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I ragazzi del ghetto. Mi chiamo Adam

I ragazzi del ghetto. Mi chiamo Adam

Donne passano vicino ai graffiti del Ghetto di Betlemme (Upi.com) – Originale qui

Traduzione a cura dell’autore. Articolo originale qui

Adam  Dannoun è immigrato a New York per fuggire ad una storia d’amore sprofondata nella devastazione psicologica generale causata dall’occupazione. Lavora in un ristorante delle falafel mentre si diletta a scrivere un romanzo che parla della storia d’amore di Waddah al-Yaman, celebre poeta arabo dell’epoca Umayyad. Il lavoro di scrittore l’ha portato a raccontare la storia della sua infanzia nel ghetto, dove l’esercito israeliano, dopo aver cacciato la maggior parte degli abitanti di Lydda, ha raggruppato i pochi rimasti nei ghetti. La letteratura si fonde con la realtà in tutta l’evocazione di queste memorie. I personaggi letterari dei romanzi di Ghassan Kanafani d’Amos Oz e Elias Khoury diventano personaggi reali e le cronache del vissuto drammatico nel ghetto palestinese si fondono con i tentativi del narratore di liberarsi della sua identità rapita. Possiamo dire che le sue testimonianze si trasformano in domande che si inseriscono in una parte della storia dove le storie riflettono altre storie che si rigenerano all’infinito.

