito per rilanciare la crescita. Di più: non lo abbiamo scelto né votato ed è stato così facile farlo passare. Attraverso il bicameralismo paritario. Nel frattempo cercavamo di capire cosa fosse lo spread ed esultavamo per la fine dell’era Berlusconi voluta dallo sfrenato liberismo europeo, nel quale gli Stati diventano macchine telecomandate più che entità sovrane, costrette a piegarsi in nome della attuale ed inconcludente supremazia europea. Come dire: lottare politicamente è senza dubbio forma d’arte nobile, a patto che forse ci si concentri sulle reali priorità dei cittadini, italiani ed europei.

Insomma, Sì o No e tanti saluti. Ma è davvero così utile tutto questo?

 

“Il principio del pareggio di bilancio rappresenta ormai all’interno del nostro ordinamento costituzionale un principio superiore a cui tutti gli altri diritti devono piegarsi. E’ solo apparentemente una norma costituzionale come le altre. In realtà è lo strumento attraverso cui si è realizzato l’aggancio definitivo a una politica economica e sociale che è destinata a mutare definitivamente e drammaticamente il volto del Paese, come questi anni di crisi dovrebbero aver dimostrato a tutti”.

(Alessandro Mangia, costituzionalista italiano, ordinario di Diritto Costituzionale presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore – sede di Milano)

Domenica Letteraria – Cowabunga!

Domenica Letteraria – Cowabunga!

– Oye, Leonardo, ¿no te parece que todo va muy deprisa?

– No sé de qué me hablas, Donatello, yo sigo tardando media hora en cagar y limpiarme la cola con estas cortas manos, como toda la vida.

– No, hombre, no hablaba de eso. Hablaba de la vida en sí. Antes disfrutábamos del momento, ¿recuerdas cuando comíamos pizzas en las alcantarillas? ¡Eran momentos eternos! Parecía que una hora de aquella época durase tres días de los de ahora. Vamos, que parece que fue ayer cuando Splinter nos castigaba por llegar tarde y, sin embargo, hace 20 años ya que acabamos con Shredder y Krang para siempre.

– ¡Uy, sí, es verdad! Hace 20 años que los vencimos en la batalla de las alcantarillas, y parece que fuera hace tan sólo 19 años y medio… ¡cómo pasa el tiempo!

– No te rías de mí, Leonardo.

– Donatello, sinceramente, deberías colgar ya el bastón y dejar de hurgarte el caparazón con él, que te está afectando al cerebro.

– No seas estúpido, ¿o es que no lo ves? Ahora todo es instantáneo.

– Sí, es verdad ¡y menos mal! ahora sería incapaz de esperar los 20 minutos que teníamos que esperar antes para tener la pizza lista. Mmm, rica pizza instantánea… ¿qué haría yo sin ti?

– Leonardo, recuerda lo que te dijo el médico: no más de una pizza a la semana o te saldrá el colesterol por detrás de las orejas. Además, tampoco me refería a eso, sino al ritmo de vida. Antes disfrutábamos de la paz del silencio, de la ausencia de noticias a cada segundo. Ahora todo son grupos de whatsapp colapsados, sobreinformación en internet, y una continua sensación de escasez de tiempo para terminar todas las tareas que nos imponemos. Si no contestas a los mensajes en el instante: malo. Si no estás al día de las últimas series: eres un inculto. Si surge en facebook un debate sobre las nuevas medidas del gobierno de Mali con respecto a su política exterior, más te vale informarte en 5 minutos sobre la opinión de la política keynesiana frente al caso, o estás perdido, se te echan todos encima. Mira mi bastón, con tanta discusión en twitter hace mes y medio ya que no lo limpio; está más mohoso que el trasero del Papa Ratzinger.

– ¿Has probado a darte con él en la cabeza? Si quieres te ayudo, que estaba yo muy tranquilo limpiándome las uñas con la espada hasta que has llegado tú con tus prisas.

– Ay, no sé, Leonardo, todo va muy rápido para mí. No estoy hecho para esta sociedad y sus prisas. No nos dejan ni un solo minuto para adaptarnos a los cambios. La evolución se ha vuelto una ecuación exponencial: el primer homínido tardó un millón de años en girar su muñeca para crear con una piedra su primera herramienta de corte, y ahora nosotros sólo necesitamos cinco minutos para duplicar la potencia o eficacia de la última tecnología descubierta.

– Y tú, sin embargo, usas esos cinco minutos en duplicar el potencial de tu capacidad para aburrirme.

– Y dale, ¡que no te rías de mí! Oye, cambiando de tema ¿sabes algo de Michelangelo y Raphael? Hace mucho tiempo que no los veo, ¿qué hacen con sus vidas?