Non sono capace di concentrarmi e i miei pensieri sono confusi. Gli scrittori, d’abitudine, esitano a cominciare un nuovo romanzo, perché l’inizio determina sempre la fine. Ora, io non sono uno scrittore e non ho intenzione di scrivere un romanzo. Lascerò le memorie vagabondare e le immagini levarsi nel disordine e non mi interessa la fine che, in ogni caso, non scriverò. Chi, come me, vorrà raccontare la sua storia sa che non potrà scrivere un finale, perché esso non è ancora venuto. Il mio problema è assai più semplice, dopo aver abbandonato il progetto di un romanzo sul poeta Waddah, la questione si è risolta da sola : non mi resta che entrare nel vivo delle cose e dimenticare la poesia che ho respirato all’inizio del mio testo e i miei ricordi, trascurando la ricerca di un inizio degno la fine. Era il 10 febbraio del 2005 e avevo finito il mio turno al ristorante alle sette di sera. Dopo esser rientrato a casa e aver fatto una doccia, mi stavo dirigendo al Cinema e, all’incrocio tra la quinta e la dodicesima strada, ho incontrato Sarang-Li. Abbiamo proseguito il tragitto insieme. Nella hall del cinema,  ho comprato una tazza di caffe per me, dei pop-corn e una coca per la mia giovane amica prima di entrare. La sala era al completo. Fino a quel momento Dalia, la mia città natale, era assente dalla mia memoria. New York, come una gomma gigante, l’aveva cancellata e mi aveva permesso di godere dei piccoli dettagli della vita e io continuavo a ripetermi che bisogna vivere il presente come tale. Invidiavo gli americani, che riescono a godersi la vita, ignorando i massacri consumati sulla loro terra – tra cui il tumulto della guerra in Iraq e l’ostilità contro i Francesi, che gli ha donato un aria di finzione ed uno spettacolo con cui divertirsi. è solo a New York che finalmente ho iniziato a vivere. Tutti i miei legami femminili erano fugaci, non ho mai permesso loro di attraversare lo scudo del mio cuore che sono riuscito, in qualche modo, a ricucire dopo Dalia. Ho tenuto Sarang-Li a distanza da questa corazza, pur essendo sul punto di scivolare in un amore, ritenuto vietato in un primo momento. Spesso mi sono identificato nelle storie dei miei antenati poeti arabi, considerando il tutto un po’ come un gioco. Fino al momento in cui tutto è ribaltato nel corso della glaciale notte. New York è una citta meravigliosa, qui ho scoperto che la vita quotidiana è fatta d’un bouquet di melodie organizzata su multipli percorsi. Non pensate sia distante dai poeti, non è fatta solamente di grattacieli, al contrario è una città dall’aspetto delicato e multiculturale. Sono riuscito a rinascere, come un lupo solitario trascurando i sentimenti. Ero un uomo senza appartenenza, senza lingua, un uomo che ha ricominciato a vivere quasi alla fine della sua vita e che era profondamente esaltato dalla morte. La piccola cucina del ristorante dove lavoravo comprendeva tutto il mio universo. Affascinato dal mio ardore, il mio amico Haim mi propose di aprire un vero ristorante e di diventare lo Chef e, quando io rifiutai, mi accusò di essere un uomo senza ambizioni. Aveva ragione, non avevo nulla a che fare con l’ambizione! Il mio piccolo universo, i miei piccoli successi, i libri che ho letto, i bar che ho frequentato e le donne di passaggio mi erano ampliamente sufficienti. Decisi di scrivere senza impegno, perché è il mio più grande piacere. Quando apri un libro, tu apprendi il suo universo misterioso, ti avvicini lentamente come quando sei a riva e esiti ad entrare in mare, poi quando ti decidi e ti unisci al viaggio è come se diventassi parte della storia. Cosi ho trascorso i primi due anni in questa città, andavo al cinema, apprezzavo gli spettacoli di ballo e i concerti, bevevo vino francese o vodka e leggevo come se scrivessi. Non vorrei generalizzare, dicendo che tutti gli scritti sono un tipo di morte, ma è questo che sento, per il momento, mentre scrivo. Forse questo sentimento accompagna tutti gli scrittori, ma, dentro di me, penso che questo avvicinamento alla morte avvenga quando crediamo di essere immortali. L’affronto, il dolore non sono altro che un semplice gioco d’artisti, che permette di accedere a sentimenti estremi. Infatti io, nell’istante in cui uscii dal fallimento in cui stavo cadendo, sentii che la morte si avvicinava inevitabilmente e che la mia decisione d’abbandonare la storia di Waddah al-Yaman per scrivere la mia storia in connessione al film che avevo visto, è stato il momento in cui l’essere umano non poteva più fuggire.”Nessun uomo sa in quale terra morirà” dice il Corano. Non è stato vedere la realizzazione del film sulla Palestina, con l’autore de La porta del sole, a farmi uscire fuori di me ma piuttosto la storia del film, coperta da un tessuto di falsa sincerità. Quando nel film, viene citato il suicidio di Assaf, dopo la morte del suo amico Dany a Gaza, mi sentivo la testa letteralmente in fiamme. Conosco bene la storia, e non solo di Assaf, ma anche l’intera storia di Yabneh, la villa natale del martire palestinese Fahmi Abou Amoune. Forse Sarang-Li aveva ragione? Avrei dovuto tacere? O magari mostrare la mia ammirazione verso l’autore? Ma come avrei potuto farlo per qualcosa di così fondamentalmente falso? Conoscevo Khalil Ayoub, l’eroe narratore de La porta del Sole, l’avevo incontrato su la riva del mar morto e somigliava più a un poeta che a un leader, anche se ha condotto una fazione dei servizi di sicurezza palestinesi, prima di diventare il sindaco di Nablus. Conoscevo anche sua madre Najwa Ibrahim, la bella infermiera che incontrai all’ospedale di Ramallah quando mi fratturai il braccio in un incidente d’auto. Lei mi chiese di aiutarla a vendere la casa che aveva, al tempo, ereditato. Sarang-li non faceva parte del mio universo, come un soffio d’aria fresca, è entrata nella mia vita dopo la crisi che ho attraversato, è così mi sono deciso a riscrivere il romanzo. Lei è diventata la compagna della mia agonia. Gli ho confidato la metà della verità, lasciando l’altra meta nell’ombra. La verità, è che, tre giorni prima di vedere il film, ho dovuto affrontare una terribile prova personale incontrando Ma’moun per caso. Non sono in grado di descrivere l’incontro e non so se ne sarò mai capace perché mi ha lasciato come uno straccio, imbevuto di tristezza e agitazione. Ma’moun il cieco, che aveva vissuto nella stanza sul retro del cortile del ghetto per sette anni, che è stato un padre per me e mi ha lasciato come un orfano, che era riapparso, cinquant’anni dopo, sotto l’aspetto di un vecchio coronato di sapere. È arrivato dal Cairo per sostenere una serie di conferenze sulla letteratura palestinese e per definire l’immagine di Rita nella poesia di Mahmoud Darwich. Con gli occhi protetti da occhiali neri, si è avvicinato al palco con passi incerti, ma quando lo ha raggiunto, è diventato una miscela fra Taha Hussein e Edward Said. D’un tratto, l’esitazione del cieco ha dato spazio alla padronanza della materia. La sua espressione era accattivante e l’abilità a destreggiarsi tra l’ arabo e inglese, sconcertante. Ha iniziato la sua presentazione menzionando la tragedia di Lod, sua città natale, che gli aveva insegnato a leggere il silenzio delle vittime. Mentre analizza la poesia di Darwich i suoi intervalli di silenzio sono ricchi di armonia e significato. Invece di ascoltare lui, mi sono trovato ad ascoltare la voce della mia memoria e mi sono reso conto che solo i poeti avevano il potere di risvegliare la voce dei dispersi. Il bambino che ero per le strade di Lod incombeva dietro il velo di lacrime che scendevano dagli angoli degli occhi. Ora, dopo aver ritrovato Ma’moun, l’amico della mia infazia, il mentore che mi aveva abbandonato all’età di sette anni per partire per venticinque anni in Egitto al fine di terminare i suoi studi universitari, ho perso di nuovo tutto. Ho capito che tutto quello per cui avevo duramente lavorato era un’illusione, perché io rappresentavo una storia che doveva essere scritta. Ed e esattamente questo che mi disse quando accettai di bere un bicchiere nella hall del suo hotel dopo la conferenza. Mi confidò che lo avevo accompagnato per tutti questi anni, che aveva cercato più volte di mettere la mia storia su carta senza mai riuscirci. Aggiunse anche che si penti di non essere in grado di scrivere la mia storia, nemmeno nelle sue memorie. Io non provai a strappargli ulteriori informazioni, sarebbe assurdo verificare una storia dove tutti i testimoni sono morti, tranne uno incapace di scrivere.

-Ma’moun racconta di essere il solo a conoscere la vera storia di Manal e, sorpreso dalla mia sorpresa, esprime il suo stupore del fatto che Manal non mi hai mai parlato. Lui dice di avergli fatto promettere di rilevarmi la verità al compimento dei miei quindici anni, perché ogni uomo deve conoscere la verità per non vivere nell’illusione. Lo ascoltai con gli occhi e mi vidi come un infante abbandonato, contorto sul grembo di mia madre. Signore! Alla fine della mia vita ho scoperto di non essere mai stato me stesso, che il mio io, intravisto nello specchio di altro, non era altro che un mucchio di vetri rotti. Ma’moun mi racconto di essere scappato da Lod con altri fuggitivi, sotto l’afa, il sole e la sete e che prima di essere arrivato a Na’alin, mi vide sotto un uliveto, sul ventre di una donna morta. Disse che ero un neonato di circa sei settimane, e così decise di ricongiungermi ai miei parenti. Si diresse verso Lod ma nessuno dei fuggitivi, che soffriva la fame e la sete, mi reclamo. Nessuno si era fermato per prendermi con se fino a quando arrivò a Lod, diventata una villa fantasma, quando entrò nell’ospedale e li una giovane infermiera di nome Manal si avvicinò a lui, mi prese fra le braccia e disse che quel bambino, io, sarebbe stato il suo bambino.

-“Manal non è mia madre?”

-“Ne Hassan Dannoun è tuo padre”

-“Nessuno ha chiesto di me?”

-“La tua vera mamma morì, e tutti dovevano credere che tu fossi morto con lei, nel bel mezzo di questa terra arida”

-“Perché?” chiesi

-“Non so, ti ho preso senza una reale ragione. Sono tornato a Lod e sono rimasto bloccato nel ghetto”

-“Vuol dire che sei mio padre”

-“Se vuoi.. So solo che sei figlio dell’ulivo, è tutto”

Aveva spesso pensato di scrivere un romanzo sul Figlio dell’ulivo e di raccontare, attraverso la mia storia, la terribile tragedia di Lod ma non ci era mai riuscito.