– Pues no sé, creo que se sacaron un curso de electricista y encontraron trabajo como instaladores subterráneos de una empresa de internet de alta velocidad.

– Ay, Leonardo… ¡qué rápido va todo! No estoy hecho para estas prisas…

Domenica Letteraria: Cowabunga!

Domenica Letteraria: Cowabunga!

-Ehi Leonardo, non ti sembra mai che tutto vada troppo di fretta?

-Non so di che parli, Donatello, io continuo a perdere almeno mezz’ora al giorno per cagare e pulirmi la coda, con queste zampette così corte. 

-No, non parlavo di questo. Parlavo della vita in sé. Prima vivevamo il momento, ti ricordi quando mangiavamo la pizza nelle fogne? Quelli sì che erano momenti eterni! Sembrava che un’ora durasse quanto tre giorni. Dai, sembra ieri che Splinter ci sgridava perché arrivavamo in ritardo, e invece siamo insieme a Shredder e Krang già da vent’anni. 

-Ah si, davvero! Sono vent’anni che abbiamo vinto contro di loro nella battaglia delle fognature, e sembrano solo diciannove anni e mezzo… come passa il tempo! 

-Non mi prendere per il culo, Leonardo. 

-Donatello, sinceramente, secondo me sarebbe ora che tu appendessi il bastone al chiodo e smettessi di usarlo per pulirti il culo, che ti sta fottendo il cervello. 

-Non essere stupido, o che, non lo vedi? Ormai è tutto così istantaneo. 

-Sì, è vero, e menomale! Oggi come oggi non sarei mai capace di aspettare venti minuti per la pizza. Mmm, gustosa pizza al microonde… Cosa farei senza di te?

-Leonardo, ricorda cosa ti ha detto il medico: non più di una pizza alla settimana o il colesterolo ti salirà da pazzi. E tra l’altro, non mi riferivo neanche a questo, parlavo del ritmo della vita. Prima ci godevamo la pace del silenzio e l’assenza di notizie in ogni istante. E ora è pieno di gruppi di whatsapp che ti intasano, sovrainformazione ed una continua sensazione di mancanza di tempo per finire tutte le cose che ci autoimponiamo di fare. Se non rispondi immediatamente ai messaggi: male. Se non sei aggiornato sulle ultime serie televisive: sei disinformato. Se su Facebook sorge una polemica sulle ultime iniziative politiche del Mali, ti conviene informarti al massimo cinque minuti dopo per capire l’opinione della politica keynesiana, o sei perduto. Guarda il mio bastone, non lo pulisco da un mese e mezzo a causa di tutto quel discutere su Twitter, e ora è più ammuffito del culo di Ratzinger. 

-Hai provato a dartelo in testa? Se vuoi ti aiuto, anche se mi rilassava molto stare qui a pulirmi le unghie con la spada prima che tu e le tue frette arrivaste. 

-Ah, non so Leonardo, va tutto troppo veloce per me. Non sono fatto per questa società e la sua fretta. Non ci fanno neanche un minuto per adattarci. L’evoluzione è diventata un’equazione esponenziale: il primo ominide tardò di un milione di anni per girare il polso e creare con una pietra il primo ferramenta della storia, e ora noi abbiamo bisogno solo di cinque minuti per duplicare la potenza o l’efficacia dell’ultima tecnologia scoperta.

-E tu, senza dubbio, usi quei cinque minuti per duplicare la tua capacità di annoiarmi. 

-Ancora, non prendermi in giro! Senti, cambiando argomento, sai qualcosa di Michelangelo e Raffaello? È un sacco di tempo che non li vedo. Che fanno?

-Beh, non so… Credo che siano diventati elettricisti e che abbiano trovato lavoro come installatori sotterranei di fibra ottica. 

-Ah Leonardo, come va veloce il mondo! Non sono fatto per tutta questa fretta…

Racconti di una Budapest timida e silenziosa

Racconti di una Budapest timida e silenziosa

Ho cercato una nuova meta senza un motivo preciso. Anzi, non l’ho cercata, è stata lei a trovare me, ha sentito il mio bisogno latente di respirare la vita, di perdermi, di allontanarmi da me stessa e di ritrovarmi sempre nuova.

Ho cercato la giusta compagnia, programmato tutto in due giorni, chiuso la valigia in un’ora e via.

Direzione Budapest. La Venezia del nord. La città accarezzata dal Danubio blu, che a me più che blu è sembrato grigio e triste, forse perché anche la mia anima lo era un po’. E anche tutto intorno sembrava cupo e decadente.