-“Io sono un critico non un romanziere! Questa storia ha bisogno di essere scritta da gente come Ghassan Kanafani ou Emile Habibi. “

-“Come avevi fatto allora a vedermi?”

Ha detto che era Nimr Abu al-Huda, suo amico e guida nel cammino dell’esodo, che mi aveva visto e, chinandosi per prendermi tra le braccia, aveva sentito Nimr ordinargli di lasciarmi. In ogni caso mi prese è tornò indietro solo, perché il suo amico era scomparso nella folla. Gli lanciai un occhiataccia, pensai che non aveva il diritto di lasciarmi solo con mia madre.

-“è colpa di Manal, le chiesi di sposarci e partire col bambino. Ma lei non ha mai voluto lasciare la Palestina”

Che storia senza senso, ma non importava! Essere il figlio dell’albero all’ombra della madre biologica e morta era meglio che essere il figlio di un martire caduto durante la Nakba. Ho risposto a Ma’mun che Manal aveva ragione sul non aver detto nulla, l’ho compreso, per contro, non ho capito il suo comportamento, come fu in grado di abbandonare suo figlio? Mi raccontò tutta la storia e stetti ad ascoltarlo, come se fosse un racconto mistico, ma a questa domanda non ci fu mai una vera e propria risposta. Fui un libro non scritto, per capire che non sono chi sono. Ma siamo tutti figli della storia, perché la vita ci guida come la storia guida i suoi eroi. Io facevo parte di una storia e mi sono ritrovato prigioniero di un altra storia che ha zittito la prima. Oggi io sono all’ennesimo tentativo di assemblaggio della mia vita, ho sciolto i fili ingarbugliati e gli ho rimessi al loro posto tessendo di nuovo per farne un unico indumento. Questa è la scrittura. Ma non credete agli scrittori e agli artisti: l’arte non è il trionfo della morte, come scritto da Mahmoud Darwish, l’arte tesse per noi un indumento fatto di parole e colori, che ci avvolge in una speranza disperata. Quando un uomo raggiunge il punto in cui afferma di essere riuscito a raccogliere i frammenti di vita che ha vissuto, scopre che la sua vita è passata come un sogno inaccessibile. Sono figlio della storia e della sete, la fonte della mia storia è inesauribile e la mia sete è ancora inappagata.

Bosnia: quando un popolo festeggia un genocidio pt.2

Bosnia: quando un popolo festeggia un genocidio pt.2

In copertina: truppe bosniache in una pausa nella guerra del 1992. Originale qui

Lo scorso 25 settembre, dopo quasi 25 anni ,i cittadini delle Repubblica Srpska, sono stati chiamati alle urne per rispondere ad un quesito referendario proposto dallo stesso Presidente della Repubblica, Milorad Dodik . 

Il referendum in questione proponeva il seguente quesito referendario : «Volete celebrare il 9 gennaio come festa nazionale della Republika Srpska?» Un quesito apparentemente s al quale hanno risposto di SI quasi il 99,8% dei Serbo-BosniaciMa Il 9 Gennaio è la data in cui la Repubblica Srbska proclamò la propria indipendenza dalla Bosnia-Erzegovina , evento che riporta ancora il popolo bosniaco ad una guerra civile mai del tutto superata.

La decisione di proseguire con queste politiche nazionalistiche e divisive, potrà avere effetti devastanti sulla ancora precaria situazione sociale e politica in Bosnia ed Erzegovina e potrebbe riaprire vecchie ferite mai del tutto sanate .A seguito della presentazione della domanda d’adesione da parte del governo della Bosnia ed Erzegovina il 15 febbraio 2016, il Consiglio dell’Unione europea ha dato avvio al processo di valutazione il 20 settembre 2016 . Senza la prospettiva di entrare in Europa , infatti , la Bosnia rischia di ripiombare nel conflitto, esattamente come 25 anni , in quanto gli Accordi di Dayton non hanno assicurato la stabilità nella regione che quindi resta nel lungo periodo direttamente proporzionale a quella del progetto europeo; ma sappiamo bene quali problemi stia passando L’UE in questo periodo  proprio in materia di Integrazione .