Vecchi palazzi, vecchie strade, vecchia gente, vecchia metropolitana. Sembra

va tutto troppo serio e composto.

Ciò che si percepiva era un senso di isolamento, di distanza tra me e tutto il resto. Un’atmosfera ovattata.

Poca arte per le strade, pochi musei, tante case dell’orrore e del terrore, memorie della seconda guerra mondiale. Troppe cicatrici lasciate dalla storia.

Come le scarpe sulla riva del Danubio che ricordano il massacro di cittadini ebrei. Un’opera isolata, nascosta al caos della città, ma allo stesso tempo vicinissima ad una zona centrale.

E lì ti perdi nelle tue riflessioni, ti siedi accanto a quelle scarpe di ogni misura. Scarpe di bronzo, pesanti. 60 paia e molte più vittime. La fine di una fuga.

Ti alzi e ti sembra ancora più difficile trovare la bellezza in una città così ambigua e sfuggente.

Forse avevo risposto alla chiamata sbagliata. Forse mi ero mossa al cieca.

Ma era solo una prima errata e superficiale impressione.

Ho tolto il velo della compostezza e ho scoperto che dietro gli edifici severi e imponenti, dietro un’aria autorevole si nascondeva una festa di luci. Ho avuto un nuovo benvenuto.

La città si è rivelata come un’altra me, grigia, misteriosa, velata, fugace. Ma anche gentile, equilibrata e luminosa.

Allora ho continuato a seguire quel richiamo che mi aveva condotta fin lì, che ha continuato ad ipnotizzarmi e che mi ha portata su una piccola isola pedonale in mezzo al traffico e mi ha lasciata lì incantata per un’ora.

A destra e a sinistra le aut

o si rincorrevano, ogni tanto sovrastate da un tram giallo d’altri tempi.

E poi nulla,tutto rimaneva fermo per alcuni secondi. Un insieme di rumori e silenzi, frenesia e pace, ombre e bagliori.

Di fronte un ponte, verde, maestoso, accarezzato dal lento fiume illuminato dalla vita che vi si rifletteva.

E anche la mia anima iniziava a schiarirsi un po’. Il ponte della Libertà di fronte a me e la libertà vera che bussava dall’interno e iniziava a uscire, a compiere i primi passi.

E con questa nuova piccola conquista nello zaino è iniziato il cammino del giorno seguente.

Lungo e stancante, sotto un sole che non mi aspettavo di trovare, lungo una collina che non credevo così interminabile, diretta verso un panorama che non poteva che togliermi ancora un po’ di fiato.

Il bastione dei Pescatori: una costruzione fuori dal tempo, un’architettura indefinita, un bianco puro e candido, lontano dal grigiore del passato e una sinagoga colorata a sovrastare tutto.

E al di là dei piccoli archi, oltre le tante torrette, l’altra riva, la città in miniatura, lontana, che iniziava ad accendersi con il buio. Si accendeva e si trasformava, come ogni sera. Rivelava un nuovo volto. Profili e campanili di chiese di giorno confusi con altri edifici, le luci dei ponti che iniziano a danzare allegre, i fari delle auto che corrono, il percorso della funicolare che porta al bastione, riflessi che tremano nell’acqua del fiume.

E’ questa l’immagine che ti lascia questa città, il primo elemento a cui associarla è la luce, poi l’acqua e infine la calma.

Bisogna essere pazienti e attenti, tenderle la mano, aspettare che riveli il suo vero volto.

 

Tutte le foto ad inizio articolo a cura di Daniele Alvarez

Immagini shock sui pacchetti di sigarette: una piccola osservazione

Immagini shock sui pacchetti di sigarette: una piccola osservazione

Immagine in copertina: nuove immagini shock sui pacchetti di sigarette. Fonte qui

Era maggio quando decisi di smettere di fumare; ne ero talmente convinto che alla fine vinsi la partita con me stesso: ce l’avevo fatta, così, da un giorno all’altro, senza libri, cerotti, gomme da masticare, caramelle, senza neanche provare la tecnica dell’oggi ne fumo dieci, domani sette, dopodomani quattro, e via a scalare. No, un bel “BASTA” echeggiante in tutto il cranio fu la soluzione al tabagismo: “volere è potere”, insomma.