La situazione balcanica resta di  vitale importanza per le politiche dell’Unione Europea , se davvero si avrà intenzione di avviare un  processo serio e costruttivo di integrazione europea bisognerà partire dai punti più critici , ma il percorso sembra già irto di ostacoli , a partire dalle politiche dei Muri  che hanno preso piede in UngheriaMacedonia e persino in Austria, alla Recessione Economica che investe la maggior parte dei paesi dell’area balcanica che non si sono mai ripresi dalla Crisi Economia del 2008. I Balcani potrebbero diventare il nuovo punto di partenza di una nuova Unione Europea , oppure , diventeranno un altro simbolo del nostro fallimento. La politiche nazionalistiche e protezionistiche sono il vero oppio per il popolo moderno , un popolo che vive di rabbia , che non ricorda la sua storia e quella del mondo.

Bosnia: quando un popolo festeggia un genocidio

Bosnia: quando un popolo festeggia un genocidio

Il referendum nella Repubblica Srpska che ci riporta alla mente gli orrori dimenticati della guerra civile bosniaca 

Con queste parole , nel 1992 , il Segretario Generale delle Nazioni Unite Kofi Annan , racconta al mondo una verità scomoda che ha portato al massacro di migliaia di civili , fra il 1992 e il 1995 , nella ormai dimenticata Guerra civile Bosniaca .

Perché riproporre queste parole di più di 20 anni fa ?

Perché sono più attuali che mai , infatti basta sostituire il popolo protagonista di questa storia, con un altro oggi ben più noto, per accorgerci di come le contraddizioni dei decenni passati siano ancora tutt’oggi presenti , a partire dalla guerra razziale, e soprattutto religiosa , eventi che non vive solo il Medio-oriente degli ultimi anni , ma che anzi , sono ben impressi  nella storia (dimenticata) d’Europa.

bosnia

Originale qui

Ma facciamo un passo indietro .

Siamo nel 1991 , la Jugoslavia è ormai in completo disfacimento , Slovenia e Croazia hanno già dichiarato la loro indipendenza , e sulla scia di questi Paesi , anche la Bosnia ed Erzegovina  medita la propria fuoriuscita dalla Repubblica Federale di Jugoslavia . A differenza dei primi due Paesi però , la Bosnia non può contare sull’omogeneità etnica e culturale dei propri cittadini . Infatti all’interno dei suoi territori vivono principalmente 3 Etnie :

  1. I Bosgnacchi  (o Bosniaci Musulmani ).
  2. I Croato-Bosniaci.
  3. I Serbo-Bosniaci.

Questa differenza etnica si riproponeva poi all’interno delle stesse strutture e istituzioni politche .

« In Bosnia ed Erzegovina viene condotta una guerra mondiale nascosta,
poiché vi sono implicate direttamente o indirettamente tutte le forze mondiali
e sulla Bosnia ed Erzegovina si spezzano tutte le essenziali contraddizioni di questo e del terzo millennio. »

Quando quindi il 15 ottobre 1991 , il parlamento bosniaco dichiarò la sua indipendenza dalla Jugoslavia ,  i deputati serbo-bosniaci, , per tutta risposta , abbandonarono il parlamento di Sarajevo e costituirono il 24 ottobre 1991 a Banja Luka l’Assemblea del popolo serbo di Bosnia ed Erzegovina, che il 9 gennaio 1992 proclamò la Repubblica del Popolo Serbo di Bosnia Erzegovina.

La Commisione Europea , a quei tempi, si impegnò nella risoluzione della crisi bosniaca attraverso una serie di accordi fra le parti che portarono all’attuazione del piano Carrington-Cutileiro ( noto anche come L’accordo di Lisbona ) per impedire l’escalation del conflitto  fra questi popoli ( da un lato i Serbo-Bosniaci e dall’altro i bosngnacchi alleati con i Croato-Bosniaci ) , ma oramai i la guerra civile sembrava inevitabile  ,infatti , ognuna delle parti si era già assicurata , attraverso una fitta rete di alleanze in tutto il mondo , gli armamenti necessari per l’inizio del conflitto .

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Originale qui

I Serbi-Bosniaci  ottennero il sostegno di combattenti provenienti dai paesi slavi cristiani, tra cui la Russia e anche dalla Grecia. Alcuni combattenti occidentali provenienti dall’area culturale del fondamentalismo cristiano e molti volontari neonazisti austro-tedeschi si batterono al fianco dei Croati. I bosniaci , invece, ricevettero il sostegno di gruppi musulmani. Fra cui guardie rivoluzionarie khomeiniste e combattenti dell’organizzazione libanese Hezbollah .

La guerra Civile portò alla distruzione di molte delle infrastrutture pubbliche e private portando al collasso l’economia del Paese( già precaria prima della guerra) ,la popolazione civile si vide costantemente vittima di Pulizie Etniche da ambedue le parti , la più famosa sicuramente fu il Massacro di Srebrenica (11 luglio 1995)   quando migliaia di musulmani Bosniaci furono uccisi  dalle truppe serbo-bosniache guidate dal generale Ratko Mladić .

Questo fu l’ultimo e più sanguinoso atto di una guerra civile che i media e il popolo italiano sembrano aver dimenticato. La guerra si concluse con l’Accordo di Dayton, firmato il 21 novembre 1995. La Carta Costituzionale inclusa negli Accordi di Dayton istituì uno Stato di Bosnia ed Erzegovina a sua volta imperniato su due entità, la Repubblica Srpska Federazione di Bosnia ed Erzegovina alle quali furono attribuiti i maggiori poteri.

 

 

Quando David Bowie faceva la dieta a base di latte, peperoni e cocaina

Quando David Bowie faceva la dieta a base di latte, peperoni e cocaina

Il 23 settembre è uscito il cofanetto Who Can I Be Now? (1974-1976) che contiene tutti gli album in studio (compresi differenti mix ed anche un album semi-inedito), i live e un disco di bonus track della cosiddetta “fase americana” di David Bowie.

Decido di ascoltare, su Spotify, qualche disco della raccolta, così per rispolverare alcuni dei miei dischi preferiti. Parto proprio dal semi-inedito The Gouster, versione “primitiva” dell’album Young Americans ( pubblicato nel 1975) che include alcuni pezzi del suddetto LP in un diverso mixaggio e altri pezzi apparsi nel corso degli anni come singoli o come tracce bonus in varie ristampe (ecco perché è sbagliato spacciarlo per album inedito). Che dire… molto bello, indubbiamente, nell’insieme, molto più funk, sensuale e soprattutto omogeneo di Young Americans.

Non mi fermo, voglio ri-ascoltare per l’ennesima volta il mio preferito (della raccolta): Station to Station (pubblicato nel 1976).

Parte il primo brano, quello che da il titolo all’album: l’intro di un treno in corsa, il riff di piano di Roy Bittan e la chitarra graffiante di Earl Slick… e poi il canto iniziale “The return of the Thin White Duke / throwing darts in lover’s eyes”… comincio a cantare anch’io (a volte in uno pseudo-inglese) ed ecco arrivare il ritornello: “It’s not the side-effects of the cocaine / I’m thinking that it must be love…”. Traduco: “Non sono gli effetti collaterali della cocaina / Penso proprio che questo sia amore…”.

La cocaina: eccoci ricollegati al titolo di questo articolo; eccoci giunti al capolinea, tanto per rimanere in tema. La cosiddetta “fase americana”, che come suggerisce il titolo della raccolta va dal 1974 al 1976, è stata per Bowie anche la fase esistenziale più critica della sua vita. Proprio riguardo a Station to Station disse qualche tempo fa: “Ascolto Station to Station come se fosse un’opera di una persona completamente diversa… è un album estremamente tenebroso”.

Quella “persona diversa” viveva a Los Angeles che al tempo era un “alveare” di tossici, satanisti e tanta altra gente fuori di testa (nella città si ascoltavano ancora gli echi di Charles Manson e del suo gruppo). Bowie come tutte le rockstar dell’epoca si dava agli eccessi più disparati e la cocaina era ormai un appuntamento fisso di quelle giornate (probabilmente anche per sostenere i vari impegni lavorativi) di “costante terrore psichico”.