È fine ottobre e sto scrivendo un nuovo articolo per il blog a cui collaboro. Sto scrivendo… e sto fumando. Eh già, ci sono ricascato, dopo tre mesi ho pensato di fare qualche tiro, tanto “ho tutto sotto controllo” e invece due tiri oggi, una sigaretta domani, un pacchetto dopodomani, e via in maniera esponenziale: la tecnica a scalare per smettere non l’avevo neppure considerata, la tecnica contraria, invece, ha subito funzionato, ma non fa niente, a questo mondo non c’è nulla di immutabile, solo l’essere di Parmenide. Come dicevo ho ripreso a fumare, da settembre, per la precisione, a tutti gli effetti. Ho notato subito una differenza dai pacchetti che acquistavo solo alcuni mesi fa: la presenza di fotografie. Un tempo c’erano solo le scritte, adesso anche le fotografie (shock le chiamano): evoluzione della specie a quanto pare.

Prendo come esempio la confezione di tabacco trinciato che ho con me: è presente l’immagine (fronte-retro) di un bambino infastidito (sembra quasi piangere) dal fumo di sigaretta proveniente dalla bocca del genitore che lo tiene in braccio; sotto la foto la scritta: «Il tuo fumo può nuocere ai tuoi figli, alla tua famiglia e ai tuoi amici» e ancora un rettangolo giallo con un numero verde da chiamare per smettere di fumare, il resto della confezione è coperta dal marchio produttore. In sintesi: 65% di immagini e scritte e 35% di marchio, affinché il consumatore si ricordi che caspita di sigarette/tabacco abbia acquistato dieci minuti prima.                                                       Questa che vi ho appena descritto è una delle fotografie più morigerate; basta fare una semplice ricerca su internet per osservare il resto della collezione ed ecco comparire davanti agli occhi denti marci, donna su sedia a rotelle, lingua provvista di metastasi, coppia che piange sulla bara di bimbo mai nato, donna che sputa sangue, ecc. Le scritte annesse ormai le abbiamo imparate un po’ tutti a memoria: il fumo uccide, il fumo aumenta il rischio di impotenza, il fumo causa il 90% dei casi di cancro ai polmoni, il fumo crea un’elevata dipendenza, ecc. Una tragedia in poche paroleImmagino un uomo del 2216 che visita una mostra di oggetti di epoche passate che alla vista di questi pacchetti esclama: «Ma che cazzo si fumavano questi scemi!».

Ora, a parte gli scherzi, non ho la benché minima voglia di confutare i rischi e le patologie legate al fumo, ma credo sia lecito porsi una domanda: «Ma a che serve tutto ciò?». Anzi ne aggiungerei un’altra: «Ma noi fumatori ci meritiamo tutto ciò?». E ancora: «Ma chi cazz…». Va bene, mi calmo, mi accendo un’altra sigaretta va!                                                                Sono stati effettuati vari studi sull’efficacia delle suddette immagini e scritte, ovviamente alcuni di essi affermano la loro efficacia, altri ne affermano l’inutilità. Io che non sono uno studioso di tali scienze, cerco di basarmi solo sull’esperienza della mia vita quotidiana che mi vede a contatto con tanti esemplari di Fumus Sapiens Sapiens e posso garantire con cognizione di causa che la maggioranza ha terrore di una cosa sola: il prezzo delle sigarette che tende a lievitare ogni tot mesi.                                                               Vedo gente posare il proprio pacchetto illustrato sopra tavole imbandite: un bel piatto di spaghetti con posate a destra e un bel dente marcio a sinistra. Sigaretta dopo il caffè, mi raccomando!                                             Ascolto gente opinare sulle immagini: “che schifo!”, “hai visto questa!”, “Ahahah, Marco questo sei tu da vecchio!”, “Poverina!”, ecc.              Non vedo nessun cambiamento effettivo, solo tante chiacchiere e fumo e poco senso estetico se mi permettete.

Aristotele considerava la visione delle tragedie a teatro utile ai fini della catarsi, della purificazione dalle passioni negative. Chi lo spiega ai creatori e a chi permette la commercializzazione di queste immagini che la loro utopia non verrà mai a realizzarsi su vasta scala. Perché? Perché puzzano di moralismo, di mamma e papà, di Stato, di noia. O forse non puzzano di nulla, neanche di fumo di sigaretta. Non salveranno un bel niente poiché sono fintamente tragiche. Aveva ragione quel folle di Nietzsche a definire la tragedia come unità di dolore e piacere. In queste immagini non vedo nulla di “tragico” e dove non c’è tragedia non c’è salvezza.                                     Ma in fondo c’è veramente qualcosa o qualcuno da salvare? La sigaretta è un diabolico piacere, punto. E credo che ogni essere umano abbia la capacità di capire che la sigaretta è compagna e traditrice senza scritte, senza immagini, senza pubblicità con attori che deridono e chiamano scemi i fumatori.

L’uomo del 2216 aggiunge: «Ma che cazzo scrivevano questi scemi!»

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