Quando non era in studio di registrazione ad incidere, quando non era in tour o ancora quando non era in qualche set cinematografico (in quegli anni uscì il suo primo film da protagonista L’uomo che cadde sulla Terra), Bowie era solito starsene nel suo appartamento a Doheny Drive, completamente distaccato dal mondo e dalla realtà: finestre serrate, candele nere accese come unica fonte di luce, manufatti egizi come arredamento, scritte, svastiche e simboli esoterici sulle pareti.

In un’intervista dell’epoca, l’amico Elton John arrivò ad affermare che il Duca Bianco sarebbe morto da lì a poco. Bowie pesava solamente quaranta chili e si ostinava a condurre una dieta basata solamente su latte, peperoni rossi e poco altro. Leggeva molto Bowie all’epoca, soprattutto testi sulla Kaballah ebraica e di Aleister Crowley. Arrivò persino ad avere strane paranoie e manie di persecuzione: metteva la sua stessa urina in frigo ed era ossessionato dall’idea che una setta di satanisti volesse il suo sperma per mettere al mondo l’anticristo durante una messa nera. Lui stesso si prestò a riti magici, come quando immerse un immagine del diavolo in piscina e portò ad ebollizione l’acqua fino a quando l’immagine non si dissolse nell’acqua.

David Bowie alla fine riuscì ad uscire da tutto questo, grazie ad un percorso di vita che lo riportò in Europa e che sfociò artisticamente parlando nella “trilogia berlinese” (Heroes vi dice qualcosa?) ma questa è un’altra storia. Scopo dell’articolo è anche sottolineare la profonda compenetrazione tra vita e creatività e di come questa possa essere “illuminata” anche da una vita “oscura”. Station to Station è l’esempio più calzante per questa tesi… ascoltare per credere!

Privacy: pecunia non olet, sed instar mendacia cloacarum sunt

Privacy: pecunia non olet, sed instar mendacia cloacarum sunt

In copertina: campagna di sensibilizzazione per la Giornata Internazionale per la Data Privacy. Originale qui

Fu singolare l’episodio tra Vespasiano e suo figlio Tito, pochi anni dopo la nascita di Cristo, tanto da coniare una iconica frase: “Pecunia non olet”. La frase, letteralmente “il denaro non ha odore”, fa riferimento alla tassa, la “centesima venalium”, che l’Impero Romano aveva posto sull’urina raccolta dai bagni privati, o vespasiani. La frase di Tito fa riferimento all’accaduto secondo il quale Tito avrebbe gettato delle monete in un bagno, e raccolte le avrebbe odorate. Ciò significa che bisogna far cassa, senza distinzione sulla provenienza del denaro stesso.

Questo articolo, però, è un inserto di tecnologia, cosa c’entrano i Romani? In un mondo nel quale il denaro e il guadagno sono due capisaldi della nostra società, una frase come quella di Tito ha una valenza ancora attualissima. Mi sono permesso di aggiungere alla locuzione latina una proposizione dipendente. “Sed instar mendacia cloacarum sunt”, ovvero “Ma le menzogne sono come fogne“. Un po’ teatrale si, ma, a mio avviso, sottolinea la gravità della situazione, della concezione profondamente sbagliata che abbiamo del Web e di alcuni suoi strumenti, come i social network, e di quanto possa essere violata la nostra privacy, se non preservata con cura.

Privacy come valuta

L’evoluzione del Web nella sua versione 2.0 si è portata dietro un bieco futuro: i nostri dati e le nostre informazioni sono diventate letteralmente valuta. Ma andiamo con ordine: come fanno i nostri dati e le nostre informazioni a diventare denaro?

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Questa può essere vista come una violazione della privacy, ed effettivamente lo è quando la pubblicità diventa asfissiante. Purtroppo, limitare l’uso dei cookie non risolve la situazione. Partendo dal presupposto che un nuovo tipo di cookie, chiamato Evecookie, il quale si autoreplica più volte quando creato, è stato implementato da poco sulla Rete. Nuovi regolamenti sovranazionali, come la Cookie Law dell’Unione Europea, hanno cercato di limitare l’uso spregiudicato e sbagliato di questi file ausiliari. Ma il vero problema è che disabilitare l’uso dei cookie rende impossibile un uso completo e moderno di Internet. Troppe routine di base utilizzano i cookie e disabilitarli significherebbe ridurre al minimo la funzionalità di un sito o, peggio, renderlo del tutto inutilizzabile. Alcuni browser web permettono l’automatizzazione del processo di cancellazione dei cookie. Una mezza soluzione, visto che i siti recepiscono i cookie durante la navigazione.

Social network e privacy: realtà inconciliabili

Il rischio maggiore per la privacy, però, si nasconde dietro un muro di ipocrisia: i social network. Questo pare un discorso molto paranoico, alla Mr Robot, ma è purtroppo vero. Facebook è una miniera di dati, come tutti i social network, ma perchè? Perchè i social network analizzano ogni dato che passa attraverso i loro sistemi. Lo immagazzinano e lo rivendono al miglior offerente.

Il marketing ha trovato nel socia network la più grande banca dati del mondo. Prima si ricorreva ai sondaggi per avere informazioni: si cercava di comprendere il mercato ed i suoi bisogni attraverso domande mirate. Ma i social network rispondono alle domande prima ancora che esse vengano pronunciate. Sesso, etnia, orientamento religioso e politico, quali sono le tue aspirazioni, le tue voglie, qualsiasi cosa. Tutto ciò che condividi sui social diventa denaro. Mark Zuckemberg non è un genio per aver collegato migliaia di persone, è un genio perchè ha nascosto dietro la dipendenza intrinseca degli essere umani ad affermarsi una colossale macchina di raccolta dati. Un pubblico infinito di persone non solo pronte a donare le proprie informazioni sensibili e vedere annullata così la propria privacy, ma anche ad assorbire pubblicità senza batter ciglio. Una perfetta macchina da soldi, perfettamente legale e diabolicamente geniale.

Cybersicurezza: un miraggio

Ci sono tanti siti che, in un modo o nell’altro, richiedono le nostre informazioni. Questo non è un dramma, anzi spesso è necessario per le nostre attività. Pensate all’e-commerce: come faremmo a pagare e ricevere oggetti a casa senza fornire dei nostri dati? Questo non è necessariamente dannoso per la nostra privacy, poichè queste piattaforme non rivendono i nostri dati, ma li tengono al sicuro nei loro server. Peccato che in informatica, non esista un sistema perfetto, inespugnabile. E più grandi sono, e più pesante è la caduta. Basti pensare a Yahoo, al quale sono stati rubate oltre 500 milioni di credenziali di accesso. Mezzo miliardo di potenziali dati rivendibili sul mercato nero. Un colpo colossale, che distanzia notevolemente anche il secondo attacco più grave, quello a MySpace con 360 milioni di utenti compromessi. Ma anche tante minuscole azioni di phishing, di hackeraggio. Spyware e malware pronti ad insinuarsi nei vostri computer e rubare i vostri dati. La sicurezza in Rete può essere un miraggio, ma non siamo completamente senza difese.

L’intelligenza come difesa

Il Web è uno straordinario strumento ma molti di noi lo utilizzano ancora con una disarmante ingenuità. Ma non tutto è perduto. Non siamo alla mercè delle multinazionali, schiavi del loro oppio e legati alle loro infinite tattiche per soggiogarci. No, siamo liberi di informarci. L’unica grande difesa contro le minacce della nostra privacy online è il nostro intelletto. Bisogna avere parsimonia nella divulgazione delle nostre informazioni. La ricerca anonima permette che i cookie non vengano salvati ed utilizzati da terze parti. Imparare a non condividere qualsiasi informazione su Facebook, Twitter, Instagram e vari, ci renderà consapevoli delle nostre informazioni pubbliche. Nessuno può entrare nella nostra mail se non forniamo loro i dati per farlo. Nessuno può spiare il nostro computer se non diamo l’autorizzazione all’esecuzione di tali programmi. Nessuno è indenne, e tanti governi stanno iniziando a percorrere la strada della sorveglianza online. Bisogna tutelarsi nei confronti di chi, nel bene o nel male, sfrutta il Web per impossessarsi della nostra privacy. L’intelligenza è l’unica tattica vincente.

 

 

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